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Italia in Scena, la cultura non è più solo un lusso da custodire

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Italia in Scena

Nuova legge per il patrimonio culturale del Belpaese

Con la legge “Italia in Scena”, il Parlamento scrive una riforma coraggiosa del patrimonio culturale: meno Stato – padrone, più territorio, più cittadini.
Finalmente la cultura entra nel vocabolario dell’economia reale.

C’è una parola che il legislatore italiano ha sempre usato con grande pudore quando si parlava di cultura: investimento. Per molti anni il sistema dei beni culturali è stato raccontato come una sorta di fardello nobile, una spesa necessaria e inevitabile, qualcosa da finanziare con una certa malinconia burocratica, come si fa con la manutenzione di un edificio storico che non si vuole lasciar crollare ma che nessuno sa davvero come far vivere.

Poi è arrivata la legge “Italia in Scena”, approvata definitivamente e già in vigore e quella parola ha smesso di essere imbarazzante per chi si occupa di cultura ai vari livelli.

La proposta di legge ha visto come primo firmatario l’On. Federico Mollicone, presidente della Commissione Cultura della Camera, responsabile nazionale Cultura e Innovazione di Fratelli d’Italia.

È una riforma che si può leggere in più modi, in superficie si tratta di un aggiornamento organico del Codice dei beni culturali e del paesaggio con l’introduzione di nuovi strumenti di governance, un’anagrafe digitale del patrimonio, una Strategia nazionale della cultura da varare entro due anni.

Tutto utile, importante e abbastanza tecnico ma analizzando meglio, c’è qualcosa di più ambizioso: un cambio di paradigma sul ruolo dello Stato nella vita culturale della Nazione e sulla relazione tra comunità, territorio e identità.

Il principio che struttura tutta la legge è quello della sussidiarietà orizzontale, significa che lo Stato smette di essere l’unico garante e custode del patrimonio culturale e riconosce ai cittadini, alle imprese creative, agli enti locali e alle reti culturali, la capacità e la responsabilità di partecipare attivamente alla sua gestione e valorizzazione.

Non è una delega al ribasso: è un cambio di prospettiva che porta con sé una dose di fiducia nei confronti di chi abita i territori e ne conosce le storie meglio di qualsiasi ufficio ministeriale.

La Strategia nazionale della cultura, che dovrà coordinare Comuni, Regioni e reti culturali intorno a obiettivi comuni, è il cuore operativo di questa svolta. Finora, il sistema culturale italiano ha sofferto di una frammentazione cronica: ogni ente faceva per sé, i musei dialogavano poco con i teatri, le biblioteche esistevano su un pianeta separato dai festival culturali, le aree interne rimanevano fuori da qualsiasi circuito di promozione.

“Italia in Scena” prova a mettere in sinergia questi elementi, introducendo linee guida nazionali sufficientemente flessibili da essere declinate in modo differenziato sul territorio. Non è la soluzione a tutto, ma è un punto di partenza finalmente importante e credibile.

La cultura smette di essere qualcosa di astratto e diventa qualcosa di cui si ha cura collettivamente. È una differenza che, se applicata davvero, cambia tutto.

Uno degli aspetti più concreti e meno celebrati della riforma è l’attenzione che dedica ai territori che soffrono il cosiddetto “gap culturale”: borghi, aree interne, zone montane, periferie urbane che esistono nelle mappe geografiche ma non in quelle turistiche e culturali.

“Italia in Scena” li porta letteralmente al centro della scena favorendo spettacoli dal vivo, rievocazioni storiche su base scientifica, festival, percorsi tematici e circuiti culturali che usano il paesaggio come palcoscenico continuo.

L’obiettivo dichiarato è portare la cultura sotto casa, ma ancora più importante è la volontà di usare la cultura come leva per tenere in piedi luoghi che altrimenti continuerebbero a svuotarsi.

La legge, ad esempio, mira a facilitare le procedure per mostre temporanee e la circolazione delle opere d’arte dai grandi Musei delle grandi città agli spazi espositivi dei piccoli centri.

Cosa questa molto interessante perché sappiamo bene che i grandi Musei nazionali hanno i magazzini pieni di reperti e opere d’arte che non vengono esposti al pubblico per mancanza di spazio.

Ex teatri abbandonati, chiese sottoutilizzate, fabbriche dismesse, centri storici che
sembravano condannati al declino: tutti questi spazi possono essere riattivati come luoghi di produzione e fruizione culturale, con meccanismi di partenariato pubblico – privato che la legge rende finalmente più praticabili.

