Home Opinioni Parliamo di Libertà

Parliamo di Libertà

0
Libertà

Libertà, democrazia e inclusione: un trinomio tanto martellante quanto assente

Vi è un detto siciliano “Cu predica troppu, pocu pratica”, che corrisponde al nostro “Chi predica bene, razzola male”.

Tacito diceva “Corruptissima re publica plurimae leges” per indicare che la corruzione dello Stato è proporzionale al numero delle leggi che lo reggono.

È profondamente radicato nella saggezza popolare che più un concetto viene invocato, più esso è assente nella realtà. L’ovvio non fa notizia, l’assurdo sì. La persona onesta raramente declama odi a sostegno delle leggi, l’incorruttibile raramente descrive al Bar la propria fermezza, il fedele poche parole ha per i postriboli.

Chi invece sente il peso di azioni discutibili sulle sue spalle spesso si prodiga a farsi paladino dell’opposto, come per allontanare da se i sospetti che teme. Chi ama con tranquilla certezza raramente lo declama più volte al giorno, come se dovesse convincere non solo il partner, ma anche se stesso!

Se applichiamo questo principio alla società moderna occidentale emerge un quadro tutt’altro che rassicurante. I temi più discussi oggi, declamati in continuazione anche quando non c’entrano nulla con il discorso in atto, sono libertà, democrazia e inclusione. Un trinomio tanto martellante quanto assente.

La democrazia è innegabilmente presente sulla carta. Tutti in teoria possono mettersi in lista, tutti possono votare secondo la loro libera convinzione. Ma nella realtà applicata per mettersi in lista bisogna appartenere ad un partito e con il sistema maggioritario a liste bloccate è il capo del partito a scegliere se uno viene messo in uno dei cosiddetti “seggi sicuri”, dove anche se no riceve una sola preferenza viene eletto lo stesso, o se deve rastrellare voti sul territorio con promesse e amicizie.

Inoltre, ed è il problema più grave che rischia di vanificare il concetto stesso di democrazia, con l’avvento dei sistemi di creazione artificiale del consenso a sostegno della propaganda, dove con l’aiuto dei social media un ignoto può diventare il fratello maggiore di Gesù Cristo in una settimana e scomparire quella dopo, la libera creazione della volontà di voto è messa a dura prova.

L’importanza incisiva di questo problema emerge chiara dalla crescente presenza di attori e guitti sulla scena politica.

La parola “inclusione” poi non deve mai mancare mai. Manca poco ad avere gli spaghetti e la schiuma da barba inclusivi, girare con automobili inclusive e andare nei supermercati inclusivi.

Nella realtà un Paese tradizionalmente aperto, abituato a convivere con popolazioni varie da millenni e profondamente ospitale come era l’Italia fino agli anni Novanta, è stato pressato da una immigrazione incontrollata che nella sua parte illegale tollerata è alla base della esplosione di criminalità contro la persona che ha reso Milano la città più pericolosa d’Italia, a una reazione sempre più sospettosa, delimitante e discriminatoria.

Ma è la parola “libertà” che oggi è oggetto del maggiore e più drammatico insulto mediatico. La si trova ovunque, in modo quasi ossessivo, invocata nelle occasioni più pertinenti come in quelle che non appaiono proprio avere nulla a che fare con il concetto.

È bene premettere subito: non è un problema di parte politica, ma un fenomeno culturale, diffuso, generalizzato.

Intanto, è spesso associata ad altri termini di effetto mediatico, scelti in base alla storia specifica di ogni Paese. In Italia il termine più usato è “antifascismo”, ma ve ne sono altre, tutte spesso usate in modo del tutto scollegate con il loro significato reale, ma infilate a condimento nel piatto preparato. Così oggi è la norma vedere vetrine infrante ed automobili bruciate in nome della libertà vestita di antifascismo.

Si invoca la libertà ogni qual volta si vuole giustificare una sopraffazione: la strisciante introduzione della legge islamica in Europa, che in Inghilterra vede l’esistenza di circa cento tribunali della Sharia che agiscono in una zona grigia legale preoccupante, è il fenomeno più eclatante, ma se ne possono citare altri.

