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Petrolio, crepa nel Golfo

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Petrolio, crepa nel Golfo

Gli Emirati sfidano Riad e mettono alla prova l’OPEC

Non è una semplice divergenza sulle quote. È una frattura politica che passa dai pozzi e arriva ai tavoli della sicurezza.

La scelta degli Emirati Arabi Uniti di spingere per aumentare la produzione segna un punto di non ritorno dentro l’OPEC e, soprattutto, dentro l’equilibrio del Golfo.

Per anni Abu Dhabi ha investito per costruirsi un margine operativo che oggi vuole monetizzare. La capacità produttiva emiratina ha raggiunto circa 4,5 milioni di barili al giorno, con un obiettivo dichiarato di 5 milioni entro il 2027.

La produzione attuale oscilla tra 3,0 e 3,3 milioni bpd: significa che esiste un “cuscinetto” superiore al milione di barili giornalieri pronto a entrare sul mercato. Un lusso che pochi produttori possono permettersi.

Dall’altra parte, l’Arabia Saudita continua a muoversi in direzione opposta. Riad dispone di una capacità superiore ai 12 milioni di barili al giorno, ma ha scelto di tagliare volontariamente fino a 1 milione bpd per sostenere i prezzi.

Due strategie incompatibili: gli Emirati puntano a guadagnare quote di mercato, i sauditi a difendere il valore del barile.

Il problema è che questo scontro si consuma dentro l’OPEC+, il formato allargato che include anche la Russia. Il gruppo controlla circa il 40% della produzione globale e oltre il 70% delle riserve mondiali.

Ma questo potere esiste solo finché regge la disciplina interna. Se un attore decide di giocare una partita autonoma, il cartello perde credibilità. E quando la credibilità si incrina, i mercati reagiscono prima ancora dei governi.

La mossa emiratina, però, non è solo petrolifera. È geopolitica. Le tensioni con l’Iran, l’instabilità cronica dello Stretto di Hormuz da cui transita circa il 20% del greggio mondiale, e il progressivo avvicinamento agli Stati Uniti e a Israele raccontano una strategia più ampia: costruire autonomia strategica.

Abu Dhabi non vuole più essere il partner di Riad. Vuole essere un attore globale, capace di muoversi tra Washington, Tel Aviv e i mercati asiatici senza chiedere permesso.

L’Arabia Saudita, invece, gioca una partita più complessa: dialoga con Teheran, apre alla Cina, cerca di tenere insieme sicurezza regionale e trasformazione economica interna con il piano Vision 2030. Ma questa trasformazione ha un costo enorme e richiede prezzi del petrolio relativamente alti per reggere.

Gli Emirati hanno già diversificato: finanza, logistica, turismo, tecnologia. Possono permettersi di vendere più petrolio anche a prezzi più bassi. L’Arabia Saudita no, almeno non ancora. E quando due modelli economici divergono, prima o poi diverge anche la politica.

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