“Luigi XVI. L’uomo, il re, il martire” il nuovo splendido libro di Emiliano Procucci
Arriva nelle migliori librerie la nuova opera del professor Emiliano Procucci su Luigi XVI, grande (non solo per la statura gigantesca) e sfortunato (Ed. BastogiLibri, collana De Monàrchia, dal titolo “Luigi XVI. L’uomo, il re, il martire”.
I più lo ricordano ghigliottinato il 21 gennaio 1793: vittima della fase più cruenta della Convenzione repubblicana, dominata da Massimiliano Robespierre, più fanatico e sanguinario che “incorruttibile”.
Alla figura dell’ultimo re di Francia sono state dedicate centinaia di volumi e saggi. Procucci ne illumina con partecipe sagacia la figura emblematica di “spartiacque” nella storia, non solo francese, tra due “mondi”: la tolleranza e l’intolleranza religiosa. Paradossalmente a difendere la prima, e quindi la sua libertà non negoziabile, fu proprio il Re.
Coerentemente cattolico, egli risultò incompatibile con i “rivoluzionari” che imposero al clero il giuramento di fedeltà al Nuovo Ordine e ai cittadini il culto di un vago Essere Supremo. Al netto della sua raffigurazione scenica in forme femminee, quel culto cancellò la libertà di coscienza, conquistata proprio durante il regno di Luigi XVI.
Procucci, va evidenziato, è componente della Consulta dei senatori del Regno, usbergo della monarchia costituzionale istituita in Italia da Carlo Alberto di Savoia-Carignano con lo Statuto del 1848, poi “passato” al Regno d’Italia nel 1861. Alcuni capisaldi di quella Carta sono stati fatti propri dalla Costituzione italiana vigente.
Il Re martire
Nell’immaginario prevalente Luigi XVI è ricordato quasi solo perché fu ghigliottinato a Parigi, in piazza della Rivoluzione, la gelida mattina del 21 gennaio 1793. Caso inconsueto, la lama lo uccise ma non gli spiccò nettamente il capo dal collo. Pertanto il boia Charles-Henri Sanson replicò il macabro rito.
“Finito il lavoro”, come d’uso prese per i capelli la testa sanguinante e la “mostrò al popolo”. I più pensarono e parecchi ancora ritengono che così la Francia saldò il conto con l'”assolutismo”, malgoverno di aristocratici nullafacenti che campavano a spese dei cittadini, tutti virtuosi e laboriosi.
La personalità e l’opera di Luigi XVI furono soffocate dal rullio dei tamburi sovrastanti le sue ultime parole, riferite da Sanson, “boia” diligente: «Signori, io muoio innocente di tutti i crimini di cui vengo incolpato. Perdòno coloro che hanno causato la mia morte e prego Dio che il mio sangue non debba mai ricadere sulla Francia.»
Ma chi fu “Luigi Capeto”, come Luigi XVI di Borbone venne detto dall’11 agosto 1792, quando i repubblicani lo spogliarono dei poteri regi?
I precedenti Luigi: il Re Sole e il dissoluto Luigi XV
Dei Borbone re di Francia e di Navarra, Luigi Augusto, futuro Luigi XVI (Versailles, 23 agosto 1754 – Parigi, 21 gennaio 1793), fu indubbiamente il migliore, insieme a Enrico IV. Di certo fu anche il più sfortunato. Nell’arco di due secoli sul trono di Francia si susseguirono solo cinque sovrani.
Dopo l’insuperato Enrico IV il Grande (1589 – 1610), che chiuse le guerre di religione con l’editto di Nantes a beneficio degli ugonotti e morì assassinato da un ex frate fanatico, François Ravaillac, e il debole Luigi XIII (1610 – 1643), succubo del cardinale Richelieu, Luigi XIV (1638 – 1715) si conquistò la fama di “Re Sole” e l’apprezzamento postumo di Voltaire, scevro dall’adulazione.
Assunto l’esercizio effettivo del potere alla morte del cardinale Giulio Mazarino, seconda Eminenza grigia della Corona (1761), Luigi XIV modernizzò la macchina dello Stato e, valendosi di talenti quali François-Michel Louvois e Sébastien Vauban, migliorò nettamente la fiscalità, l’organizzazione del territorio e la forza propulsiva della Francia, che rafforzò i confini e si affermò nello spazio extraeuropeo.
Però, con l’intolleranza nei confronti delle minoranze a-cattoliche (giansenisti, quietisti e soprattutto ugonotti, costretti, con la revoca dell’editto di Nantes, a scegliere fra conversione ed esilio, oltre, s’intende, alla discriminazione degli ebrei) il re si alienò molte simpatie e avviò una politica militare che si risolse in trent’anni di guerre quasi sempre offensive, pressoché ininterrotte: sequenza di vittorie smaglianti, di sconfitte mortificanti (fu il caso del lungo e vano assedio di Torino, nel 1706) e, ciò che più conta, di enormi spese e logoramento, senza contropartite costruttive sul lungo periodo.
Ne ha recentemente scritto Alessandro Mella in un bel libro sulle rovine e vittime di quella fase della guerra di successione sul trono di Spagna.
