Fatti, idee del manifesto e giudizi
Il testo che riporto mi preoccupa perché non è neutrale: è un’interpretazione fortemente critica di un libro “The Technological Republic” e della visione di aziende come Palantir Technologies.
Per orientarsi davvero, bisogna separare tre livelli: fatti, idee del manifesto e giudizi (spesso molto caricati) di chi lo critica.
Ne spiego le ragioni. La prima cosa importante è fare attenzione al tono. Parole come “dittatura tecnocratica”, “cupola globalista”, “deep state” non sono descrizioni oggettive: sono etichette ideologiche. Servono a creare una cornice emotiva (paura, allarme, sospetto), più che a spiegare. Con questo non significa che il tema sia innocuo — ma che il testo che hai letto è già una lettura orientata, non il documento “puro”
Cosa dice davvero (in sostanza) quella visione. Il manifesto riassume una posizione che, semplificando, suona così: la tecnologia (soprattutto software e IA) sarà il cuore del potere geopolitico; le democrazie occidentali devono rafforzarsi anche militarmente; le aziende tecnologiche devono collaborare attivamente con lo Stato; l’innovazione non deve essere frenata da troppi scrupoli ideologici o burocratici; la competizione globale (Cina, Russia, ecc.) è vista come una corsa inevitabile.
Questa visione è spesso associata a figure come Alex Karp e Peter Thiel. Ma dove nasce la mia legittima inquietudine.
Ci sono punti realmente delicati, che vale la pena prendere sul serio:
a) fusione tra tecnologia e potere militare. Quando si dice che “l’hard power si baserà sul software”, significa: guerre più automatizzate, uso massiccio di dati e IA, decisioni sempre più tecniche, meno politiche, con il rischio di perdita di controllo democratico;
b) ruolo delle aziende private, come ad esempio Palantir, che analizzano dati sensibili, lavorano con eserciti e governi, creando una zona grigia tra pubblico e privato, con il rischio di far gestire il potere da soggetti non eletti;
c) visione elitaria, in base alla quale alcune élite tecnologiche “devono guidare”, sostenendo che non tutte le opinioni o culture sono equivalenti, il che comporta una possibile deriva oligarchica (pochi decidono per molti);
d) normalizzazione della guerra tecnologica, allorché dire “le armi IA verranno comunque sviluppate” implica un passaggio da “se” a “quando”, con l’accettazione della competizione armata, unita a una possibile corsa agli armamenti digitali.
Ma, attenzione, non è automaticamente una “dittatura”, qui serve equilibrio. Questa visione non equivale automaticamente alla fine della democrazia, con un complotto globale e il controllo totale della popolazione. Piuttosto è una dottrina strategica dura, tipica di momenti storici di competizione tra potenze. Un po’ come durante la Guerra Fredda.
Appare, peraltro, un riferimento all'”Illuminismo oscuro”, di Curtis Yarvin e Nick Land. Questa corrente (Dark Enlightenment) sostiene idee come la critica della democrazia liberale, preferenza per sistemi più gerarchici ed efficienti.
È vero che alcune idee circolano in ambienti tech, ma dire che tutto il progetto Palantir sia una filosofia è una semplificazione forte. Tradotto in modo semplice: cosa “vogliono” davvero?
Se togliamo la retorica, il messaggio centrale è: “L’Occidente deve usare tutta la sua tecnologia (anche militare) per restare dominante nel mondo che cambia”.
Non è un piano segreto. È una visione esplicita di potere. Quindi ci si deve preoccupare, non nel senso di panico o “dittatura imminente”. Ma è giusto essere vigili, critici e informati.
Perché il vero nodo è questo: chi controlla la tecnologia che controlla il mondo. La lettura più lucida (non ideologica) evita due estremi: “È tutto un complotto tecnocratico globale” oppure “È solo innovazione neutrale e positiva”.
La realtà è nel mezzo: la tecnologia sta diventando potere, il potere cerca sempre più tecnologia, con il conflitto tra sicurezza e libertà che aumenterà.





