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Carlo III al Congresso degli USA

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Post The White House - Two Kings
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La Casa Bianca pubblica su X una foto con Trump e Carlo III accompagnata dalla scritta “TWO KINGS”

Fa un certo effetto, in questi tempi di democrazie stanche e repubbliche tossiche, vedere che a ricordare agli americani l’abc del costituzionalismo liberale debba essere un re. Sì, proprio un re.

Non un presidente eletto, non il Congresso degli Stati Uniti, non una Corte Suprema sempre più intimidita dal clima politico, ma Carlo III, sovrano per investitura ereditaria, che attraversa l’Atlantico e si presenta davanti a Capitol Hill a spiegare ai rappresentanti del popolo ciò che dovrebbero sapere da soli: il potere esecutivo non è onnipotente, i giudici devono essere indipendenti, le società aperte sono più forti di quelle chiuse, e l’Occidente non può girarsi dall’altra parte mentre l’Ucraina viene divorata dall’aggressione russa.

È uno di quei paradossi che solo la storia, quando ha voglia di divertirsi, sa mettere in scena. L’America nata da una guerra contro la Corona britannica si ritrova, nel 250° anniversario della propria indipendenza, a ricevere lezioni di democrazia dal monarca inglese.

E non perché Carlo III abbia fatto politica di parte – anzi, il protocollo glielo vieta – ma perché è bastato elencare principi che fino a pochi anni fa sarebbero sembrati ovvietà condivise perché il contrasto con l’America trumpiana apparisse abissale.

Quando il re ricorda che l'”executive power is subject to checks and balances”, nell’aula si alza un applauso bipartisan. E come potrebbe essere altrimenti? È la frase fondativa del sistema americano.

Solo che oggi suona quasi come una citazione archeologica, un reperto della Costituzione riesumato in mezzo a un presente in cui Donald Trump governa a colpi di ordini esecutivi, pretende obbedienza dal Congresso, insulta i magistrati che non si piegano e considera ogni limite istituzionale una fastidiosa interferenza al culto della propria volontà.

In altre parole: Carlo III ha fatto il minimo sindacale della civiltà costituzionale, e proprio per questo il suo discorso è sembrato rivoluzionario.

C’è poi una sottile ironia, che merita di essere gustata lentamente. Da una parte il re, figura formalmente decorativa, che usa il peso della tradizione per ricordare che la libertà occidentale nasce dall’equilibrio dei poteri, dal pluralismo, dalla cooperazione internazionale.

Dall’altra Trump, presidente in carne e ossa, che usa la legittimazione elettorale come una clava per demolire quegli stessi equilibri, descrivendo migranti, giudici, alleati europei, climatologi e oppositori interni come ostacoli da neutralizzare.

Il monarca parla di NATO e del dovere morale di continuare a sostenere Kiev. Trump da mesi manda segnali di stanchezza, quando non di aperta insofferenza, verso l’impegno occidentale contro Putin.

Il monarca parla di tutela dei sistemi naturali con la discrezione britannica di chi non vuole neppure pronunciare la parola “climate change”.

Trump continua a trattare la scienza come un’opinione negoziabile. Il monarca elogia la società “vibrante, diversa e libera”. Trump continua a vendere al suo elettorato la favola tribale dell’America assediata dagli stranieri.

Due visioni del mondo. Una fondata sulla continuità delle istituzioni. L’altra sull’istinto del capo.

E il dettaglio più esilarante, quasi da commedia nera, è che mentre Carlo III difende i contrappesi democratici, la Casa Bianca pubblica su X una foto con Trump e il sovrano accompagnata dalla scritta “TWO KINGS” e dall’emoticon della corona. Due re. Appunto.

Solo che uno sa di essere un re costituzionale e si muove entro i limiti della storia. L’altro si comporta quasi da monarca assoluto, travestito da presidente repubblicano.

Che Trump abbia poi definito il discorso “fantastico” perché “è riuscito a far alzare in piedi i democratici” dimostra, ancora una volta, la profondità di comprensione politica del personaggio: gli mostrano la radiografia del collasso democratico e lui guarda il televoto.

In un pomeriggio di Washington, insomma, il mondo ha assistito a una scena surreale: la monarchia britannica che salva l’onore della tradizione liberale americana mentre il presidente degli Stati Uniti gioca a fare Luigi XIV con il cappellino Maga.

E se siamo arrivati al punto che a difendere Madison, Montesquieu e l’idea stessa di limite debba pensarci Buckingham Palace, significa che esiste un problema americano.

Autore

  • Mark Pisoni

    Mark L. Pisoni Mark L. Pisoni, traduttore e interprete professionista con una lunga esperienza nei rapporti tra istituzioni europee e nordamericane. Ha collaborato con amministrazioni pubbliche e istituzioni diplomatiche negli Stati Uniti, in Canada e in Europa.

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