Urge una revisione della disciplina contro il celibato ecclesiastico
Le chiese si svuotano. Gli altari si svuotano di più. E a casa arriva il kit per l’autobenedizione delle case. Una busta, un flaconcino di acqua benedetta confezionata, un libretto con le istruzioni.
Il parroco non passa più. Il fedele si arrangia.
Sette secoli di cura d’anime materiale, il pastore che entrava in casa una volta l’anno, benediceva i vivi, ricordava i morti, scambiava due parole, teneva conto delle famiglie una per una, si sono ridotti a un assemblaggio domestico della sacramentalità.
Apri, leggi, spruzza. Come un prodotto IKEA, con lo stesso grado di personalizzazione pastorale.
Fatta la premessa, guardiamo i numeri.
I praticanti italiani sono scesi dal trenta al quindici per cento in una generazione. Ma il clero diocesano è calato di più: meno sedici per cento in trent’anni, che diventa meno venticinque per cento fra i sacerdoti effettivamente operativi.
Età media sopra i sessantadue anni. I preti sotto i trenta sono il sessanta per cento in meno di vent’anni fa. Seminari regionali dimezzati o chiusi. La narrazione corrente racconta che la crisi vocazionale riflette l’abbandono delle panche.
Falso. Le panche reggono meglio delle sacrestie. Il crollo dell’offerta è più veloce del crollo della domanda. Non è solo crisi di fede, è crisi di governo interno del clero.
Il risultato è nell’aritmetica: su venticinquemila parrocchie italiane, i parroci sono quindicimila. Diecimila parrocchie senza un pastore proprio. Ogni sacerdote ne gestisce quasi due, spesso senza conoscere né l’una né l’altra.
La soluzione scelta dai vescovi italiani ha un solo nome: importazione. In alcune regioni ecclesiastiche la percentuale di sacerdoti stranieri in servizio supera il venti per cento: nel Lazio raggiunge il ventidue, in Abruzzo e Toscana il sedici.
A livello nazionale uno su dodici è straniero – da Nigeria, Congo, Camerun, India, Filippine, Polonia – tredici volte più di trent’anni fa. Reverse mission la chiama la missiologia accademica: le Chiese del Sud globale che rievangelizzano l’Europa secolarizzata. In teoria, restituzione della fede. In pratica, tappabuchi.
Nelle parrocchie laziali, nei borghi abruzzesi, nelle pievi toscane, il parroco che battezza parla italiano stentato, non conosce la toponomastica locale, spesso non resta abbastanza per conoscere la comunità. Supplenza amministrativa travestita da missione universale.
Lo ha scritto fra le righe il cardinale Robert Sarah, guineano, già prefetto della Congregazione per il Culto Divino. I seminari del Sud globale hanno programmi teologici più brevi e disomogenei, la formazione canonica si comprime, l’entusiasmo pentecostale sostituisce talvolta il rigore dottrinale. È diagnosi interna, non pregiudizio europeo.
Fenomeno aggravato, come documenta la stessa Pontificia Università Urbaniana, dall’intreccio strutturale fra vocazione e mobilità sociale nei Paesi di provenienza, dove il seminario rappresenta spesso una delle poche vie di ascesa accessibili. Distinguere la chiamata dalla strategia è lavoro che i formatori locali non sempre fanno e che i vescovi italiani non pretendono.
Se aggiungiamo che alcuni sacerdoti di importazione hanno fatto capolino sulle cronache locali per episodi perlomeno imbarazzanti, il quadro si completa.
Un esempio fra tanti: un sacerdote nigeriano trentaquattrenne, in Italia da tredici anni, precedenti per resistenza a pubblico ufficiale, domanda d’asilo respinta, in attesa di espulsione, avvicina una ragazza in un parco romano, la tocca, la insegue e viene arrestato.
Linea difensiva testuale: volevo sapere come si dice fondoschiena in italiano. Corriere della Sera, aprile 2023.
Esiste, però, sul suolo italiano, una soluzione autoctona che costa zero e che nessuno nomina. Cinquemila sacerdoti ordinati, formati nei nostri seminari, italiani di lingua e di cultura, hanno dovuto deporre la tonaca dopo essersi sposati con dispensa regolare della Santa Sede.
Un battaglione di teologi, biblisti, psicologi, canonisti, pastori di comunità, che conoscono la geografia parrocchiale di cui sono figli. Pronti al rientro da decenni.
Non hanno rinnegato il sacerdozio nemmeno per un’ora, sono stati costretti a deporlo.
Don Rosario Mocciaro, sposato dal 1977, celebra messa da mezzo secolo nelle comunità di base romane. Giovanni Monteasi, ex parroco a Napoli, presiede dal 1983 il movimento Vocatio. Don Giuseppe Serrone, coordinatore del Movimento Internazionale Sacerdoti Sposati, è al ventiquattresimo giorno di sciopero della fame il 20 aprile 2026.
Rifiutarli e importare al loro posto giovani seminaristi di cui si ignora il vero rapporto con la fede è amministrazione del personale, non cura d’anime.
La Chiesa non è priva di strumenti. Il principio della Salus Animarum – la salvezza delle anime come legge suprema – attraversa tutto il Codice di Diritto Canonico. Non è una norma da applicare con un atto amministrativo: è il fondamento teologico che renderebbe legittima, anzi doverosa, una revisione della disciplina. Serrone digiuna per ricordarlo. La stampa nazionale tace.
I tradizionalisti obietteranno che il celibato è una limitazione voluta da Gesù. Ma non è vero e il Nuovo Testamento lo scrive senza imbarazzo. Pietro era sposato, il Vangelo di Marco apre con la guarigione della suocera. Paolo rivendica il diritto degli apostoli a portare con sé le mogli. La prima Lettera a Timoteo prescrive al vescovo di essere marito di una sola moglie.
Del resto la Chiesa ammette già diaconi sposati che distribuiscono la comunione ogni domenica. Il matrimonio non contamina le mani che toccano il corpo di Cristo: contamina solo la carriera di chi lo consacra.
Il Concilio di Nicea nel 325 bocciò l’obbligo del celibato. Le Chiese cattoliche orientali, in piena comunione con Roma, ordinano sacerdoti sposati da duemila anni senza che nessun papa abbia mai avuto nulla da ridire.
Il celibato obbligatorio per il solo clero latino arriva nel dodicesimo secolo, con la riforma gregoriana, per una ragione che con il Vangelo non ha nulla a che fare: impedire che le parrocchie diventassero eredità di famiglia. Disciplina medievale, modificabile come ogni disciplina.
La Chiesa cattolica italiana ha cinquemila sacerdoti pronti, formati, ordinati, che parlano la lingua dei fedeli e conoscono il nome delle strade. Li tiene fuori dalla porta perché si sono innamorati. Nel frattempo spedisce a casa dei credenti un flaconcino di acqua santa con le istruzioni.
Una religione che preferisce il kit fai-da-te a un prete sposato non ha un problema di celibato. Ha un problema di coraggio.






