La strategia sotto vincolo di un pacificatore improbabile
Con l’avvicinarsi dell’anniversario dell’attacco di Pahalgam, in cui terroristi sostenuti dal Pakistan uccisero 26 turisti in base alla loro religione nella regione del Kashmir indiano, il Pakistan si ritrova a recitare un copione familiare.
Su un palcoscenico si presenta come un mediatore responsabile in una delle crisi più pericolose del Medio Oriente, tentando di facilitare il dialogo tra Iran e Stati Uniti.
Su un altro, rimane invischiato nell’ombra irrisolta del terrorismo transfrontaliero in Kashmir, dove l’India continua a ritenerlo responsabile delle uccisioni del 2025 a Pahalgam.
L’emergere del Pakistan come intermediario nella crisi iraniana, così come fu
un partner chiave degli Stati Uniti nella “guerra al terrore” guidata da Bush 25 anni fa, è stato accolto con forte scetticismo.
Islamabad ha ospitato colloqui, facilitato comunicazioni riservate e persino contribuito a ottenere un fragile cessate il fuoco tra Washington e Teheran.
Il capo dell’esercito, Asim Munir, è stato al centro di questo sforzo, sfruttando relazioni con Washington, Riyadh e Teheran per posizionare il Pakistan come canale di dialogo. Eppure, proprio la struttura di questa mediazione ne rivela i limiti.
Il Pakistan non è un attore imparziale. È uno Stato che bilancia dipendenze strategiche incompatibili.
Da un lato, un’ostilità sistemica verso Israele, alimentata da correnti religiose e ideologiche diffuse nella società.
Dall’altro, la ricerca di leadership nel mondo islamico, che lo ha allontanato dalla sua tradizione storica di pluralismo e tolleranza. Mantiene una partnership di sicurezza con l’Arabia Saudita, relazioni complesse con l’Iran e una lunga storia di allineamento con gli Stati Uniti.
Il suo ruolo non è, quindi, quello di un mediatore neutrale, ma di un intermediario tattico: utile per trasmettere messaggi, incapace, però, di determinare gli esiti.
Questa limitazione è emersa chiaramente nel fallimento dei colloqui di Islamabad.
Dopo ore di negoziati, le divergenze fondamentali tra Iran e Stati Uniti sono rimaste irrisolte. Il Pakistan può convocare, trasmettere e ritardare. Ma non può imporre soluzioni. Non è un fenomeno nuovo.
Il Pakistan cerca da tempo rilevanza diplomatica attraverso la mediazione, soprattutto quando la sua posizione regionale è sotto pressione. Inserendosi in crisi lontane, tenta di ridefinire la propria immagine: da problema di sicurezza a fornitore di soluzioni. Ma questa strategia si scontra sistematicamente con le sue contraddizioni interne.
L’attacco di Pahalgam è il centro di questa contraddizione. L’uccisione di civili nel 2025 ha riacceso le tensioni con l’India, che accusa il Pakistan di legami con reti terroristiche transfrontaliere. Islamabad nega, chiedendo un’indagine indipendente, ma il modello di accuse e smentite dura da decenni.
La questione non è solo l’attribuzione delle responsabilità. È la credibilità. Uno Stato accusato ripetutamente di tollerare o sostenere attori non statali non può allo stesso tempo rivendicare l’autorità morale necessaria per mediare altri conflitti. Il divario tra questi ruoli è troppo ampio per essere ignorato.
Qui entrano in gioco le dinamiche interne del Pakistan. La sua politica estera non è guidata solo dalla leadership civile, ma è profondamente influenzata dall’apparato militare. La stessa istituzione che oggi si propone come costruttrice di pace ha storicamente perseguito strategie asimmetriche nel proprio vicinato.
Questa dualità non è casuale. È il riflesso di una dottrina di sicurezza, che varia a seconda del teatro operativo. Nel caso iraniano, il Pakistan cerca stabilità: un conflitto regionale minaccerebbe i suoi confini, la sicurezza energetica e un’economia già fragile.
In Kashmir, invece, l’instabilità è stata spesso vista come leva strategica. Il risultato è una politica estera situazionale, adattiva, ma non coerente.
Il contrasto, quindi, non sorprende. È prevedibile. C’è anche un’ironia geopolitica più profonda: lo stesso Iran ha talvolta tentato di mediare tra India e Pakistan.
I ruoli si scambiano, ma la logica resta identica. Gli Stati oscillano tra conflitto e mediazione, senza affrontarne le cause strutturali. I sostenitori del Pakistan affermano che la mediazione dovrebbe essere valutata indipendentemente dal passato.
Che uno Stato può evolversi. Che la diplomazia, anche imperfetta, è preferibile all’escalation. C’è del vero. La capacità del Pakistan di mantenere aperti i canali tra Washington e Teheran potrebbe aver evitato un’escalation più rapida.
Ma la diplomazia non è solo accesso. È fiducia. E la fiducia si costruisce nel tempo.
Il bilancio del Pakistan non ispira la sicurezza necessaria per sostenere il ruolo che oggi rivendica. La sua mediazione appare transazionale, legata a incentivi immediati più che a una strategia stabile. Anche nei colloqui con l’Iran emergono dubbi sul reale peso di Islamabad e sul fatto che sia visto come mediatore o semplicemente come un luogo utile.
L’anniversario di Pahalgam rende tutto questo evidente. Ricorda che il conflitto più rilevante del Pakistan resta irrisolto e che il suo comportamento continua a minare le sue ambizioni globali.
Alla fine, il Pakistan non è un pacificatore improbabile. È un pacificatore prevedibile. Uno Stato che media dove deve e destabilizza dove può. Questa non è diplomazia. È strategia sotto vincolo.





