Nuove regole da porre in essere
L’Italexit resta l’unica prospettiva? Non necessariamente: basterebbero che le formiche divenissero un po’ più cicale.
In questo aiutate da nuove regole del Patto di stabilità che, nell’attuale formulazione, sono stupide, come lo erano al tempo di Romano Prodi. Ossia incapaci di adattarsi alla realtà non uniforme della UE. Con il risultato che alla fine tutti ne escono danneggiati.
L’editoriale di Carlo Cottarelli di qualche giorno fa (Il Corriere della sera, 18 aprile) merita un’attenta considerazione sia per il realismo dimostrato, che per i suggerimenti forniti.
Specie nel momento in cui Eurostat ha confermato che il deficit di bilancio per l’Italia lo scorso anno è stato pari al pari al 3,1%. Di conseguenza il Bel Paese rimarrà nel limbo della procedura d’infrazione.
Né sembra che la Commissione europea sia intenzionata a sospendere o almeno discutere le regole del Patto di stabilità, almeno fin quando non si verificherà quella piccola catastrofe economica e finanziaria, rappresentata dalla severe economic downturn prevista dai Trattati.
In pratica una piccola Caporetto, senza che vi sia poi un generale Diaz capace di rimediare. Si spera, comunque, che qualcosa si possa fare. Essendo la speranza sempre l’ultima a morire.
Cottarelli ci ricorda che: “tra il 2022 e il 2026, la Grecia, con un tasso di crescita medio del 2%, avrà ridotto, (…) il debito pubblico di 42 punti percentuali di PIL, il Portogallo (crescita del 2,3%) di 26 punti, Cipro (crescita 3,7%) di 29 punti, la Spagna (crescita del 2,7%) di 11. Tutti questi Paesi, tranne la Spagna, hanno ormai un surplus di bilancio. L’Italia (crescita 0,7%) nel 2026 avrebbe lo stesso livello del debito del 2022”.
Dall’accostamento delle cifre si può osservare come a un diverso tasso di crescita del PIL corrisponda una conseguente riduzione del debito pubblico. Difficile non concordare.
Anche se l’osservazione fa male al cuore: visto che nell’area dell’euro, aveva scritto il Governatore della Banca d’Italia nelle sue Considerazioni finali del 2023, “l’economia italiana è quella con la minore crescita del prodotto per abitante nell’ultimo quarto di secolo”.
Un’osservazione che sa tanto di epitaffio. Resta tuttavia da capire perché questa maledizione si rinnova continuamente. Che cosa hanno in comune quei Paesi che Cottarelli porta ad esempio? Ovviamente, un tasso di crescita maggiore, ma questo risultato è solo la conseguenza di una diversa politica economica.
E, allora, è lì che bisogna scavare. Utilizzando sempre i dati del Fiscal Monitor, presi in considerazione da Cottarelli, alcune analogie balzano agli occhi. Cipro e la Grecia presentano un forte deficit delle partite correnti per gli anni 2022/2026: pari rispettivamente all’8,8 ed al 6,5% del PIL. Il Portogallo e la Spagna, invece, sono in attivo.
Ma, per entrambi, l’acquisizione di questo target è solo relativamente recente. Dalla nascita dell’euro, infatti, il deficit spagnolo è stato pari, in media, all’1,4% del PIL all’anno, quello portoghese addirittura al 3.9%. Mentre per l’Italia si è registrato un surplus dello 0,2%.
Queste relative divergenze hanno avuto un effetto cumulativo ben più evidente sulla posizione patrimoniale netta verso l’estero e sulle riserve ufficiali in oro e valuta. La posizione debitoria dei Paesi considerati è pari 77,5% del PIL per Cipro; al 136,8% per la Grecia; al 50,2% per il Portogallo ed al 44,8% per la Spagna.
L’Italia, invece, ha una posizione creditoria verso l’estero pari al 15,4% del PIL. Differenze quindi che pesano è trovano riscontro nella diversa dotazione di riserve ufficiali. Quelle di Cipro ammontano a 2,1 miliardi di euro; quelle greche a 15,7 miliardi; quelle spagnole a 112 miliardi; quelle portoghesi a 62,7; mentre quelle italiane sono pari a 393,5 miliardi. Golia in mezzo a tanti piccoli Davide.