Non è un’idea nuova, ci sono esempi eccellenti in tutta Italia di rigenerazione urbana attraverso la cultura, ma è la prima volta che una norma di rango primario costruisce una cornice sistemica intorno a queste esperienze, invece di lasciarle galleggiare come isole di buona volontà senza rete di supporto.

Ma cosa cambia per chi lavora nel settore?

Per teatri, compagnie, reti culturali e imprese creative, la legge apre spazi concreti: nuovi partenariati pubblico – privati, procedure semplificate per prestiti e mostre itineranti, risorse destinate alla Strategia nazionale che si tradurranno in bandi, residenze artistiche e circuiti tematici. Una boccata d’ossigeno per un ecosistema che ha spesso faticato a trovare continuità e visione di lungo periodo.

E poi c’è la questione identitaria, sempre importante per una Nazione matura, valorizzare le narrazioni legate ai luoghi, sostenere le tradizioni locali, dare dignità istituzionale a pratiche culturali che erano rimaste nel limbo tra “folclore” e “patrimonio” non è operazione nostalgica: è un modo per restituire alle comunità un senso di continuità e appartenenza che la modernizzazione a colpi di pensiero woke e politicamente corretto degli ultimi decenni, ha spesso eroso senza rimpiazzarlo con nulla di equivalente.

In un’epoca di crisi di senso diffusa, di incertezze sociali questa non è una funzione secondaria della cultura: è forse la più urgente.

Lo vediamo nel nostro Paese, dove il mix di ideologie fasulle provenienti da certi ambiti lontani anni luce dalla nostra tradizione, unito a cambiamenti sociali che da tempo non hanno avuto risposte dalla politica, ha provocato un indebolimento del senso di appartenenza, dei valori condivisi e dal punto di vista pratico anche l’abbandono di tanti bellissimi borghi antichi che sono diventati, nel migliore dei casi, dormitori per lavoratori stranieri.

C’è un aspetto della riforma che non deve passare in secondo piano rispetto alle narrazioni più evocative, ma che potrebbe rivelarsi decisivo per l’efficacia complessiva del sistema: la creazione di un’anagrafe digitale dei luoghi della cultura.

Significa che per la prima volta si costruisce una mappa sistematica del patrimonio culturale pubblico italiano, integrabile con le piattaforme di smart city e di promozione turistica, consultabile da Comuni, Regioni, operatori e cittadini.

La governance culturale, fino a oggi spesso opaca e poco misurabile nei risultati, diventa più trasparente e strategica: statistiche sui flussi di visitatori, mappe dell’offerta culturale, analisi delle sovrapposizioni e delle lacune diventano strumenti di pianificazione condivisa tra livelli istituzionali diversi.

È un cambio di mentalità non banale, in una Nazione dove la cultura è stata a lungo gestita con una certa allergia alla misurazione dei risultati, come se il solo fatto di esistere fosse sufficiente a giustificare la propria ragion d’essere.

Il cuore politico della legge, quello che la distingue davvero da molte riforme precedenti, è la scommessa esplicita sul fatto che la filiera culturale e creativa non sia solo “spesa” ma investimento.

La cultura genera valore aggiunto diretto e indiretto, traina turismo, trasporti, ristorazione, artigianato, servizi; in un Paese dove il turismo culturale è uno dei principali asset competitivi sul mercato globale, moltiplicare il numero di luoghi e percorsi culturali attivi, non solo i grandi attrattori in molti casi già saturi, ma anche i territori di secondo e terzo livello, significa creare nuove occasioni di sviluppo economico in aree che ne hanno bisogno.

Festival, residenze artistiche, circuiti tematici, percorsi ambientali e naturalistici integrati con l’offerta culturale: tutto questo attrae visitatori, crea occupazione, stimola la nascita di nuove imprese locali, abbassa il tasso di abbandono dei territori.

“Italia in Scena” non è quindi soltanto una legge sulla cultura nel senso tradizionale del termine: è un progetto di politica economica e territoriale che usa la cultura come leva di rigenerazione, con una visione che le politiche di settore italiane non avevano mai raggiunto in modo così esplicito e strutturato.

Mollicone ha messo al centro la cultura come motore di identità, coesione sociale ed economia, la scommessa è chiara, ora tocca ai territori raccoglierla.

Autore

  • Adolfo Tasinato

    Laurea in Comunicazione e Marketing, Master in comunicazione digitale. Iscritto all'Ordine dei Giornalisti, socio della Associazione Giornalisti 2.0. Scrivo per il Nuovo Giornale Nazionale.

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