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Tra corporazione e clausura

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Continuità delle reti femminili di mestiere nel caso delle Monacelle di Martina Franca

Le Monacelle e le forme autonome di vita religiosa femminile

Vico Monacelle è una stretta stradina pedonale fatta di case addossate e pietra bianca.

Lì, nel centro di Martina Franca – un tempo, solo Martina – svetta una torre campanaria ornata di simboli: un caduceo, una stella a sei punte, le chiavi del Regno.

La scalinata d’ingresso termina su un massiccio portone del quale nessuno tutt’oggi possiede la chiave, tranne l’ultima monacella: quell’ingresso era l’ultimo scorcio di mondo che le bambine vedevano, prima di entrare nel Conservatorio per diventare quelle che il popolo chiamava “Monacelle”.

Il Conservatorio di Santa Maria della Misericordia, di proprietà della famiglia Caracciolo – oggi della Fondazione Caracciolo-de Sangro –, ospitò a partire dal 1725 una comunità femminile comunemente nota come le Monacelle.

Non si trattava, tuttavia, di un convento nel senso canonico del termine, bensì di un’istituzione ibrida, collocata in una zona liminale tra struttura religiosa e organismo laico: dichiaratamente, esso era un luogo di accoglienza e formazione destinato a giovani donne che conducevano una vita comunitaria ispirata a principi religiosi, pur senza essere formalmente inquadrate in un ordine monastico.

Questa liminalità del Conservatorio, che può apparire come un vezzo patronale per un’opera pia, adombra in realtà il piano lungimirante di Donna Aurelia Imperiale, fondatrice del luogo (che il 22 novembre 1725 legalizzò il Conservatorio, attivo già dal 1710, con atto del notaio Giacomo Antonio Pitacci da Cisternino), che seppe muoversi in modo scaltro ma inaudibile tra i vuoti giuridici – sia civili che canonici – per trarre in salvo una tradizione custodita da una corporazione femminile.

Per potersi muovere tra le righe, il Conservatorio doveva configurarsi come ente laico, sottoposto esclusivamente alla protezione reale e al patronato della casa ducale, senza alcuna ingerenza da parte del potere temporale né di quello spirituale.

D’altro canto, per potersi garantire, doveva adottare la regola della clausura: una regola che tuttavia, come vedremo, non discende dalla natura ecclesiastica dell’ordine delle Monacelle, bensì dall’assunzione di una forma ibrida, tipica degli ordini terziari – che si situa nel più complesso fenomeno dell’associazionismo religioso – e in cui i voti religiosi non sono riconosciuti, bensì pronunciati spontaneamente in confessione.

Lastra commemorativa della fondazione del Conservatorio
Lastra commemorativa della fondazione del Conservatorio

E che questi voti venissero rispettati, è reso esplicito dai registri del Conservatorio, dai quali emerge che era esplicitamente esclusa per le conservatoriste qualsiasi forma di visita – anche da parte di parenti – nonché ogni forma di ingerenza da parte dell’autorità arcivescovile o di altri esponenti ecclesiastici.

Questo elemento di autonomia non è un dettaglio, bensì una chiave per comprendere la natura dell’istituzione: una comunità religiosa nei comportamenti, ma politicamente e giuridicamente sottratta al controllo diretto della Chiesa.

In questo quadro si inserisce anche la gestione del cappellano, scelto tra i sacerdoti di fiducia del duca facenti parte di una cerchia ristretta. Un documento del 1762 testimonia come, per risolvere le controversie sorte tra la duchessa e l’arcivescovo di Taranto, si stabilisse che l’autorità ecclesiastica proponesse una rosa di candidati, tra i quali la casa ducale manteneva il diritto di scelta. Nel 1777 tale lista venne ampliata, segno di una progressiva formalizzazione di un equilibrio tra potere religioso e potere aristocratico.

L’ammissione stessa delle conservatoriste era rigidamente regolata. Le giovani venivano selezionate direttamente dalla duchessa sulla base di criteri morali e sociali: verginità, nascita legittima, umiltà, devozione e bisogno materiale.

