La Pax Americana comincia lentamente a sciogliersi
Qualche anno fa lessi un libro dello storico Thomas Madden che mi colpì molto: “Empires of Trust”. La sua tesi è semplice ma illuminante.
La Repubblica romana prima, e gli Stati Uniti molto più tardi, non divennero dominanti soltanto perché avevano gli eserciti più forti. Di potenze militari la storia è piena.
Ma pochissime hanno costruito qualcosa di più raro: un ordine internazionale nel quale altri Paesi hanno scelto spontaneamente di mettersi sotto la loro protezione, convinti che quella fosse la migliore garanzia possibile contro instabilità, conflitti e incertezza.
Questo fu il grande capolavoro di Roma. E, per ottant’anni dopo il 1945, fu il grande capolavoro degli Stati Uniti.
Non perché fossero altruisti. Le grandi potenze non lo sono mai. Ma perché offrivano ai loro alleati qualcosa di immensamente prezioso: un centro di gravità stabile attorno al quale organizzare il proprio futuro.
Le città greche e i piccoli Stati del Mediterraneo allora; l’Europa occidentale, il Giappone, la Corea del Sud, il Canada e l’Australia poi, fecero lo stesso ragionamento: stare agganciati alla potenza centrale significava ridurre drasticamente i rischi del caos.
Roma garantiva confini, rotte marittime, arbitrati politici. L’America garantiva la NATO, il dollaro, la sicurezza delle grandi vie oceaniche, la deterrenza strategica e soprattutto una continuità di linea che sopravviveva al succedersi dei presidenti.
Quella continuità era la ricchezza invisibile dell’Occidente.
Fabbriche costruite, investimenti di lungo periodo, valute stabilizzate, confini smilitarizzati, welfare finanziati: tutto questo poggiava su una convinzione di fondo, e cioè che gli Stati Uniti potessero essere talvolta invadenti o moralisti, ma restassero una potenza razionale, prevedibile, fedele ai trattati.
La loro parola aveva un peso. Le loro alleanze non erano carta straccia. L’America era, nel senso più profondo, il custode dell’ordine liberale.
Ed è proprio questo che molti americani non comprendono oggi. Pensano che gli insulti, le minacce e le improvvisazioni di Donald Trump siano percepiti all’estero come semplice folclore politico. Non è così. Nelle capitali straniere vengono letti come dati strategici.
Lo dimostra bene un episodio raccontato da Shenzhen, il cuore della macchina industriale cinese. A un grande imprenditore fu chiesto se la guerra con l’Iran avesse cambiato qualcosa.
Rispose di no: molto più importante, disse, era stata la minaccia di Trump di impadronirsi della Groenlandia.
Perché l’Iran è l’ennesimo conflitto mediorientale; la Groenlandia è stata invece un messaggio all’Europa: gli Stati Uniti sono pronti a usare il linguaggio della coercizione perfino verso un alleato storico come la Danimarca. In quel momento, concluse, ho capito che l’Europa non avrebbe mai più seguito ciecamente Washington contro la Cina.
Dentro questa frase c’è un terremoto geopolitico.
Gli imperi della fiducia non vivono di sole portaerei. Vivono perché gli alleati continuano a credere che la potenza centrale sia un approdo sicuro. Quando questa convinzione si incrina, la prima reazione è cercare vie di fuga. Ed è ciò che sta accadendo.
L’Europa ha varato un piano da 800 miliardi per il riarmo e per una filiera autonoma della difesa. Lavora a sistemi di pagamento alternativi a Visa e Mastercard, studia circuiti finanziari meno esposti al controllo statunitense, valuta i rischi di dipendenza dai cloud americani e discute il rimpatrio di parte delle riserve auree custodite a New York.
La Francia ha già mosso i primi passi; Germania e Italia ne parlano apertamente.
Non sono gesti simbolici. Sono coperture contro il rischio.
Un alleato che si sente pienamente al sicuro non investe miliardi per duplicare finanza, difesa, pagamenti, riserve e infrastrutture digitali. Se lo fa, è perché ha già messo in conto che la potenza protettrice possa diventare una vulnerabilità.
Il Canada si sta diversificando. Il Giappone e la Corea del Sud aprono canali con Pechino e altri attori sul terreno energetico e industriale. Non per amore della Cina, ma per prudenza verso una Washington non più affidabile.
È l’inizio di un mercato assicurativo post-americano.
Ed è qui il punto decisivo: gli imperi della fiducia non crollano quasi mai sotto l’urto dei nemici. Si logorano quando gli alleati iniziano in silenzio a fare i loro conti.
E se le sanzioni americane diventassero arbitrarie?
E se gli impegni NATO si trasformassero in merce di scambio?
E se i dazi colpissero gli amici?
E se il dollaro diventasse una clava politica?
E se gli umori del presidente riscrivessero gli equilibri strategici?
Quando queste domande entrano nei ministeri, nelle banche centrali, negli stati maggiori e nei consigli di amministrazione, la vecchia epoca è già al tramonto.
Da quel momento si riscrivono piani di approvvigionamento, si trasferisce l’oro, si finanziano circuiti alternativi, si diversificano rotte e tecnologie. Anche se domani alla Casa Bianca tornasse un presidente atlantista, il seme della sfiducia resterebbe.
Ecco perché il danno del trumpismo è molto più profondo di quanto appaia.
Trump ha trasformato l’America, agli occhi dei suoi partner storici, da garante a incognita. Da pilastro a variabile. Da custode a possibile fattore di pressione.
E quando il pilastro centrale dell’alleanza occidentale smette di essere una certezza e diventa un rischio da gestire, la Pax Americana comincia lentamente a sciogliersi.
Non tra le fiamme.
Non con una resa spettacolare.
Ma nei fogli Excel, nei trasferimenti di riserve, nei memorandum sugli approvvigionamenti, nei contratti software alternativi, nelle decisioni prudenti e silenziose di governi che hanno compreso di non poter più affidare il proprio futuro soltanto a Washington.
Thomas Madden aveva capito una cosa essenziale: Roma e l’America non furono semplicemente imperi di forza. Furono imperi di fiducia.
E un impero della fiducia comincia a morire nel momento esatto in cui i suoi amici iniziano, senza far rumore, a cercarsi un’assicurazione altrove.


Mark L. Pisoni, traduttore e interprete professionista con una lunga esperienza nei rapporti tra istituzioni europee e nordamericane. Ha collaborato con amministrazioni pubbliche e istituzioni diplomatiche negli Stati Uniti, in Canada e in Europa.


