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Il veto su Manus: la geopolitica dell’accesso

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geopolitica dell'accesso

Ulteriore segnale delle tensioni tecnologiche e su IA tra Pechino e Washington

“Non bisogna mai esaurire un argomento al punto che al lettore non resti più nulla da fare, perché non si tratta di far leggere, ma di far pensare”.
Barone di Montesquieu

Se c’è un errore che continuiamo a portare avanti è cercare nel presente degli schemi che appartengono al passato. L’idea di un mondo diviso in blocchi è una semplificazione che rassicura, ma non spiega ciò che accade.

Quello che sta emergendo è un sistema in cui il potere non si organizza più per appartenenza, ma per posizionamento strategico, non è decisivo da che parte stai, ma in quali snodi riesci a entrare, restare e prendere posizione.

In queste ore si apre la visita di Re Carlo III negli Stati Uniti, sappiamo che non è un passaggio protocollare, diplomatico ma il tentativo di riaffermare una relazione storica proprio mentre quell’asse non basta più a garantire coerenza strategica.

Washington è proiettata su una competizione che passa da tecnologia, energia e sicurezza delle reti; Londra cerca una funzione operativa in un contesto che non è più quello di un Occidente lineare.

Il Regno Unito si trova oggi in una posizione intermedia e non del tutto risolta. Dopo la Brexit ha rivendicato una proiezione globale autonoma, ma nel concreto si è scontrato con un limite strutturale, fuori dall’Unione Europea, la sua capacità di incidere sui grandi cambiamenti continentali si è ridotta e il rapporto privilegiato con Washington, mostrando alcune crepe non è più sufficiente a compensare.

Negli ultimi mesi si intravede un tentativo di riavvicinamento all’Europa, non tanto sul piano formale, quanto su quello operativo, sicurezza, difesa, energia, coordinamento industriale. Non è un ritorno, è un adattamento, Londra ha bisogno di rientrare nei circuiti decisionali europei senza rinunciare alla propria autonomia.

Allo stesso tempo, il rapporto con gli Stati Uniti si è fatto più selettivo. Washington guarda al Regno Unito come partner, ma non come priorità strategica. Nel frattempo tutto continua a muoversi, la competizione con la Cina, la gestione delle crisi regionali e la riorganizzazione delle catene tecnologiche spostano il baricentro altrove. Questo riduce lo spazio di manovra britannico e costringe Londra a ridefinire il proprio ruolo.

Il Regno Unito non può più basarsi su un’unica direttrice, deve muoversi su più livelli contemporaneamente, tenere insieme Europa, Stati Uniti e proiezione globale, e non è una scelta ma una necessità.

In un sistema che funziona per incastri variabili, Londra sta cercando di ritagliarsi una posizione che la renda di nuovo rilevante. Non come centro, ma come snodo. E la differenza, oggi, è tutta qui.

Non da meno il viaggio a metà maggio di Donald Trump in Cina per incontrare Xi Jinping, diviene un passaggio che va letto strategicamente. Perché il terreno su cui si confronteranno non è solo politico, ma strutturale, semiconduttori, intelligenza artificiale, infrastrutture digitali. In altre parole, il controllo delle architetture su cui si regge il sistema globale.

Ma c’è una notizia che si inserisce più di altre, diciamo che anticipa il clima del confronto. Pechino ha bloccato un’operazione da 2 miliardi di dollari che avrebbe visto Meta entrare in una startup cinese di intelligenza artificiale.

Il caso Manus non è un episodio isolato, ma un segnale forte. La Cina sta dicendo che l’accesso al proprio ecosistema tecnologico non è negoziabile alle condizioni del mercato globale.

Non è una chiusura generalizzata al capitale straniero, ma una selezione precisa, l’intelligenza artificiale, come i semiconduttori, viene trattata come infrastruttura strategica, non come mercato aperto.

Il punto non è proteggere un’azienda, ma controllare ciò che quell’azienda rappresenta, dati, modelli, capacità di sviluppo. Consentire l’ingresso di un attore esterno significherebbe esporre una parte del sistema, bloccarlo significa invece ribadire che l’accesso non è neutro, ma regolato

Non si tratta semplicemente di protezionismo. È una scelta strategica che riguarda il controllo della filiera tecnologica e, soprattutto, dei dati. In un momento in cui la competizione sui semiconduttori definisce la capacità di sviluppare intelligenza artificiale, sistemi militari, infrastrutture critiche, ogni nodo diventa sensibile e ogni apertura può trasformarsi in vulnerabilità.

La competizione non si gioca più solo sull’innovazione, ma sull’accesso. Chi entra, chi resta fuori, chi controlla gli standard, chi definisce le regole. È una geopolitica delle piattaforme, più che degli Stati.

Nel frattempo altri attori si muovono con logiche diverse ma convergenti. La Turchia attraversa gli schieramenti, tiene insieme NATO e dialogo con Mosca, si proietta in Africa e presidia passaggi chiave. Non si espone, si posiziona. La Russia, meno visibile su alcuni fronti, riorganizza la propria presenza altrove, soprattutto lungo le direttrici energetiche e nei sistemi più permeabili, non arretra ma si ridistribuisce.

Il sistema internazionale funziona sempre più per incastri variabili. Le relazioni non sono stabili, sono funzionali. Possono convergere su un tema e divergere su un altro, all’apparenza potrebbe sembrare incoerenza invece è adattamento.

Gli Stati Uniti restano il perno, ma devono operare in un ambiente in cui il controllo non è più totale. L’Europa resta esposta, ma fatica a trasformare questa esposizione in una linea strategica autonoma. Intorno, crescono attori che non cercano di guidare il sistema, ma di renderlo dipendente dalla loro posizione.

Il punto è che la competizione non è più per il dominio, ma per l’accesso. Non per il controllo pieno, ma per la capacità di entrare, uscire, condizionare. Le rotte, i dati, i chip, le piattaforme: è qui che si decide l’equilibrio.

Il sistema non ha ancora trovato un nuovo assetto stabile, ma non è privo di direzione. Il blocco dell’operazione su Manus, la competizione sui semiconduttori, il viaggio di Trump in Cina non sono episodi isolati sono segnali di una stessa trasformazione.

La domanda non è se emergerà un nuovo ordine, ma chi riuscirà a scriverne le regole prima degli altri.

Autore

  • Elena Tempestini

    Elena TempestiniElena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.

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