L’obiettivo dichiarato era quello di indirizzarle verso l’acquisizione di un mestiere e una possibile vita religiosa, ma il sistema rivela una funzione più ampia, al tempo stesso assistenziale, educativa e disciplinare.

Una volta ammesse, le fanciulle erano tenute a recidere ogni legame con il mondo esterno, interrompendo i rapporti con la famiglia e con gli estranei. Al raggiungimento della maggiore età, potevano lasciare il Conservatorio per contrarre matrimonio — ricevendo in tal caso dote e corredo — oppure rimanere all’interno della comunità, assumendo il ruolo di “monache” o, più propriamente, di maestre: in tal caso, cambiavano nome.

Questa seconda possibilità rivela un elemento strutturale importante: la permanenza non era soltanto una scelta religiosa, ma anche una forma di inserimento in un sistema produttivo interno.

L’assegnazione della dote e del corredo può essere letta, in questa prospettiva, non solo come sostegno matrimoniale, ma anche come compenso per il lavoro svolto all’interno dell’istituzione. Si delinea così un meccanismo che integra formazione, lavoro e controllo sociale.

Sebbene il Conservatorio non fosse formalmente un ente religioso di clausura, esso era regolato da una disciplina estremamente rigorosa, assimilabile a quella claustrale. In breve tempo si trasformò di fatto in uno spazio chiuso, dotato di dispositivi materiali di separazione come ruota e sbarre di ferro.

Anche l’accesso al vicolo adiacente era sottoposto a stretto controllo: consentito solo previa autorizzazione ducale e in caso di necessità, avveniva sotto la supervisione di accompagnatrici e secondo modalità ritualizzate, come il suono del campanello che permetteva alle altre donne di ritirarsi senza essere viste. La clausura, dunque, pur non formalizzata giuridicamente, era pienamente operante nella pratica quotidiana.

Lastra del sepolcreto
Lastra del sepolcreto

Questa forma di vita comunitaria si inserisce nel più ampio fenomeno dell’associazionismo religioso femminile, diffusosi in Europa a partire dal Medioevo. Le beghine e le bizzoche rappresentano uno degli esempi più noti di comunità autonome, composte da donne che sceglievano una vita devota senza aderire a un ordine riconosciuto, organizzandosi secondo regole proprie e voti privati.

La Chiesa cercò più volte di regolamentare queste forme di libera religiosità: con la costituzione Periculoso di Bonifacio VIII, alla fine del XIII secolo, venne ribadito l’obbligo della clausura per le donne che professavano voti solenni.

Tuttavia, molte comunità continuarono a sottrarsi a questo modello, mantenendo forme più flessibili di organizzazione religiosa. I termini spesso dispregiativi con cui queste donne venivano indicate – “beghine”, “bizzoche”, “zitelle” – riflettono la diffidenza dell’istituzione ecclesiastica, che oscillava tra tentativi di regolamentazione e volontà di controllo.

Tale diffidenza non era soltanto di natura dottrinale. Molte di queste comunità erano infatti attive in ambito produttivo, in particolare nella tessitura e nel ricamo, generando reddito in modo autonomo e sottraendosi ai circuiti fiscali e corporativi tradizionali. In questo senso, la dimensione economica si intreccia strettamente con quella religiosa.

Non a caso, è proprio all’interno di questo solco che si inserisce il Conservatorio voluto da Donna Aurelia.

Nel caso delle Monacelle, tuttavia, emerge un elemento ulteriore rispetto alle forme più diffuse di associazionismo religioso: pur non dipendendo formalmente da alcun ordine, esse seguivano norme ispirate alle antiche regole dell’Ordine degli Eremitani di Sant’Agostino e la loro formazione era affidata a religiose agostiniane.

Questo dato suggerisce quindi da un lato una forma di continuità indiretta con la tradizione monastica, pur in assenza di un inquadramento istituzionale formale: una vicinanza, rafforzatasi nel tempo, che rappresenta una sorta di compromesso ma anche di mutuo riconoscimento fra realtà formalmente differenti.

