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Il manifesto della dittatura tecnocratica – I parte

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La Repubblica Tecnologica: i 22 punti di Palantir

È uscito il manifesto politico, tecnologico e imprenditoriale di Palantir, le Pietre Veggenti.

La prima reazione è di sorpresa: mai era accaduto che un’azienda privata esponesse le sue idee – ossia, nel linguaggio imprenditoriale, la sua mission – in forma tanto netta e politicamente orientata.

Pubblicato su X, la rete sociale di Elon Musk – altro esponente della cupola tecnocratica miliardaria – è un riassunto in ventidue punti intitolato “La Repubblica tecnologica in breve”.

Si tratta di un distillato del libro omonimo, uscito a febbraio e subito diventato un best seller, firmato da Alex Karp, cofondatore di Palantir, con Peter Thiel, CEO del colosso tecnologico, insieme con Nicholas W. Zamiska, stretto collaboratore del duo Karp – Thiel.

Il testo è stato oggetto di milioni di visualizzazioni già dalle prime ore della sua diffusione. Va preso molto sul serio: i suoi autori sono tra gli uomini più potenti del mondo, in grado di determinare le scelte che influenzeranno il futuro dell’umanità.

A una prima lettura appare come un documento rivolto essenzialmente agli Stati Uniti – come Stato e struttura di potere – volto a mantenerne il ruolo guida per via tecnocratica.

Palantir è un gigante la cui attività è l’analisi dei Big Data. Opera nel mondo opaco della sorveglianza digitale, della previsione e della tecnologia civile e militare. Ha un ruolo centrale nelle nuove modalità di guerra tecnologica che la cupola globalista sperimenta sul campo tra Ucraina, Medio Oriente e Golfo Persico. Il suo cliente più importante è il deep State americano.

Il manifesto esprime un’ideologia regressiva fatta di volontà di potenza, indifferenza per le ragioni dei popoli e dei singoli individui, all’interno di una prospettiva di dominio tecnocratico oligarchico.

È, dunque, il documento con cui una parte importante delle rampanti élite tecnologiche – legate a doppio filo con le cupole finanziarie d’occidente- esprime la propria visione del mondo e del futuro.

Il titolo del libro lo mostra con chiarezza: “The Technological Republic: Hard Power, Soft Belief, and the Future of the West”, “La repubblica tecnologica: potere duro (o coercitivo), convinzioni deboli e il futuro dell’Occidente”.

Più che di repubblica (ossia dimensione pubblica) si tratta di dittatura oligarchica e più che di tecnologia si tratta di tecnocrazia, posta al servizio degli interessi del grumo di potere con centro negli USA.

Un testo pericoloso, in alcuni punti raggelante, il cui merito principale è la sincerità, in cui alcune luci non rischiarano le troppe ombre che gravano sul nostro destino comune se a vincere sarà il modello Palantir. Preoccupa la vicinanza al progetto ideologico del cosiddetto Illuminismo Oscuro (dark enlightment) teorizzato da Curtis Yarvin e Nick Land.

Prima di esprimere un giudizio sul documento, che rinviamo alla seconda parte dell’elaborato, ci è sembrato giusto riprodurlo integralmente, per consentire ai lettori una valutazione personale.

Poiché anche i dettagli sono importanti, la versione in italiano è quella offerta dal traduttore di X, la rete sociale scelta dagli autori per diffondere il loro messaggio.

La Repubblica Tecnologica: i 22 punti di Palantir. Perché ce lo chiedono spesso, La Repubblica Tecnologica, in breve

1. La Silicon Valley ha un debito morale nei confronti del Paese che ha reso possibile la sua ascesa. L’élite ingegneristica della Silicon Valley ha l’obbligo di partecipare attivamente alla difesa della nazione.

2. Dobbiamo ribellarci alla tirannia delle app (applicazioni). L’iPhone è forse la nostra più grande, se non la più grande, conquista creativa come civiltà? Questo oggetto ha cambiato le nostre vite, ma ora potrebbe anche limitare e restringere il nostro senso del possibile.

3. La posta elettronica gratuita non basta. La decadenza di una cultura o civiltà, e persino della sua classe dirigente, sarà perdonata solo se quella cultura è in grado di garantire crescita economica e sicurezza per la collettività.

4. I limiti del soft power, della sola retorica altisonante, sono stati smascherati. La capacità delle società libere e democratiche di prevalere richiede qualcosa di più del semplice appello morale. Richiede hard power e, in questo secolo, l’hard power si baserà sul software.

5. La questione non è se verranno costruite armi basate sull’intelligenza artificiale, ma chi le costruirà e per quale scopo. I nostri avversari non si fermeranno a indulgere in dibattiti teatrali sui meriti dello sviluppo di tecnologie con applicazioni critiche per la sicurezza militare e nazionale. Andranno avanti.

6. Il servizio nazionale dovrebbe essere un dovere universale. Come società, dovremmo seriamente valutare la possibilità di abbandonare un esercito composto interamente da volontari e di combattere la prossima guerra solo se tutti ne condividono il rischio e i costi.