Dal silenzio sulle “grooming gang” pedofile pakistane sempre in Inghilterra, motivato dal timore di ledere le “libertà” degli islamici alla schedatura da parte del “Verfassungschutz” tedesco di chi critica la crescente influenza dei gruppi religiosi nordafricani e mediorientali fino alle pesanti sanzioni subite recentemente da giornalisti sia di destra che di sinistra in Italia sono segnali preoccupanti.

I numeri degli atti di repressione e censura sono difficilmente ottenibili, le statistiche volutamente tenute in modo da rendere difficile disaggregare i dati.

Nell’Europa occidentale non esistono dati numerici aggregati per causa di contestazione che permettono di quantificare chiaramente il fenomeno, solo la Russia pubblica numeri ufficiali, con circa 1200 procedimenti penali, per la Cina girano dati tra 6000 – 7000 procedimenti, numeri non verificabili.

Per quanto riguarda i Paesi islamici vediamo in cima ovviamente l’Iran, ma Afghanistan e Pakistan non sono lontani, sempre con numeri solo indicativi, dove i delitti di opinione vengono nascosti efficacemente nel gruppo dei “delitti” contro la religione.

Arrivando nella nostra tanto libera Europa, spicca il Regno Unito, dove si parla di 12000 arresti all’anno nel periodo 2021/2023, una cifra che sale a oltre 13000/anno attesi per il 2025/2026.

In Germania il “Verfassungschutz” può schedare e monitorare persone per la sola appartenenza ad associazioni politiche legali ma ritenute “a rischio” da questo stesso ufficio. Le condanne a pene detentive per critiche a politici espresse sui social stanno comunque aumentando.

In Francia l’OCSE-ODIHR parla di 1296 processi di cui 1012 finiti in condanna per reati di opinione contestati sui social. In Italia siamo tra i paesi più liberi, non esiste una statistica, ma per ora sono più che altro alcuni giornalisti, e non i semplici cittadini, ad essere stati presi di mira.

Nella saggezza plurimillennaria popolare italica è ormai convinzione largamente condivisa che Televisone e Giornali sono “addomesticati” al “mainstream” e devono curare con attenzione le loro parole, tanto è vero che la primaria fonte di informazioni è diventata l’insieme dei social, con tutti i problemi, rischi e manipolazioni che questo comporta.

Inutile gridare e strapparsi i capelli: applicando autocensura, attenzioni legali e cautele varie, siamo riusciti a convincere l’uomo comune di credere più ai cinesi di “TikTok” che al TG.

Il desiderio di “educare le masse”, tanto spiccato in tutti i poteri stabiliti, non porta da nessuna parte in popoli come quello italiano dell’anno 2779 dalla Fondazione di Roma, che vanta una lunga storia di governanti eccellenti e pessimi, onestissimi e ladri, affidabili e manigoldi.

Anzi, noi stessi spesso poi usiamo la propaganda dei partiti a nostro favore, la torciamo, deformiamo ed usiamo come ci fa comodo al momento, guardando più le buche nelle strade, le scuole fatiscenti, la sanità in sfacelo e le tasse più alte del mondo piuttosto che le guerre d’altri in giro per il mondo.

Gridiamo in strada partecipando al palcoscenico pubblico, per poi tornare ai nostri interessi molto specifici una volta tornati a casa. Dei quali però è vietato parlare in pubblico.

Indubbiamente le incitazioni all’odio, di qualsiasi tipo esso sia, sono da condannare. Analogamente sono da condannare le discriminazioni, le cattiverie, le maldicenze e le diffamazioni. Ci sono leggi per questo. Sono reati ben conosciuti. Ma un conto incitare altri, un conto avere una opinione propria.

È giusto combattere ogni discriminazione pubblica, ma è una violenza vietarmi di discriminare chi può venire a casa mia. È giusto togliere la parola a chi incita all’odio, ma a me come persona non possono vietare di preferire una persona rispetto ad un’altra.