All’interno del Conservatorio esisteva inoltre una precisa articolazione dei ruoli: Superiora, dispensiera, infermiera, maestre, sacrestana, portinaia, accompagnatrici, rotaia. Questa organizzazione interna indica un livello di strutturazione avanzato, tipico di comunità stabili e funzionalmente differenziate.

Al contempo, non è stato finora rinvenuto alcun documento che attesti l’adozione di una Regola, circostanza che avvalora la tesi dell’esistenza di un’associazione cosiddetta terziaria, in cui la Regola monastica è sostituita dai voti spontanei in confessione.

La scarsità di documentazione per i primi decenni – dalla fondazione nel 1725 fino al riconoscimento giuridico ottenuto nel 1773 da Donna Isabella d’Avalos – costituisce un altro aspetto peculiare: solo a partire dal 1775 compaiono registri sistematici, che documentano con precisione la gestione economica del Conservatorio.

Per circa cinquant’anni (sessantacinque, se si considera la costituzione di fatto antecedente l’atto notarile), dunque, l’istituzione operò in una condizione di sostanziale informalità giuridica, resa progressivamente insostenibile dal conflitto con le autorità ecclesiastiche.

Proprio nel 1775 Ferdinando IV, riconosciuta l’utilità sociale dell’istituzione, concesse al Conservatorio il proprio assenso reale, sancendone la legittimità. Questo momento fu celebrato con una stele marmorea collocata all’ingresso della chiesa di Santa Maria della Misericordia.

Successivamente, l’intervento di Donna Isabella presso il Papa per la gestione dei sacramenti – in particolare per evitare l’ingerenza del parroco e garantire la riservatezza della clausura – portò alla dispensa papale, consolidando l’autonomia del Conservatorio.

Missiva a Pio VI, 1786
Missiva a Pio VI, 1786

Questo duplice riconoscimento – reale e papale – rende l’istituzione un unicum: una realtà apparentemente laica ma strutturalmente assimilabile a un monastero, protetta da un patronato aristocratico e dotata di autonomia operativa, in quanto indipendente dal potere temporale e dal potere spirituale ma da essi, al contempo, formalmente riconosciuta e dunque rispettata.

Accanto alla dimensione religiosa, il Conservatorio svolgeva una funzione formativa di grande rilievo. Le donne vi apprendevano non solo educazione scolastica e pratiche devozionali, ma anche competenze tecniche quali musica sacra, canto liturgico, tessitura e ricamo.

Queste attività, lungi dall’essere marginali, erano strettamente connesse alle tradizioni delle antiche corporazioni femminili e rappresentavano ambiti di produzione ad alto valore economico e simbolico.

In questo senso, il Conservatorio può essere interpretato anche come uno spazio di trasmissione e conservazione di saperi tecnici, collocato al riparo dalle trasformazioni istituzionali che, tra XVII e XVIII secolo, interessarono il mondo delle corporazioni.

Un ulteriore elemento, finora solo marginalmente considerato ma potenzialmente rilevante sul piano interpretativo, riguarda la presenza, all’interno della comunità delle Monacelle, di pratiche rituali e di un sistema simbolico strutturato.

Le modalità di accesso, la progressiva integrazione nella vita comunitaria, l’assunzione dell’abito e la definizione dei ruoli interni sembrano infatti configurarsi non soltanto come procedure organizzative, ma come momenti dotati di una specifica valenza simbolica, inseriti in una sequenza riconoscibile e reiterata.

In questa prospettiva, tali pratiche possono essere lette – con la necessaria cautela – come forme di ritualizzazione che accompagnano e regolano il passaggio da una condizione esterna a una piena appartenenza alla comunità.

Senza postulare modelli rigidi o derivazioni dirette, è tuttavia possibile ipotizzare che esse svolgessero una funzione analoga a quella riscontrabile in altri contesti associativi, nei quali l’accesso, la trasmissione dei saperi e la definizione dei ruoli sono mediati da codici simbolici condivisi e da pratiche formalizzate.

Si tratta, evidentemente, di un ambito che richiede un’analisi autonoma e più approfondita: per tale ragione, questi aspetti non possono essere sviluppati in modo esaustivo nel presente contributo, ma saranno oggetto di un successivo studio, volto a chiarire la natura, la funzione e l’eventuale portata iniziatica di tali pratiche nel contesto della comunità.