7. Se un marine statunitense chiede un fucile migliore, dovremmo costruirglielo; e lo stesso vale per il software. Come Paese, dovremmo essere in grado di continuare un dibattito sull’opportunità di un’azione militare all’estero, rimanendo al contempo fermi nel nostro impegno verso coloro ai quali abbiamo chiesto di esporsi al pericolo.

8. I dipendenti pubblici non devono essere per forza i nostri sacerdoti. Qualsiasi azienda che retribuisse i propri dipendenti nello stesso modo in cui il governo federale retribuisce i dipendenti pubblici farebbe fatica a sopravvivere.

9. Dovremmo mostrare molta più indulgenza verso coloro che si sono dedicati alla vita pubblica. Eliminare ogni spazio per il perdono – abbandonare ogni tolleranza per la complessità e le contraddizioni della psiche umana – potrebbe lasciarci con al timone personaggi di cui in seguito ci pentiremo.

10. La psicologizzazione della politica moderna ci sta sviando. Coloro che cercano nell’arena politica nutrimento per la propria anima e il proprio senso di identità, che si affidano eccessivamente all’espressione della propria vita interiore in persone che forse non incontreranno mai, rimarranno delusi.

11. La nostra società è diventata troppo ansiosa di affrettare, e spesso si rallegra, della caduta dei suoi nemici. La sconfitta di un avversario è un momento di riflessione, non di gioia.

12. L’era atomica sta finendo. Un’era di deterrenza, l’era atomica, sta per concludersi e una nuova era di deterrenza basata sull’intelligenza artificiale sta per iniziare.

13. Nessun altro paese nella storia del mondo ha promosso valori progressisti più di questo. Gli Stati Uniti sono tutt’altro che perfetti. Ma è facile dimenticare quante più opportunità ci siano in questo paese per coloro che non appartengono a un’élite ereditaria rispetto a qualsiasi altra nazione del pianeta.

14. La potenza americana ha reso possibile una pace straordinariamente lunga. Troppi hanno dimenticato, o forse danno per scontato, che per quasi un secolo nel mondo ha regnato una qualche forma di pace, senza un conflitto militare tra grandi potenze. Almeno tre generazioni – miliardi di persone, i loro figli e ora i loro nipoti – non hanno mai conosciuto una guerra mondiale.

15. Bisogna annullare l’indebolimento postbellico di Germania e Giappone. Il disarmo della Germania è stato un eccesso di reazione, per il quale l’Europa sta ora pagando un prezzo salato. Un impegno analogo e altamente teatrale a favore del pacifismo giapponese, se mantenuto, minaccerà di alterare gli equilibri di potere in Asia.

16. Dovremmo applaudire coloro che tentano di costruire laddove il mercato ha fallito. La cultura quasi sghignazza di fronte all’interesse di Musk per le grandi narrazioni, come se i miliardari dovessero semplicemente rimanere nel loro ambito di arricchimento personale… Qualsiasi curiosità o interesse genuino per il valore di ciò che ha creato viene essenzialmente ignorato, o forse si cela sotto un velo di disprezzo.

17. La Silicon Valley deve svolgere un ruolo nell’affrontare la criminalità violenta. Molti politici negli Stati Uniti hanno sostanzialmente mostrato indifferenza nei confronti della criminalità violenta, abbandonando qualsiasi serio tentativo di affrontare il problema o assumendosi qualsiasi rischio con i propri elettori o finanziatori nel proporre soluzioni e sperimentare soluzioni in quello che dovrebbe essere un disperato tentativo di salvare vite umane.

18. La spietata esposizione della vita privata delle figure pubbliche allontana troppi talenti dal servizio pubblico. La sfera pubblica – e gli attacchi superficiali e meschini contro coloro che osano fare qualcosa di diverso dall’arricchirsi – è diventata così spietata che la repubblica si ritrova con un nutrito gruppo di inefficaci e vuoti burocrati, la cui ambizione si potrebbe perdonare se al loro interno si celasse un autentico fondamento di valori.

19. La cautela nella vita pubblica che involontariamente incoraggiamo è corrosiva. Chi non dice nulla di sbagliato spesso non dice quasi nulla.

20. Bisogna contrastare la diffusa intolleranza verso le credenze religiose in certi ambienti. L’intolleranza dell’élite nei confronti delle credenze religiose è forse uno dei segnali più eloquenti del fatto che il suo progetto politico costituisca un movimento intellettuale meno aperto di quanto molti al suo interno vorrebbero far credere.

21. Alcune culture hanno prodotto progressi vitali; altre rimangono disfunzionali e regressive. Tutte le culture sono ormai uguali. Critiche e giudizi di valore sono proibiti. Eppure questo nuovo dogma ignora il fatto che certe culture e persino sottoculture… hanno prodotto meraviglie. Altre si sono dimostrate mediocri e, peggio ancora, regressive e dannose.

22. Dobbiamo resistere alla tentazione superficiale di un pluralismo vuoto e privo di significato. Noi, in America e più in generale in Occidente, negli ultimi cinquant’anni abbiamo resistito alla definizione di culture nazionali in nome dell’inclusività. Ma inclusione in cosa?

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