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Il viaggio papale in Africa e il suo messaggio

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Il ruggito del “Leone” liberato

Dal 13 al 23 aprile 2026 Leone XIV ha compiuto il suo terzo viaggio internazionale, attraverso l’Algeria, il Camerun, l’Angola e la Guinea Equatoriale. Undici giorni in cui il Pontefice ha messo al centro l’annuncio del Vangelo, il dialogo interreligioso, la promozione della pace e la difesa degli ultimi.

Probabilmente se il Papa non fosse stato villaneggiato da Donald Trump alla vigilia della partenza, i media mainstream, sempre ansiosi di trovare qualcuno da arruolare sotto le bandiere del mondialismo, non gli avrebbero garantito tanta copertura e il pellegrinaggio apostolico internazionale – come tecnicamente si chiama un viaggio pontificio – sarebbe stato meno conosciuto, come del resto spesso accade a quelli che hanno come meta l’Africa, il continente dimenticato, la cui realtà non può essere messa in evidenza abbastanza per non sconfessare tutte le menzogne globali su integrazione, inclusione e sviluppo solidale e sostenibile.

Invece, Leone è stato praticamente tallonato e la sua parola è risuonata forte e, soprattutto, libera e non circoscrivibile in nessuno schema, come dev’essere per un sovrano spirituale universale.

Durante la conferenza stampa sull’aereo di ritorno, Leone XIV  ha asserito che il movente del viaggio non è stato politico, ma pastorale, ossia  «un modo per avvicinarci al popolo nella sua felicità, nella profondità della sua fede, ma anche nella sua sofferenza». E, aggiungo, un modo per prendere contatto con realtà molto diverse. Il viaggio è iniziato il 13 aprile con l’arrivo ad Algeri. Per la prima volta un Papa è arrivato nella terra di Sant’Agostino, ai cui tempi invece dall’Africa romana salirono al soglio petrino ben tre suoi nativi, ossia Milziade, Zosimo e Gelasio.

Il primo fu completamente messo in ombra da Costantino. Il secondo dovette rimangiarsi e correggere, nella Tractoria, alcune posizioni disciplinari incautamente prese nel trattare gli affari delle varie Chiese locali, fornendo anche ad Agostino un modello per rivedere legittimamente diverse sue posizioni in età matura.

Il terzo impostò dottrinalmente, in modo insuperato, il rapporto tra Stato e Chiesa. Come vedremo, Leone è stato, non so quanto consapevolmente, un poco pellegrino anche sulle loro orme.

Il Papa, recandosi ad Annaba (Ippona), ha voluto onorare non solo il fondatore del suo Ordine, la cui spiritualità ha plasmato tutta la sua vita, ma anche un maestro che intride del suo insegnamento il pontificato del discepolo e che ha molto da dare alla Chiesa contemporanea e al mondo tutto, in crisi culturale proprio per la perdita del riferimento dei pensatori classici e sempre attuali.

Nella la visita alla Grande Moschea, a differenza di quanto fatto ad Istanbul, Leone è entrato nel tempio islamico, per dare un segnale di convivenza religiosa tra musulmani e cristiani, specie cattolici. Un gesto tanto più necessario per le condizioni di parziale segregazione in cui sono tenuti i battezzati, ai quali è impedita per legge qualsiasi forma di proselitismo.

Non che i 9000 cattolici possano essere un pericolo per 46 milioni e 810 mila abitanti musulmani in Algeria, ma proprio per il contrario, ossia per evitare la dispersione del piccolo gregge – come avvenuto e avviene in altri paesi arabi nonostante i battezzati fossero colà più numerosi, tipo l’Egitto, la Siria e l’Irak – il Papa ha voluto lanciare appelli al dialogo interreligioso e alla pacifica convivenza con parole alle quali sono stati attribuiti significati polemici, quasi che esse fossero state pronunziate in Occidente, mentre esse possono essere comprese solo nel luogo in cui sono state pronunziate.

Leone ha poi visitato la Basilica di Nostra Signora d’Africa e ha incontrato le autorità civili e religiose, sia cattoliche che musulmane. La consapevolezza della necessità di preservare l’identità cristiana lo ha portato a commemorare la memoria dei Martiri d’Algeria, ossia i beati Pierre Lucien Claverie e i compagni martiri, tra le vittime più illustri della persecuzione islamica in terra d’Africa contro i cristiani.

Essi sono un gruppo di diciannove persone uccise in Algeria tra il 1994 e il 1996 durante la guerra civile. La maggior parte erano sacerdoti o religiosi professi appartenenti a congregazioni religiose. Sette erano monaci trappisti e uno era un vescovo. Le loro nazioni d’origine erano Francia (15), Tunisia (1), Spagna (2) e Belgio (1).