Le Monacelle e l’ombra delle corporazioni femminili

Il caso delle Monacelle del Conservatorio di Martina Franca si rivela di particolare interesse non solo sotto il profilo religioso, ma anche da una prospettiva sociale ed economica.

La loro condizione, come si è visto, non coincide né con quella di un convento tradizionale né con quella di una confraternita pienamente riconosciuta, ma si colloca in una zona liminale, in cui devozione, lavoro e protezione nobiliare si intrecciano in forme complesse.

Uno degli elementi più rilevanti è rappresentato dalla natura della formazione impartita all’interno del Conservatorio. Accanto all’educazione religiosa, infatti, venivano trasmesse competenze tecniche specifiche: canto sacro, musica, ricamo (anche in oro), tessitura e lavorazione di paramenti liturgici e arazzi.

Questi ultimi, lungi dall’essere destinati esclusivamente all’uso interno, venivano commercializzati su scala ampia, raggiungendo diversi contesti europei e, in particolare, il mercato spagnolo.

Le scene raffigurate variavano in funzione della natura del committente, distinguendosi tra ambito laico ed ecclesiastico.

Tali attività non possono essere considerate di natura meramente economica. Nel contesto preindustriale esse rappresentavano ambiti di produzione ad alto valore non solo economico ma anche simbolico (si pensi alle vesti dei prelati), generalmente regolati da sistemi corporativi.

Il livello qualitativo richiesto era estremamente elevato: i manufatti venivano sottoposti a processi reiterati di montaggio e smontaggio fino al raggiungimento di uno standard ritenuto perfetto dalle maestre d’arte, provenienti da centri di eccellenza come Napoli.

La presenza di una comunità femminile stabilmente organizzata, impegnata nella trasmissione di competenze tecniche e simboliche all’interno di una struttura protetta da una famiglia aristocratica, richiama inevitabilmente le dinamiche proprie delle corporazioni di mestiere.

Tuttavia, quest’analogia si manifesta in una forma specifica: non pubblica, non formalizzata sul piano giuridico, e in larga misura sottratta alla visibilità istituzionale.

Corporazioni femminili e scomparsa apparente

La storiografia tradizionale tende a collocare la scomparsa delle corporazioni femminili tra XVII e XVIII secolo. Tuttavia, questo presunto “vuoto” ha sempre sollevato interrogativi significativi: le competenze tecniche non si estinguono improvvisamente, né scompaiono le reti sociali che ne garantiscono la trasmissione.

È, pertanto, più plausibile ipotizzare che tali forme organizzative non siano venute meno, ma abbiano subito un processo di trasformazione, spostandosi in ambiti meno esposti e meno regolati.

In questo quadro, le Monacelle rappresentano un caso emblematico. Pur non configurandosi come una corporazione formalmente riconosciuta, la loro comunità presenta caratteristiche strutturali che rimandano chiaramente a un modello corporativo:

  • trasmissione interna e controllata dei saperi tecnici;
  • organizzazione comunitaria stabile;
  • accesso regolato e selettivo;
  • continuità intergenerazionale;
  • produzione orientata a contesti rituali e simbolici.

Questi elementi, presi nel loro insieme, suggeriscono l’esistenza di una continuità funzionale con le corporazioni di mestiere, pur in assenza di una struttura pubblica e giuridicamente definita. La trasformazione non appare dunque come una cesura, ma come un adattamento a un mutato contesto istituzionale.

Dettaglio dei fregi della torre campanaria
Dettaglio dei fregi della torre campanaria

Il parallelo con le confraternite di mestiere massoniche

Un ulteriore livello interpretativo si apre se si mette in relazione il caso delle Monacelle con il processo che, tra XVII e XVIII secolo, conduce alla trasformazione delle corporazioni di mestiere maschili in forme associative di tipo speculativo, culminato storicamente nella fondazione della massoneria moderna con le costituzioni del 1723.

