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La guerra permanente: riflessioni di un professore fuori dal coro

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Stralci del pensiero di John J. Mearsheimer, noto esperto di relazioni internazionali, professore di scienze politiche all’Università di Chicago

In questi primi mesi del 2026, sulla scia dell’anno precedente, stiamo assistendo all’enunciazione di numerose tesi formulate da esperti, opinion leader e politici internazionali, tutte dirette e convergenti nel tentare di convincerci della necessità di prolungare sine die il conflitto in Ucraina e di riarmare l’Europa contro asserite minacce imminenti.

In tale cornice, inoltre, “qualcuno” ha deciso di infiammare ulteriormente il Medio Oriente e rendere oltremodo critici gli equilibri asiatici. Il tutto, infine, aggravato dall’esplosione, nel silenzio dei media, di nuove criticità africane.

Non comprendendo la logica razionale che deve necessariamente sottintendere questa linea strategica, ho riempito la scrivania di libri e articoli per studiare e tentare di comprendere i fili sottili che legano insieme questa complicata matassa, sicuramente variopinta, ma estremamente pericolosa.

Merita ricordare che gli ultimi pontefici hanno e stanno cercando di “urlare” la follia che sta attanagliando l’Occidente. E, forse, anche per questo, sono continuamente attaccati personalmente, cercando di delegittimarne il ruolo.

Pertanto, mi sono posto il seguente quesito che desidero condividere: siamo davvero sicuri che questa narrazione sulla guerra e sul riarmo “necessario” rappresenti un momento isolato, lungo ma destinato a finire nel percorso della cultura liberale occidentale, fondata sui principi di libertà e democrazia, o stia invece evidenziando un tentativo estremo di mantenere uno status quo, da parte di un Occidente disorientato, incapace di accettare un mondo che sta cambiando rapidamente?

Oggi desidero proporvi brevi stralci del pensiero di John J. Mearsheimer, noto esperto di relazioni internazionali, professore di scienze politiche all’Università di Chicago, principale esponente del realismo offensivo, perché ne condivido l’impianto filosofico.

Mearsheimer da anni sostiene la tesi secondo la quale il mondo stia attraversando una fase storica caratterizzata dal ritorno della competizione tra grandi potenze, dopo l’illusione occidentale seguita alla fine della Guerra fredda. Il professore afferma che le guerre tra potenze non sono affatto scomparse.

Al contrario, oggi esistono due rivalità centrali: quella tra Stati Uniti e Russia nell’Europa orientale e quella tra Stati Uniti e Cina nell’Asia orientale. Entrambe queste competizioni potrebbero trasformarsi facilmente in conflitti aperti e duraturi, scenario che stiamo già vivendo. L’analisi parte dalla considerazione che la politica internazionale si svolge in un sistema anarchico, privo di un’autorità superiore.

Ne consegue che ogni Stato deve garantire autonomamente la propria sicurezza, mentre la sopravvivenza diventa l’obiettivo primario. Questa condizione genera diffidenza e paura reciproca, alimentando una competizione strutturale. Gli Stati risultano così intrappolati in una “gabbia di ferro”, costretti a inseguire potere e sicurezza.

Secondo Mearsheimer, la politica delle grandi potenze è inevitabilmente competitiva, anche quando si manifesta cooperazione, sempre “all’ombra” della competizione strategica. Un altro aspetto chiave è il balancing, ovvero il tentativo di contenere la crescita del potere di un rivale attraverso riarmo e alleanze. In questo contesto, l’obiettivo ideale diventa quello di affermarsi come egemone regionale, dominando la propria area e impedendo ad altri di fare lo stesso.

Gli Stati Uniti rappresentano l’esempio più evidente di questa strategia storica. L’esperto critica inoltre il liberalismo occidentale, accusato di proporre una visione morale della politica internazionale, dove la guerra è vista come male assoluto e gli Stati democratici come “buoni”. Il realismo, invece, sostiene che tutti gli Stati agiscono secondo una logica di potere, indipendentemente dal regime politico.

Gli stessi Stati Uniti, pur essendo una democrazia liberale, hanno condotto guerre controverse come in Jugoslavia (1999) e in Iraq (2003), contribuendo anche al fallimento del progetto di “liberal hegemony”.

Parlando della competizione tra Pechino e Washington, Mearsheimer evidenzia come la Cina rappresenti il principale competitor degli Stati Uniti, puntando a diventare la potenza dominante in Asia. Washington risponde attraverso alleanze militari, rafforzamento dei rapporti con Paesi come Giappone, Corea del Sud e Filippine, e mediante pressioni economiche e tecnologiche. In questo quadro, Taiwan emerge come principale punto di tensione: territorio strategico per entrambe le potenze.

Sulla guerra in Ucraina, Mearsheimer respinge la narrativa di un progetto di ricostruzione imperiale da parte della Russia, definendola un “mito”. Secondo la sua analisi, il conflitto sarebbe legato all’espansione della NATO e al tentativo di integrare l’Ucraina nel blocco occidentale.

Richiama inoltre il concetto di guerra preventiva, paragonando la posizione russa alla Dottrina Monroe, storicamente utilizzata dagli Stati Uniti per difendere la propria area di influenza. In conclusione, il mondo sarebbe entrato in una fase multipolare, segnata da rivalità crescenti tra grandi potenze, con il rischio di nuove “guerre fredde” potenzialmente più pericolose di quella del Novecento.

Conclusione

In questi momenti di profonda incertezza globale, torna l’immagine dei ponti, simbolo di connessione, dialogo e riconciliazione. Oggi più che mai emerge l’urgenza di costruire fiducia, favorire l’ascolto e superare pregiudizi e divisioni.

Un percorso che richiede volontà, consapevolezza e forza interiore.
Proviamoci.

In collaborazione con https://www.triesteallnews.it/2026/04/guerra-permanente-analisi-critica-occidente/

Autore

  • Stefano Silvio Dragani

    Stefano Silvio Dragani

    Stefano Silvio Dragani già Generale di Brigata dellìArma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, master di II livello in Studi Africani. Ha svolto incarichi operativi in Italia e varie missioni internazionali anche per l'UE. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale. È stato Special Advisor del Ministro della Sicurezza della Somalia e delle forze di polizia di Rwanda e Uganda. Autore di quattro saggi.

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