I sette monaci trappisti del loro monastero dell’Atlante furono rapiti intorno all’1:15 del mattino del 27 marzo 1996, dopo che venti uomini armati assaltarono il luogo e presero prigionieri i monaci lasciando due monaci nascosti in stanze separate. Le linee telefoniche erano state tagliate, il che significava che una chiamata alla polizia era impossibile per due monaci nascosti, mentre il coprifuoco forzato significava che i due non potevano guidare fino alla più vicina stazione di polizia. I sette monaci furono tutti decapitati due mesi dopo.

Vennero trovate solo le teste. Le esequie si tennero il 2 giugno nella basilica di Nostra Signora d’Africa ad Algeri e furono sepolti il 4 giugno nel convento di Tibhirine. Gli altri martiri furono uccisi in altre località algerine negli stessi anni.

La loro causa collettiva di beatificazione venne aperta il 31 marzo 2007 e tutti furono dichiarati Servi di Dio. Papa Francesco decretò la loro beatificazione nel 2018 e il gruppo è stato beatificato l’8 dicembre 2018 ad Orano dal cardinale Giovanni Angelo Becciu.

In tal modo Leone ha dimostrato che invocare la pacifica convivenza coi musulmani non significa passare sotto silenzio le persecuzioni dei cristiani, nemmeno laddove essi sono praticamente ospiti, spesso poco graditi, di maggioranze schiaccianti e intolleranti.  Il Papa si è poi soffermato sulla cura degli anziani e dei poveri, temi ovunque attuali, ma particolarmente in Algeria.

Successivamente, dal 15 al 18 aprile, Leone è stato in Camerun e a Yaoundé e Bamenda ha presieduto un importante incontro per la pace nella Cattedrale di San Giuseppe, ha celebrato la Messa allo stadio di Bamenda e visitato l’Università Cattolica dell’Africa Centrale e l’ospedale Saint Paul a Douala.

A Bamenda ha descritto un «mondo al rovescio» dominato da «un manipolo di tiranni» che rischia di distruggere il pianeta, ribadendo che la pace «non va inventata, va accolta». Anche le parole di Leone in Camerun, che non vedeva un Papa dal 2009, ossia dal viaggio pastorale di Benedetto XVI, vanno valutate nel contesto e non sulla base della visione di chi crede che a sud della Libia non esista nulla.

Il Camerun è caratterizzato da estrema fragilità e vulnerabilità, dovute a problemi strutturali, a cui si aggiungono protratte situazioni di conflitto interno e fenomeni di violenza perpetrati da gruppi armati non statali, inclusi affiliati di Boko Haram.

A questo quadro si sommano una presenza massiccia di sfollati e rifugiati, disastri naturali e ricorrenti emergenze epidemiche. In tale contesto, il Camerun si trova ad affrontare conflitti e tensioni etnico-politiche in aumento. Il principale, tra il governo e i separatisti della minoranza anglofona, è iniziato nel 2017 e ha provocato oltre 6.500 morti, circa 600.000 sfollati interni, e ulteriori 73.000 rifugiati in Nigeria.

Evidentemente i tiranni a cui Leone alludeva non sono né quelli del mainstream – che ne ha in mente uno solo – né quelli del mondo più avanzato, ma, senza eventualmente espungere questi dall’elenco, sono i signori della guerra che, in prossimità e in remoto dell’Africa e di altri teatri di conflitto, promuovono violenza e sopruso.

Il riferimento ai potenti finanziatori del terrorismo islamico e non solo mi sembra abbastanza esplicito, ma anche al presidente camerunense Paul Biya, che nonostante i 92 anni detiene ininterrottamente il potere dal 1982, ha mandato molti oppositori in carcere, mantiene rapporti con la vecchia potenza coloniale francese e milita, sembra, nei Rosa Croce, per dare al suo potere una patina di mistero in più, ammesso che fosse necessaria.

Qualcuno ha rinfacciato a Leone di essere andato in un paese dittatoriale. Io ricordo l’efficacia dei moniti per la libertà che Giovanni Paolo II faceva, nei suoi viaggi, dinanzi ai despoti locali, contribuendo non solo a far smottare i regimi bolscevichi, ma anche quelli di Duvalier e di Pinochet. A volte, la libertà di un popolo val bene una stretta di mano con un dittatore e, forse, anche una comparsa al balcone non prevista. E il Papa stesso, al ritorno, lo ha sottolineato.

