È passata da un deficit/PIL dell’8,1% (2022) al 3,1% stimato per il 2025
Italia, il percorso che non si racconta: dai conti fuori controllo al rientro sotto il 3%
Come giornalista economico vi racconto un dato che taglia la nebbia della narrazione: in tre anni l’Italia è passata da un deficit/PIL dell’8,1% (2022) al 3,1% stimato per il 2025. Una correzione di 5 punti percentuali.
Non un aggiustamento tecnico, parliamo di una delle riduzioni più rapide nell’Unione Europea, parliamo dei sacrifici di cittadini ed imprese.
Eppure, il racconto dominante resta quello di un Paese immobile, in affanno cronico, sempre “sorvegliato speciale”. È una fotografia sfuocata, un dipinto falso. Una narrazione patacca.
Ecco i numeri, prima delle opinioni:
2022: 8,1%;
2023: 7,4%;
2024: 3,4%;
*2025: 3,1%.
Il grosso della correzione avviene tra 2023 e 2024, quando il deficit si dimezza. Perchè accade?
In pratica è la fine plastica delle misure straordinarie (leggasi Superbonus e spesa emergenziale) che hanno inciso più di qualsiasi slogan, soprattutto con queste regole di bilancio (supportate da chi ha introdotto bonus dopo averle osteggiate per anni, trasformando il tutto in promessa elettorale mancata).
Gran parte del “buco” italiano non nasce da spesa corrente fuori controllo, ma da misure una tantum che hanno drogato i conti negli anni precedenti e portato qualche voto a politici abituati a lavorare sul consenso fittizio e di pancia.
Quando queste diavolerie vengono riassorbite, il deficit scende rapidamente. Non perché il Paese sia diventato virtuoso all’improvviso, ma perché si torna a una base reale.
Il confronto che cambia prospettiva? Quello con l’Europa. Continente dove chi lancia regole e cavilli poi evita d’applicarli a casa propria, leggasi Germania e Francia.
Mentre l’Italia rientra verso la soglia del 3%, la media dell’Europa sopra. Questo ribalta una narrativa consolidata: non è più Roma a inseguire, ma spesso sono altri a rallentare. Ma guai raccontarlo.
Serve anche onestà intellettuale: il debito pubblico resta elevato. Ma il deficit è la dinamica, il debito è lo stock. Ridurre il primo è la condizione necessaria per stabilizzare il secondo. E l’Italia, numeri alla mano, quella strada l’ha imboccata.
Dire che “non è cambiato nulla” è semplicemente falso. La realtà sta nel mezzo, ma con una direzione precisa: aggiustamento rapido, margini ancora stretti.
I denti sono stretti da noi cittadini medi, dalle PMI e quindi questi sacrifici non vanno raccontati distorti.
L’Italia dal 2022 al 2026 ha lavorato molto per ridurre il deficit e i numeri lo dimostrano.
Il problema, semmai, è che questo non fa notizia.





