La dirigenza iraniana è divisa al suo interno
La Terza Guerra del Golfo è in una fase di stallo. I contatti fra Iran e Stati Uniti proseguono tramite il Pakistan.
La delegazione iraniana, guidata dal Ministro degli Esteri e non dal Presidente del Parlamento, si è recata a Islamabad per consegnare ai mediatori la risposta alle richieste americane.
La risposta è stata giudicata insufficiente dal Presidente Trump, gli inviati americani – i soliti Witkoff e Kushner, non il Vicepresidente Vance – sono stati trattenuti a Washington.
“Inutile perdere tempo” – dichiara Trump, che si riserva tutte le opzioni, sia quella di proseguire il blocco navale a carico delle navi iraniane e sia quello della ripresa dei bombardamenti.
La dirigenza iraniana è divisa al suo interno. Non è la prima volta. In passato la Guida Suprema – Khomeini e Khamenei – fungeva da arbitro e decisore di ultima istanza. Ora non più. Mojtaba Khamenei, già privo del carisma paterno, è ricoverato da qualche parte per le gravi ferite subite allo scoppio del conflitto.
Si parla di amputazioni e sfregi al viso, tali da richiedere una lunga degenza e l’impossibilità di mostrarsi in pubblico. La nuova Guida Suprema dirige da lontano, l’efficacia è minore, le fazioni interne non trovano il compromesso.
Nei media italiani, il dibattito è semplificato nella diatriba fra moderati e radicali ovvero fra riformisti e conservatori. I media anglofoni, e segnatamente israeliani, scrivono di laici avverso i militari, con il clero apparentemente alla finestra.
Vi sarebbero inoltre tensioni con il mondo economico, quello che va sotto il nome di Bazar, angustiato dalle restrizioni di tutti i tipi. Le sanzioni in primo luogo, e poi il blocco delle esportazioni di petrolio, il conteggio dei danni fino alla cifra di 250 miliardi di dollari.
La repressione è l’unica macchina a funzionare a pieno regime, non si contano le azioni contro i dissidenti e le minoranze etniche, sospettate queste ultime di intelligenza con il nemico sionista, sebbene alcune siano curde e arabe.
La tattica americana è dunque di attendere che le divergenze in seno al nemico si allarghino e che la posizione negoziale sia più ragionevole alla ripresa. La ripresa dovrebbe esserci, grazie sempre alla mediazione del Pakistan e della Cina che vigila da lontano, ma in tempi e modi da definire.
Le tensioni fra Israele ed i nemici non calano. La tregua in Libano, prolungata dagli Stati Uniti d’autorità, non blocca le attività delle IDF nel sud del paese. Distruzione dei villaggi all’interno della zona cuscinetto, eliminazioni mirate di elementi di Hezbollah.
E, d’altronde, la milizia rifiuta di disarmare finché durerà l’occupazione. E cioè mai, considerata l’intenzione di Israele di restare in Libano in permanenza.
A Gaza, le milizie filoisraeliane proseguono l’opera di pulizia degli elementi sgraditi, profittano del fatto che le IDF presidiano metà della Striscia. Inquieta ciò che accade in Cisgiordania.
Sono già una decina le vittime palestinesi delle violenze dei coloni. Vogliono allargare gli insediamenti fino al controllo totale della zona. Uno Stato di Palestina senza territorio sarebbe così impossibile persino sul piano formale. Con buona pace dei paesi terzi che l’hanno frettolosamente riconosciuto.
Le azioni di Israele e degli Stati Uniti si incrociano. Non sempre coincidono. Benjamin Netnyahu parla di rapporti ottimi e di comunanza di vedute. Ribadisce la promessa che la battaglia contemporanea contro tutti i nemici dello Stato sta cambiando la mappa: il nuovo Medio Oriente è alle porte.
Il proclama politico e l’ammissione della malattia distolgono la pubblica attenzione dalle responsabilità per i fatti dell’ottobre 2023. I dirigenti militari e dei Servizi hanno lasciato, i dirigenti politici, salvo il Ministro della Difesa, restano ai loro posti. Lo stato di guerra – sostengono – non permette il vuoto di potere.
L’Unione europea si trova nuovamente di fronte al dilemma: se proseguire con l’accordo di associazione con Israele e limitarsi al “dialogo critico e costruttivo” oppure sospenderne almeno la parte commerciale. La leva commerciale è poderosa, buona parte degli scambi di Israele è con l’Unione.
Alcuni stati membri (Spagna in testa) chiedono misure drastiche, altri stati membri (Germania, Italia) asseriscono che non è il momento e che comunque non ci sono i numeri per scelte radicali.
Ora che l’Ungheria ha cambiato la guida, si potrebbe profilare l’accordo almeno sulle misure a carico dei coloni violenti e delle esportazioni di prodotti dalle zone occupate. Se ne riparla al Consiglio Affari Esteri di maggio.
Il proseguire delle azioni israeliane sul campo può spostare gli orientamenti europei. Qualche altra delegazione potrebbe pensare che la misura sia colma. Le opinioni pubbliche sono schierate in maniera significativa in tutti i Ventisette. La coda malevola dell’antisemitismo trova pretesto nelle scelte del Governo israeliano.