In Angola, dove è stato dal 18 al 21 aprile,  e in cui l’ultimo Papa a recarsi era stato Benedetto XVI sempre nel 2009, Leone XIV ha visitato Luanda e Saurimo, ha pregato al Santuario di Mama Muxima, ha incontrato anziani e operatori pastorali, e ha celebrato la Messa a Kilamba. Ha sottolineato il ruolo della devozione mariana e il sostegno alla Chiesa locale, anche qui con chiari riferimenti alla disastrata situazione locale.

L’Angola vive una situazione tesa e complessa, caratterizzata da un’economia in difficoltà, forti disuguaglianze sociali e crescente malcontento popolare. Nonostante le vaste risorse di petrolio e diamanti, depredate dalle multinazionali nel silenzio dei (loro) media,  la povertà è diffusa, la disoccupazione è alta e si verificano proteste e tensioni sociali, specialmente a Luanda.

Vi sono spesso manifestazioni contro il governo,  represse con violenza dalle forze di sicurezza, che hanno provocato feriti e disordini, evidenziando un malcontento crescente. Circa metà della popolazione vive in condizioni di povertà, con un netto divario tra l’élite e la popolazione generale.

L’amministrazione del presidente Lourenço (2023-2027) affronta la necessità di diversificare l’economia e migliorare le condizioni di vita, dopo un calo di consensi dell’MPLA, ossia del vecchio partito comunista che, dopo aver retto il Paese dal 1975 con la dittatura precipitandolo  nella guerra civile, oggi lo governa più o meno democraticamente. Le parole di pace di un Papa da un paese del genere hanno più valore di quanto possano averne da una società dove i conflitti sono trattati come videogame.

L’ultima tappa, in Guinea Equatoriale tra il 21 e il 23 aprile, ha toccato Malabo, Mongomo e Bata.  Solo Giovanni Paolo II vi si era recato nel 1982. La Messa è stata celebrata nello stadio di Malabo e vi sono state le visite all’ospedale psichiatrico, alla prigione di Bata, al monumento delle vittime dell’esplosione del 2021 nella base militare di Boankoma e un incontro con giovani e famiglie.

Il Papa ha benedetto la prima pietra di una chiesa della Città della Pace, la erigenda nuova capitale. Anche questa tappa è stata una occasione per promuovere i diritti umani, ad esempio dei prigionieri politici di Bata internati dall’eterno presidente Nguema Mbasogo, amico della Francia e tra i più sanguinari dittatori del mondo.

Questo viaggio è stato occasione per fare, sostanzialmente, diverse ritrattazioni rispetto a quanto, troppo spesso, abbiamo sentito uscire dalla bocca di importanti uomini di Chiesa, e altrettante integrazioni per quel che non abbiamo sentito, specie nell’impostazione dei rapporti tra essa e lo Stato. Per questo ho detto che Leone XIV in Africa è stato un poco come Zosimo o Gelasio.

Prendiamo ad esempio il tema della pace.  Il 23 aprile, sul volo di ritorno, interpellato sui negoziati Usa-Iran, il Papa ha detto: «Come pastore, non posso essere a favore della guerra, troppi innocenti morti». Ha raccontato di aver ricevuto lettere di famiglie di bambini uccisi negli attacchi e di portare con sé la foto di un bambino musulmano ucciso in Libano che lo attendeva con un cartello «Benvenuto Papa Leone!».

Ha invitato a una «cultura di pace» invece che di odio, al rispetto del diritto internazionale e alla protezione degli innocenti, senza spingere per un cambio di regime ma per il dialogo.

Tuttavia, questo pronunciamento, ovvio per un Papa e del tutto condivisibile, non si colloca in un banale pacifismo o peggio nell’antitrumpismo dominante, ma si inserisce in una concezione della politica tutta intera che nei tempi recenti Leone ha ribadito proprio intervenendo a proposito delle aree di crisi più note e parlando da quelle africane assai meno considerate.

L’auspicio del dialogo è un metodo, la convivenza è un fine in vista della pace e della tutela degli innocenti. Chi può sentirsi tirato in causa e soprattutto chi può tirarsi fuori?

Il Medio Oriente e l’Africa sono aree di influenza della Santa Sede e questa mira alla stabilità per tutelare anche la presenza cristiana. In questa prospettiva, la condanna della  minaccia della distruzione della civiltà iraniana da parte di Trump, proferita da Leone prima della partenza, diventa una espressione più che comprensibile e per nulla partigiana, bilanciata sia dall’affermazione che Dio non ascolta le preghiere di chi fa la guerra – rivolte sia ai fondamentalisti evangelici che a quelli islamici ed ebrei – sia ancor più dall’esplicita negazione di voler fare polemica con l’Amministrazione americana, fatta in volo il 18 aprile, dopo aver dignitosamente e fermamente attestato, il 13 aprile, di non aver paura degli USA e di non voler fare il politico ma il pastore.