Un conto è regolamentare la convivenza sociale pubblica, un altro spiare nelle nostre camere da letto per impedirci di pensarla diversamente al “mainstream” globalista imposto dai movimenti “woke” americani.

I governi devono scegliere in base alla maggioranza democraticamente ottenuta se associarsi con Russia, Israele, USA o Iran. Analogamente i singoli cittadini hanno il diritto di scegliere di che opinione essere. I due livelli non devono interferire.

Se il cittadino pensa di poter condizionare il governo, senza avere la maggioranza dei voti, si comporta in modo antidemocratico, se un governo viene ad ascoltare le mie private opinioni scambiate con un amico, scivola nel mondo della STASI e del KGB.

Questo tentativo di “educazione” popolare viene poi vestito di una propaganda di moralizzazione selettiva, che classifica alcuni gruppi di persone come da colpire a prescindere, vedi Russia, vedi Israele, e altri da proteggere, vedi i Paesi della legge della Sharia, come Afghanistan, Pakistan e Iran.

Per i primi democrazia e libertà individuali sono argomenti scrutinati a fondo, per i secondi vale il silenzio selettivo totale. Putin è il nemico pubblico numero uno, è dittatore anche se eletto con largo vantaggio. Israele è criticata perché si difende, ma nessuno propone di mandare truppe ONU per liberare Gaza da Hamas e restituirla ai palestinesi, nessuno manda aiuti al martoriato governo libanese ricattato da Hezbollah finanziata dai Mullah.

Nessuno parla del divieto delle ragazze in Afghanistan a frequentare la scuola, delle condanne a morte per “eresia”. Condanniamo la pedofilia ma nessuno parla dei matrimoni obbligati a 9 anni in Pakistan.

Per non parlare dell’Iran, che nella narrazione Europea appare come un paese aggredito, non come un regime teocratico medievale che spara sulla folla facendo più morti di Bava Beccaris, impicca i gay, caccia con una pulizia etnica feroce gli zoroastriani dal paese e condanna a morte le donne per portare male il velo.

Il perché è semplice: se dico questo in Inghilterra vado in galera. Se lo dico in Germania vengo schedato. Per ora l’Italia è ancora libera. E la cosa più interessante è che se lo dico nell’Arabia Saudita degli Accordi di Abramo di Mohammed bin Salman il governo è d’accordo!

Ma da noi in Europa la libertà di espressione viene filtrata attraverso filtri ben precisi, tutti politici e del tutto indifferenti ai fatti: se parlo contro certi, sono libero di farlo, se parlo contro altri, sono discriminatore, “fobo” e così via. Sconvolge che interi gruppi di persone, che tradizionalmente erano in prima fila per difendere la libertà di pensiero e parola sopra ogni altra cosa, ora si facciano paladini della sopraffazione, della censura, del controllo minuzioso delle opinioni.

Come mai questa evoluzione, questo amore per la censura che su certi social aveva raggiunto livelli a volte ridicoli durante la amministrazione Clinton, Obama e Biden e ora continua, anche con una gestione apparentemente contraria del nostro “alleato” USA?

Quali sono le forze dietro ad una deriva sociale che permette nuovamente di gettare le persone in galera perché esprimono opinioni non allineate? Chiediamoci, sopratutto in Europa, quali sono gli interessi che ci spingono sempre più nel baratro del controllo da KGB?

Trump parla di libertà e diritti civili in Venezuela, ma poi lascia al governo la vice di Maduro perché gli concede la gestione del petrolio. Parla di diritti civili in Iran, ma poi nei fatti offre di fare “la pace” se gli danno uranio e petrolio.

Intanto, continua la collaborazione col Pakistan e la omertà sull’Afghanistan. William Goldman crea la famosa battuta “Follow the money” nel film “All the President’s men” sul Watergate e forse questo mantra dei film gialli può aiutarci a capire meglio i moventi del mondo “woke” e globalista americano che domina l’Unione Europea, più di tutte le analisi politiche, sociali e benpensanti. Come del resto su molte altre cose oggi all’ordine del giorno.

E la libertà? Favola per bambini.

Autore

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui