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La terza guerra mondiale è già iniziata

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terza guerra mondiale

E si combatte senza dichiarazioni

Non ci sono fronti dichiarati, ufficiali, ma la guerra di oggi vediamo che è frammentata, distribuita, intermittente, non si combatte solo in un luogo preciso ma attraversa energia, finanza, tecnologia, infrastrutture globali.

Mentre osserviamo lo Stretto di Hormuz come se fosse il centro del mondo, il sistema si muove altrove.

Il petrolio non è più solo una materia prima, sta cambiando lingua, si lega a valute alternative, ridisegna gli equilibri monetari, scardina silenziosamente l’architettura costruita nel secondo dopoguerra, non è una crisi energetica, ma una riconfigurazione del potere.

Allo stesso tempo, esistono guerre che non entrano nei radar mediatici, come Haiti, dove lo Stato è già oltre il collasso.

Nel Sahel, tra Mali, Niger e Burkina Faso, dove non siamo più davanti a semplici crisi interne, stiamo assistendo a una progressiva espulsione dell’influenza occidentale e all’ingresso di nuovi attori.

Qui la presenza russa non è episodica ma strutturale. Ci sono accordi di sicurezza, accesso a risorse minerarie e un controllo indiretto del territorio.

Un corridoio geografico che collega Africa subsahariana, Mediterraneo e rotte migratorie verso l’Europa. Concentra risorse strategiche come uranio, oro, materie prime critiche fondamentali per energia e tecnologia.

Ed è uno spazio dove modelli di potere alternativi a quello occidentale possono consolidarsi senza confronto diretto.

In Sudan, c’è una guerra civile ad alta intensità, che sta ridisegnando gli equilibri del Mar Rosso, uno dei corridoi marittimi sulla scena del ridisegno delle rotte per il commercio globale.

Attori regionali e potenze esterne si muovono senza esporsi direttamente, mentre, sullo sfondo, si gioca il controllo delle rotte e delle infrastrutture portuali dove c’è una guerra invisibile solo per chi non guarda.

E poi c’è Cuba, un luogo abbandonato, dove gli ospedali sopravvivono senza materiali di prima necessità, senza medicine. Non è un teatro di guerra, non è un nodo energetico e non controlla rotte strategiche decisive, quindi non è urgente fare qualcosa per la popolazione ed è proprio qui il punto.

Cuba vive una crisi che non è improvvisa, ma strutturale. Un sistema sanitario che per decenni è stato un modello di modernità ed eccellenza, oggi è sotto pressione costante con carenza di farmaci, di attrezzature, e di materiali essenziali.

Questo non accade per una sola ragione, ma per una convergenza di fattori: l’embargo economico che limita accesso a risorse, tecnologie e mercati, una struttura economica interna fragile e poco diversificata, il crollo del turismo e delle entrate in valuta forte negli ultimi anni, l’isolamento finanziario che rende complesso anche importare beni di base

Il risultato non è un collasso spettacolare.
È qualcosa di più lento e più profondo è un logoramento che è diventato una crepa sistemica nel nuovo ordine globale.

Nel sistema attuale, la visibilità non è proporzionale alla gravità, ma alla rilevanza geopolitica. Cuba non viene “lasciata” nel disastro per una scelta esplicita.
Viene lasciata perché non è centrale e, nel mondo di oggi, non essere centrali equivale a essere invisibili.

Attenzione, questo diventa un segnale.
Perché mostra cosa accade quando un Paese esce dalle grandi direttrici del potere globale; non viene distrutto, viene lentamente consumato.

Questa dinamica non riguarda solo Cuba.

Riguarda tutte quelle aree del mondo che non sono abbastanza strategiche da essere stabilizzate, ma nemmeno abbastanza irrilevanti da essere ignorate del tutto.
Vivono in una zona grigia permanente.

Nel frattempo, il vero campo di battaglia si è spostato sotto i nostri piedi e sopra le nostre teste: cavi sottomarini, rotte commerciali, snodi logistici. fornitura di dati.
Le infrastrutture non vengono distrutte mai, ma controllate, deviate, rese vulnerabili, una guerra di accesso, non di occupazione.

E mentre in Europa si celebrano nuovi accordi energetici come quello della Spagna di Sánchez, noi si paga un prezzo più alto per avere meno controllo e così la dipendenza cambia forma, ma non scompare.

Quello che stiamo vivendo non è un disordine temporaneo ma un cambio di paradigma nel quale non esistono più la pace da una parte e guerra dall’altra, esiste una tensione permanente, che continua a essere gestita, modulata, utilizzata.

Una guerra senza dichiarazione è una guerra senza limiti. Il vero rischio più grande? non è l’escalation ma l’abitudine. Quando la guerra diventa invisibile, diventa anche accettabile.

E, a quel punto, non serve più vincerla, basta che continui. Ed è proprio nella continuità che si consolida il nuovo ordine. L’instabilità permanente sta ridefinendo le regole senza bisogno di dichiararle; nel tempo lungo non vince chi conquista, ma chi riesce a rendere normale ciò che prima era impensabile.

Autore

  • Elena Tempestini

    Elena TempestiniElena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.

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