I tiranni che il Papa ha chiamato in causa sono tutti coloro che irresponsabilmente e volontariamente sovvertono questa stabilità. Ed è un profilo in cui possono rientrare, a turno, purtroppo quasi tutti.

Ma è sulle migrazioni che Leone ha fatto rivivere il Terzomondismo cattolico dopo dodici anni di peronismo anche in materia, nonostante le molte e giuste citazioni del magistero bergogliano durante il viaggio.

Rispondendo a una domanda sulla situazione nelle Canarie, il Pontefice ha definito il fenomeno migratorio come «mondiale» e, capovolgendo la politica che ha portato il Vaticano nel Consiglio per il Capitalismo Inclusivo, ha chiesto provocatoriamente: «Cosa fa il Nord del mondo per aiutare il Sud del mondo?».

Per la prima volta dopo anni i grandi capitalisti mondialisti sono additati come responsabili del saccheggio delle risorse africane e quindi indirettamente delle partenze migratorie, sostenute lungo la strada e all’arrivo da una filantropia spesso molto sospetta, con tentacoli anche nella Chiesa e, purtroppo, con connessioni anche con le organizzazioni internazionali del crimine.

Il Papa ha poi riconosciuto il diritto degli Stati a regolamentare le frontiere, ma ha condannato il trafficking e ha chiesto di trattare gli esseri umani «in modo umano, non trattarli molte volte peggio degli animali».

Ha invitato, quindi, a creare opportunità nel Sud per evitare partenze disperate. Siamo molto lontani dal quadro, molto comodo per tutti, di un Papa contro Trump e i muri. La visione di insieme non ammette palinodie né riduzionismi. Leone è, come Gelasio I, il Papa delle due spade, spirituale e temporale, brandita separatamente da Chiesa e Stato, con la prima che ricorda a tutti la Legge di Dio. Non ad alcuni, ma a tutti.

Il viaggio è stato fortunato anche come tribuna per ribadire quella disciplina della Chiesa che spesso è messa in discussione da prelati che con certi capitalisti vanno molto d’accordo.

Interpellato, infatti, sulla decisione della Conferenza Episcopale Tedesca di benedire appositamente le coppie omosessuali e di fatto – poco romanticamente definite in quel testo irrilevante chiamato Bibbia come sodomitiche e concubinarie – ha ribadito che la Chiesa non prevede benedizioni formalizzate per coppie irregolari, ma ha confermato l’accoglienza pastorale, reinterpretando in modo autorevole e chiaro certi slogan del predecessore, suscettibili di letture più ampie e ambiguo.

Infine, ha condannato fermamente ogni forma di violenza ingiusta, impiccagioni e assassinii (riferendosi anche all’Iran), ribadendo che «la vita umana deve essere rispettata dal concepimento alla morte naturale».

Un monito alla poco santa alleanza tra neomalthusiani e dittature, che salvaguarda la conservazione della ricchezza nelle mani dei pochi privilegiati facendo morti o non facendo nascere.

Al termine del viaggio Papa Leone XIV ha detto di tornare a Roma con «un tesoro inestimabile di fede e di speranza». Un tesoro che, in questo modo, egli ha dato anche a tutti, rialzando di molto il prestigio vero, non virtuale, del Papato.

Il Pontefice che qualche settimana fa Repubblica, il pulpito del fariseismo laico, aveva ingiuriato rinfacciandogli di essersi recato nel Principato di Monaco, reo di essere un paese ricco, non solo è andato tra i poveri, non solo ha costretto le vedove di Scalfari di tutto il mondo a seguirlo e a fargli eco, ma ora si accinge ad andare nella trincea della secolarizzazione anticristiana, la Spagna.

Dove di certo dirà cose molto interessanti, e sgradite a chi non ancora digerisce la presentazione del piccolo Principato monegasco come stato cristiano modello.

Autore

  • Vito Sibilio

    Vito Sibilio

    Vito Sibilio, docente di storia e filosofia nei Licei, PhD in Storia Medievale, storico patrio, scrittore, saggista, co-fondatore di Christianitas, membro dei cc. sc. di Medioevo Latino, Femininum Ingenium, scrive su theorein.it, reportnovecento.com e StoriaDelMondo.

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