La quasi contemporaneità tra la nascita della massoneria “istituzionale” e quella del Conservatorio di Martina Franca non può essere liquidata come una semplice coincidenza cronologica. Essa si colloca, piuttosto, all’interno di una più ampia fase di riorganizzazione delle forme associative tradizionali, investite da profonde trasformazioni politiche, economiche e religiose.

Nel caso maschile, questo processo conduce alla progressiva riconfigurazione delle corporazioni in logge, ovvero in spazi associativi che abbandonano la dimensione produttiva diretta per assumere una funzione simbolica, speculativa e identitaria.

Nel caso femminile, invece, tale transizione non si traduce nella nascita di strutture analoghe e pubblicamente riconosciute. È proprio questa asimmetria che richiede di essere interpretata.

Se si abbandona l’ipotesi, ormai difficilmente sostenibile, di una semplice scomparsa delle corporazioni femminili, diventa plausibile leggere la nascita di istituzioni come il Conservatorio non come un fenomeno isolato, ma come una risposta adattiva allo stesso contesto di trasformazione.

In questa prospettiva, le comunità religiose femminili autonome possono essere interpretate come forme alternative di riorganizzazione: non logge, ma spazi protetti; non associazioni pubbliche, ma comunità chiuse; non corporazioni formalizzate, ma reti operative interne.

Litografia posta nel coro della cappella riservato alle Monacelle
Litografia posta nel coro della cappella riservato alle Monacelle

Le Monacelle, in particolare, mostrano una serie di elementi che rendono questo parallelismo difficilmente ignorabile: selezione controllata dell’accesso, trasmissione interna dei saperi, organizzazione gerarchica, produzione specializzata e inserimento in reti di protezione aristocratica.

Si tratta di caratteristiche che, pur prive di formalizzazione giuridica corporativa, ne riproducono in modo funzionale le dinamiche fondamentali.

Non è necessario postulare una derivazione diretta né ipotizzare una struttura rituale sovrapponibile a quella massonica. Tuttavia, la coincidenza cronologica e la convergenza funzionale suggeriscono che, mentre le corporazioni maschili trovavano una nuova espressione nelle logge, parte delle realtà femminili scegliesse – o fosse costretta a scegliere – una diversa strategia di continuità: quella dell’inserimento in forme di associazionismo religioso autonomo, protette e meno esposte.

In questo senso, il Conservatorio di Martina Franca può essere interpretato non solo come istituzione assistenziale o devozionale, ma come uno dei possibili luoghi in cui si è realizzata una riconfigurazione silenziosa delle reti femminili di sapere e di mestiere.

Il ruolo delle famiglie nobiliari

In questo contesto, il ruolo delle famiglie nobiliari appare determinante: senza una protezione esterna, comunità di questo tipo difficilmente avrebbero potuto sopravvivere in un quadro segnato dalla crescente centralizzazione del potere ecclesiastico e statale, che tra XVII e XVIII secolo tende progressivamente a ricondurre entro forme istituzionali controllate le esperienze religiose e associative autonome.

Il patronato aristocratico non si limitava a una funzione di tutela simbolica, ma garantiva una serie di condizioni strutturali essenziali: protezione giuridica e sociale; autonomia relativa rispetto all’autorità ecclesiastica; accesso stabile a risorse economiche; legittimazione pubblica e riconoscimento sociale.

In questo senso, le famiglie nobiliari non agirono soltanto come benefattori, ma come veri e propri garanti della sopravvivenza di queste comunità. È plausibile ritenere che esse fossero pienamente consapevoli del valore delle competenze custodite all’interno di tali istituzioni.

Le attività di tessitura, ricamo e produzione di manufatti liturgici, infatti, rappresentavano ambiti di alta specializzazione, difficilmente sostituibili e radicati in tradizioni di lungo periodo.

Dal punto di vista economico, il Conservatorio si sostenne fin dalla sua fondazione grazie ai lasciti e alle rendite derivanti dalle donazioni della famiglia ducale di Martina Franca, ma anche di nobili e di prelati.

