Quali saranno le reazioni?
Il Governo ha deciso di perseguire l’obiettivo di una garanzia di minimo salariale non attraverso un salario minimo legale ma rafforzando il sistema contrattuale esistente: il salario fissato dai contratti collettivi sottoscritti dalle Organizzazioni più rappresentative.
Su alcune testate giornalistiche, illustrando il provvedimento del Governo sul “salario giusto”, a me sembra si salti una considerazione e se ne sbagli un’altra, semplificando qualcosa che è invece il punto politico centrale dell’intera vicenda.
“L’intervento mira a contrastare il dumping contrattuale e a fare in modo che nessun lavoratore venga pagato meno di quanto stabilito dai contratti collettivi più rappresentativi” dice Meloni.
Già: ma il problema della misura della rappresentatività resta appeso in aria. Questo il dato saltato e che va invece chiarito perché questo decreto attribuisce a CGIL, CISL e UIL un grosso potere: essendo le più rappresentative, vengono, in sostanza, attribuiti poteri di erga omnes alle loro contrattazioni, almeno sulle retribuzioni.
Di più: legando al salario gusto alcune facilitazioni sulle assunzioni che si riflettono sul costo del lavoro, si da un ausilio al Sindacato nella contrattazione perché pongono i datori di lavoro di fronte a scelte che prima non c’erano.
Ma pongono il problema, se non attraverso la registrazione prevista dalla Costituzione e sempre osteggiata, di come misurare senza equivoci la rappresentatività. Fare finta che non esista è sbagliato.
Veniamo all’errore di semplificazione. In Italia, i contratti collettivi firmati dalle organizzazioni più rappresentative – quelle aderenti a CGIL, CISL e UIL – coprono già circa il 96 – 97% dei lavoratori.
Dunque, la platea che può aspettarsi qualcosa, riguarda solo un 3 – 4% dei lavoratori. In altre parole, si dice, il Decreto ‘certificherebbe’ che la quasi totalità degli italiani già riceve un salario “giusto”, in base al CCNL applicato. L’impatto reale della misura appare dunque molto circoscritto.
In realtà, per essere sinceri, il decreto certifica che il salario giusto è quello definito da CGIL, CISL, UIL. E la differenza non è di poco conto. Infatti, la contrapposta ipotesi, avanzata da più parti ed anche da parte del Sindacato, del salario minimo di 9 Euro/ora, non può restare appesa in aria.
E, a quanto mi risulta, vi sono 22 contratti di lavoro, firmati da CGIL, CISL e UIL, che vedono una retribuzioni orarie inferiore ai 9 Euro. Sono contratti dei settori nei quali i “contratti pirata” abbondano.
Si può partire da lì per affrontare il tema del salario povero. Con risultati che possono diventare davvero interessanti. Sono certo che, inevitabilmente, riprendere con forza la contrattazione farà venire a galla le cause e le forme di distorsione della competitività tra aziende, l’incidenza che sul costo del lavoro fanno pesare l’organizzazione del lavoro e la microstruttura industriale e dei servizi, la mancata attenzione alla produttività.
I temi che, tutti compreso Draghi, pongono sul tavolo come mancato dibattito e decisioni per spiegare il perchè dell’arretratezza dell’Italia rispetto a quanto è necessario fare per ripartire.
Penso che il decreto possa essere visto come una atto di sfida lanciato dalla struttura politica al Movimento Sindacale.
Interpretarlo come uno stimolo a ritornare ad essere forza intermedia oppure come atto di allontanamento dalla partecipazione alla vita del Paese è il problema politico che ora si pone. Quello centrale di questo provvedimento. Aspetto di vedere le reazioni.


Giuseppe Augieri, laureato in Economia e Commercio, Master alla SdA Bocconi, ha seguito corsi di alta formazione in statistica ed econometria. Progettista impianti, impiegato tecnico ENEL, Segretario Generale UIL – Energia, proprietario ed editore del giornale della Federazione, team leader dello start-up della società ENEL di formazione. Già Responsabile di analisi e controllo gestione di un'importante azienda e amministratore delegato di una sua costola internazionale.