Ancora più impressionante il confronto sul debito consolidato del settore privato. Secondo Eurostat, a fine 2025, la situazione era la seguente. Il debito di Cipro ammontava al 275,9% del PIL; quello della Spagna al 152,8%; quello del Portogallo al 168,4%; quello della Grecia, dopo la cura da cavallo imposta nel 2011 a 106,4%. Quello dell’Italia al 104,4%. Comunque inferiore a quello francese (133,1%) ed a quello tedesco (117,%).
Dati che vanno richiamati, se non altro, per ricordare l’impegno profuso da Silvio Berlusconi, negli anni della crisi, per convincere i riottosi partner europei che negli equilibri finanziari complessivi di un singolo Paese non conta solo il debito pubblico. Anche quello privato deve essere oggetto di particolare attenzione. Suggerimento poi accolto nei parametri previsti dal Six Pact.
Ma torniamo a bomba, per mettere in luce le diversità che esistono, nell’intendere le lezioni di economia politica. Seguendo il ragionamento di Carlo Cottarelli, risulta evidente che convenga essere cicale piuttosto che formiche.
Per avere una maggior crescita del PIL, che, a sua volta abbassa i parametri del debito pubblico (trattandosi di un rapporto), conviene spingere la domanda interna oltre il potenziale produttivo esistente.
L’eccesso di domanda (consumi più investimenti interni) dà luogo ad un deficit più o meno permanente delle partite correnti, che è finanziato da prestiti esteri. Il tutto destinato a durare almeno fin vi sia qualcuno disposto a coprirne i relativi buchi. Come dice un vecchio detto romano: “finché dura fa verdura”.
Invece, nell’essere formiche al danno si unisce la beffa. Quanto al danno basti pensare a quel malessere sociale che, dalla nascita dell’euro, ha caratterizzato la società italiana. Un “purgatorio” secondo Antonio Fazio, Governatore della Banca d’Italia.
Ben più grave è il fatto che l’Italia, è ormai sprofondata in un cul-de-sac da quale è difficile uscire. Entrando nell’euro il suo debito era già pari al 108,5% del PIL, contro una media europea del 59,5.
Nel 2024 questi rapporti erano rispettivamente pari al 134,9 ed al 79,3%. A sottolineare che la differenza era rimasta quasi la stessa. Per quali motivi? L’innestarsi di un circolo vizioso: una politica economica attenta solo agli equilibri di finanza pubblica produce un effetto depressivo che riduce il tasso di crescita.
Non crescendo il denominatore, o crescendo troppo poco, il rapporto debito PIL invece di diminuire cresce. O, nelle migliori delle ipotesi si stabilizza. Ed ecco allora che al danno si unisce la beffa: crisi sociale da un lato, rimbrotto europeo contro i soliti italiani.
Che fare? Dunque, immaginiamo di tornare alla vecchia lira. Avendo riserve valutarie pari quasi al 20% del PIL la politica economica potrebbe assumere un carattere espansivo. La Banca centrale potrebbe praticare tassi di interesse molto più bassi.
I sindacati, invece di vagheggiare “rivolte sociali”, potrebbero contrattare salari maggiori, specie nei punti più solidi dello sviluppo capitalistico. La spesa pubblica potrebbe aumentare, privilegiando gli investimenti. Il tutto fin quando le partite correnti della bilancia dei pagamenti rimanessero in surplus. O, almeno, non si trasformassero in un deficit preoccupante.
Questo è stato, del resto, il modello posto in atto tra il 2001 ed il 2007. Allora vi fu un modesto passivo delle partite correnti (-0,7% del PIL) contro un surplus più consistente a partire dal 2013 (1,6% annuo). La crescita fu dell’1,1% all’anno, contro lo 0,8 del periodo seguente. Ma il debito scese dal 108,5 al 103,5%; contro il successivo aumento fino al 134,9% del PIL.
Da un punto di vista più generale la spiegazione è relativamente semplice. Spingere a favore dell’estero, implica inevitabilmente un contenimento della domanda interna, stante le attuali caratteristiche dell’offerta di beni e servizi. L’Italia, infatti, può essere competitiva soprattutto agendo sui prezzi.
Quindi, rivalendosi sui salari a causa della bassa produttività media che caratterizza l’intero sistema. Tra il 2001 ed il 2007 il deficit commerciale ha inciso per una percentuale pari allo 0.6% del PIL. Nel secondo periodo, invece, il surplus, pari al 2,1%, è stato più consistente; ma non certo in grado di cambiare il profilo del quadro complessivo.
Condizionato, com’è, dal peso relativo della domanda interna (consumi più investimenti) che da sola valeva oltre il 100% del PIL nel primo caso e un po’ più del 98% nel secondo.