Questo sostegno venne ulteriormente consolidato nel 1779, quando Ferdinando IV riconobbe l’istituzione come opera pubblica laica, qualificandola come luogo pio fondato e amministrato da laici, con il diritto di acquisire beni e ricevere donazioni. Tale riconoscimento, tuttavia, non fece che formalizzare una situazione già esistente.

Il sostegno delle famiglie nobiliari può essere interpretato anche come una forma di investimento nella conservazione di saperi e pratiche che, pur non trovando più spazio nelle strutture corporative tradizionali, continuavano a rivestire un ruolo significativo.

Non si può peraltro sottostimare la lunga durata di quest’esperienza, il che ci conduce necessariamente ad analizzare la sua trasformazione nel corso del Novecento.

Nel 1934, cessa il vincolo della clausura: ciò, se da un lato non determina una chiusura del Conservatorio, segna piuttosto la perdita del suo principio organizzativo fondamentale.

Le ragioni della cessazione del vincolo di clausura sono direttamente legate alle tensioni degli anni Trenta. Chiaramente, venuta meno la struttura che regolava la vita interna, l’istituzione entrò in una fase di progressiva marginalizzazione, pur continuando a esistere formalmente.

Tale passaggio non si configurò come una rottura netta, bensì come un adattamento – in parte forzato – a un nuovo quadro normativo e politico, nel quale le forme associative tradizionali, soprattutto se dotate di autonomia, risultavano sempre più difficili da sostenere.

Nonostante la crisi di quegli anni, anche dopo il 1934 la comunità continuò a riprodursi secondo modalità tradizionali: le maestre continuarono a prendere l’abito e a inserirsi nella vita del Conservatorio.

I dati cronologici sono, in tal senso, particolarmente eloquenti: l’ultima Superiora, “Suor” Filomena, prese l’abito nel 1935; “Suor” Giuseppina e Agostina nel 1934; “Suor” Teresa nel 1938; “Suor” Carmela ancora nel 1951.

Tuttavia, a partire dal 1963, non si registrano più nuove ammissioni di conservatoriste. Questo dato segna un passaggio decisivo: non una cessazione improvvisa, ma l’interruzione della trasmissione interna, cioè del meccanismo stesso che garantiva la continuità della comunità.

È in questo momento che si può collocare, più propriamente, il declino della tradizione, inteso non come evento puntuale, ma come esito di un processo progressivo di trasformazione e perdita di funzione.

Questa cesura assume un rilievo particolare se collocata nel contesto politico e culturale dell’epoca, al quale è bene fare cenno. Il 1934 segna infatti il momento di maggiore intensità delle politiche di controllo e repressione delle forme associative autonome in Europa.

In Italia, come noto, il Grande Oriente d’Italia era stato formalmente sciolto – per ragioni di autoprotezione – già nel 1925; chiaramente, tale provvedimento colpiva esclusivamente le strutture maschili, non esistendo  organizzazioni femminili analoghe riconosciute.

Ciò nonostante, la progressiva radicalizzazione della campagna antimassonica e, più in generale, la diffidenza del regime verso qualsiasi forma di aggregazione non direttamente controllata, contribuirono a creare un clima sfavorevole anche per realtà atipiche e difficilmente classificabili come quella del Conservatorio.

In questo contesto, la fine della clausura nel 1934 può essere interpretata non come un evento isolato, ma come l’esito di un processo più ampio di erosione delle condizioni che avevano reso possibile la sopravvivenza di tali comunità.

Venuto meno il sistema di protezione – giuridica, sociale e simbolica – garantito per secoli dal patronato aristocratico e dalla relativa autonomia rispetto alle autorità ecclesiastiche e statali, il Conservatorio iniziò il proprio declino.

Tuttavia, la lunga durata dell’esperienza resta un dato difficilmente eludibile. Il fatto che l’ultima Monacella risulti ancora in vita nel 2026 testimonia una continuità che si estende ben oltre la fase settecentesca di fondazione e sviluppo, attraversando tre secoli di profonde trasformazioni politiche e istituzionali.

Questa persistenza non può essere ridotta a una semplice sopravvivenza residuale, ma suggerisce piuttosto l’esistenza di strutture sociali e relazionali capaci di adattarsi nel tempo, pur modificando le proprie forme esterne.

