Lo squallore di volgarità gratuite rivolte al Presidente del Consiglio
Vladimir Solovyov, un cafone propagandista di Putin, ha coperto di improperi in italiano Giorgia Meloni.
L’elegante intellettuale da salotto Saviano la aveva definita bastarda, ora il buzzurro della steppa lo ha superato in surplace: vergogna del genere umano, bestia pura, idiota certificata, Giorgia Puttana-loni, donna brutta, malvagia, cagna fascista e, dato che si trovava comodo, troia traditrice.
Ma la notizia mirabolante non è questa.
È la ridicola risposta dell’ambasciatore russo in Italia, Alexey Paramonov, degna di un film comico sulla guerra fredda.
Convocato alla Farnesina come previsto dal protocollo diplomatico, Paramonov non si è limitato a prendere atto. Ha aperto i social e ha definito la convocazione “una cantonata”, perché – sostiene – “nessun rappresentante delle autorità russe ha mai espresso giudizi offensivi nei confronti suoi o dell’Italia”.
Il trucco verbale sta tutto in quel “rappresentante delle autorità.” Solovyov non è un’autorità, dunque lo Stato russo non c’entra.
Peccato che nella Federazione Russa si finisca in carcere per aver chiamato “guerra” l’invasione dell’Ucraina. Si venga arrestati per aver protestato contro il costo del pane. Si sparisca per un post su Telegram che contraddice la linea del Cremlino.
In un paese dove una maestra è stata denunciata per aver mostrato ai bambini un disegno con i colori della bandiera ucraina, non esiste voce pubblica che non sia autorizzata.
Solovyov non è un privato cittadino obnubilato dalla vodka che sfoga le proprie opinioni: è un cane fedele che abbaia nella direzione esatta in cui il padrone punta il dito. E Paramonov lo sa meglio di chiunque altro.
Ma l’ambasciatore non si è fermato qui. Ha promosso Solovyov a “noto giornalista russo, peraltro assai capace e popolare” e ne ha collocato le invettive su “un canale online privato”.
Deve aver faticato molto per non ridersi addosso, mentre difendeva l’indifendibile e promuoveva chi insultava, trasformando una volgarità televisiva in un incidente diplomatico tanto vero, quanto voluto.
Eppure il copione diplomatico era semplicissimo: “Deplorevole, non rappresenta la posizione ufficiale della Federazione Russa”. Ventidue parole, il minimo sindacale della decenza fra Stati.
Paramonov, invece, ha preferito farci una pernacchia. Alla già devastata immagine della Russia ha fatto più danno lui di Solovyov.
Perché Solovyov è un cane che abbaia tenuto a catena: fa quello per cui è pagato. Paramonov è il rappresentante ufficiale di uno Stato sovrano che dovrebbe garantire il filo residuo fra Roma e Mosca. Ma quel filo lo ha tagliato lui, con sfacciataggine su un social network, alle undici di sera.
Un dettaglio che nessuno ha sottolineato abbastanza: Solovyov ha insultato in italiano. Non per il telespettatore di Mosca che non capirebbe una sillaba, ma per quello di Milano, di Roma, di Napoli. Non è folklore da talk show: è una sfacciata operazione di guerra ibrida, che usa la lingua del bersaglio come arma.
Meloni ha risposto con la misura che la circostanza richiedeva: “Non abbiamo fili, non abbiamo padroni e non prendiamo ordini”. Frase che chiude definitivamente tre anni di accuse di putinismo.
L’ironia amara è che il certificato di indipendenza atlantista glielo ha firmato proprio il Cremlino, con una raffica di insulti così sguaiati e volgari da non lasciare margine ad alcuna ambiguità.
Resta l’assenza che pesa come un macigno, quella delle furie femministe sempre pronte a indiavolarsi per una parola non declinata al femminile.
Silenzio totale sui delicati epiteti, “puttana”, “cagna” e “troia”, rivolti alla prima donna presidente del Consiglio nella storia della Repubblica, per di più da un apparato di propaganda straniero.
Se queste parole fossero uscite dalla bocca di un consigliere comunale di centrodestra di uno sperduto paesino semi inabitato e rivolte, per esempio, a Elly Schlein, avremmo minimo tre interrogazioni parlamentari, un presidio sotto Montecitorio e i titoli di testa per una settimana.
Con il Cremlino, il femminismo italiano diventa improvvisamente afono. Selettivo nella indignazione come nella solidarietà.
Ma la domanda vera riguarda la Farnesina più che il Cremlino. Quante convocazioni può assorbire un rapporto diplomatico prima che diventi una liturgia vuota e, soprattutto, inutile?
Paramonov è stato convocato, ha risposto senza vergogna con uno sberleffo pubblico e stamattina è ancora al suo posto, con le sue credenziali intatte e la sua residenza romana.
A un certo punto, convocare non basta più. Servono le valigie.