Suor Carmela e la “Macchina delle Ore” del Giovedì Santo
Suor Carmela e la “Macchina delle Ore” del Giovedì Santo

Non bisogna dunque guardare al Conservatorio come a un’esperienza confinata a un preciso contesto storico, ma come esempio di una continuità che, pur progressivamente indebolita e resa meno visibile, non si interrompe ma si trasforma, adattandosi ai vincoli imposti dai mutamenti del quadro politico e istituzionale.

Conclusione: adombramento, non scomparsa

Alla luce degli elementi emersi, appare necessario riconsiderare criticamente la narrazione storiografica che colloca la scomparsa delle corporazioni femminili tra XVII e XVIII secolo.

Più che una vera estinzione, i dati suggeriscono l’esistenza di un processo di trasformazione e di progressivo “adombramento”: una perdita di visibilità pubblica accompagnata da una sopravvivenza in forme meno esposte, ma strutturalmente coerenti con i modelli precedenti.

In questa prospettiva, la quasi contemporaneità tra la riorganizzazione delle corporazioni maschili – che nel XVIII secolo trovano una nuova espressione nelle logge massoniche – e la nascita di istituzioni come il Conservatorio di Martina Franca non può essere considerata irrilevante (così come non è ininfluente la loro comune crisi negli anni ’30 del Novecento).

Se nel mondo maschile il passaggio avviene attraverso la formalizzazione di nuove strutture associative, nel caso femminile esso sembra seguire una traiettoria diversa: quella dell’inserimento in forme di associazionismo religioso autonomo, protetto e meno visibile.

Le Monacelle vivono in uno spazio liminale per sopravvivere ai mutamenti storici. E condividono la quotidianità, la vita e la sepoltura per promessa spontanea.

La loro comunità, pur priva di riconoscimento corporativo formale, presenta caratteristiche funzionali precise: selezione regolata dell’accesso, trasmissione interna dei saperi, organizzazione gerarchica, produzione specializzata e inserimento in reti di protezione aristocratica.

A tali elementi si affianca una dimensione simbolico-rituale – su cui ci si soffermerà in un prossimo contributo – che sembra aver contribuito a strutturare i processi di integrazione e di appartenenza, rafforzando i meccanismi di coesione interna e di trasmissione dei saperi.

Nel loro insieme, questi fattori rendono difficile interpretare il fenomeno come una semplice esperienza devozionale o assistenziale, suggerendo piuttosto la persistenza di modelli organizzativi riconducibili a tradizioni più antiche.

La lunga durata dell’esperienza rafforza ulteriormente questa interpretazione. La continuità della comunità, che si estende ben oltre l’età moderna e giunge fino al Novecento, con la sopravvivenza di sue ultime rappresentanti fino all’età contemporanea, sotto il patronato della Fondazione Caracciolo – De Sangro, indica che non si è trattato di un fenomeno circoscritto, ma di una struttura capace di adattarsi a contesti profondamente mutati.

Anche la progressiva perdita delle condizioni di autonomia, nel clima politico del primo Novecento e in concomitanza con le politiche di controllo delle forme associative, non determinò una cesura immediata, ma piuttosto un lento processo di declino.

In questo quadro, il Conservatorio di Martina Franca non dovrebbe essere guardato come un caso isolato, bensì come un possibile osservatorio privilegiato per cogliere dinamiche potenzialmente più ampie: la capacità delle reti femminili di sapere e di mestiere di sopravvivere ai mutamenti istituzionali, trasformando le proprie forme senza perdere del tutto le proprie funzioni.

Ne deriva che la “scomparsa” delle corporazioni femminili potrebbe essere, almeno in parte, un effetto di prospettiva: non una reale estinzione, ma il risultato di uno spostamento verso ambiti meno visibili e meno documentati.

In questo senso, più che parlare di fine, sembra opportuno parlare di continuità trasformata – una continuità che, pur sottratta allo sguardo delle istituzioni, continua a operare in forme adattate e spesso silenziose.

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