Con la costruzione del sontuoso Castello di Versailles, immerso in vastissimo parco, il Re Sole creò un monumento della regalità trionfante, circondata da aristocratici e “grands commis” costretti a svenarsi per essere ammessi alla sua corte e non passare dalla gloria al carcere perpetuo, come la “maschera di ferro” reclusa a Pinerolo.
Luigi XIV separò il sovrano dalla “città”, che prese a marciare per conto proprio. Chiuse la lunga stagione di intrighi degli Orléans, ma gettò i semi della “rivoluzione” che nacque proprio dalla contrapposizione tra ceti urbani, forti della loro crescente ricchezza finanziaria, e nobiltà, ancorata alla rendita e all’esercizio di cariche lautamente pagate e compensate con prebende che svenavano l’erario.
Luigi XV (1710 – 1774), fragile e dissoluto, dopo due reggenze e il lungo predominio del cardinale Fleury (1726 – 1746), rimase perpetuamente succubo dei suoi capricci, di camarille e delle molte amanti, insaziabili di privilegi, più che di “soddisfazioni”.
Sconfitta nella guerra dei Sette anni (1756 – 1763), durante il suo regno la Francia si avviò al declino, segnato dal contrasto tra lo sfarzo della Corte, l’ingordigia della borghesia in ascesa e il crescente malcontento della popolazione contadina e urbana, vessata da tasse, balzelli e “corvées”.
Luigi XVI, un grande Re
Alla morte prematura del fratello maggiore (1761), Luigi Augusto (futuro Luigi XVI), divenne Delfino. Morto il padre, Luigi Ferdinando (1765), divenne erede diretto del nonno, Luigi XV. Nel 1770, a soli quindici anni, sposò la quattordicenne Maria Antonietta d’Asburgo-Lorena, figlia di Maria Teresa, che calcava la corona di Sacro Romano Imperatore.
Di statura imponente e, a differenza dei predecessori, di costumi molto castigati (tanto da essere sospettato di devianza o almeno di impotenza), Luigi XVI salì al trono il 10 maggio 1774 e fu solennemente incoronato nella cattedrale di Reims l’11 giugno 1775 con il rito davidico della sacra unzione, risalente a Clodoveo.
Da sovrano smantellò il gineceo del nonno, improntò la vita di corte a sobrietà e si circondò di ministri capaci agli Esteri, alla Guerra e alle Finanze, affidate a Jacques Turgot.
Dette impulso alle esplorazioni oceaniche di Jean-François La Perouse, sostituì Turgot con il facoltoso e abile Jacques Necker, calvinista, inviso a gran parte della corte, oltre che al clero cattolico, al quale subentrarono, di seguito, Calonne, Brienne e ancora Necker, ma, tardivamente, nel 1788.
Tre le imprese fondamentali della sua politica estera spiccò l’invio del corpo militare comandato da Marie-Joseph La Fayette (1778) a sostegno degli Stati Uniti d’America in guerra per l’indipendenza dalla Gran Bretagna: ruolo solennemente riconosciuto dal trattato di pace stipulato a Parigi.
Tra i tanti “americani” da lui accolti con favore a Parigi vi fu Benjamin Franklin, massone come George Washington e la quasi totalità dei firmatari della dichiarazione d’indipendenza del 4 luglio 1776.
Nel 1775 Luigi XVI venne iniziato massone nella loggia appositamente allestita a corte. Il Parlamento di Francia non aveva registrato la scomunica dei massoni nel 1738 fulminata da papa Clemente XII con la costituzione apostolica “In eminenti apostolatus specula”, ribadita nel 1751 da papa Benedetto XIV con la costituzione “Providas romanorum pontificum” (ne ha scritto recentemente Luigi Pruneti in “Chiesa e Figli della Vedova”, a cura di Sabrina Conti).
Come ampiamente documentato da Pierre Chevallier, il re, i suoi fratelli, Luigi, conte di Provenza, Carlo, conte d’Artois, e un folto numero di aristocratici tra i quali Filippo d’Orléans, gran maestro del Grande Oriente di Francia, “massonizzavano”.
Altrettanto in logge di adozione o esclusivamente femminili facevano dame molto vicine alla regina Maria Antonietta, figlia del massone Francesco Stefano di Lorena, granduca di Toscana. Era il caso della principessa di Lamballe, Luisa Maria Teresa di Savoia, meritevole di apposito “ritratto”, e della duchessa di Polignac.
L’Editto di tolleranza (firmato dal re a Versailles il 7 novembre 1778 e registrato dal parlamento il 29 gennaio 1788) formalizzò per i cristiani la libertà di culto. Non meno rilevanti furono l’abolizione della servitù della gleba (di fatto pressoché estinta) e il ripugnante uso della tortura nei procedimenti di polizia e giudiziari.
Sovrano illuminato, come altri Borbone coevi, quale Carlo III, re di Napoli e poi di Spagna, riluttante ai conflitti che avevano sconvolto l’Europa nella prima metà del Settecento e si erano risolte, con la guerra dei Sette Anni, nel primo conflitto planetario, combattuto dalle Americhe all’Indie oltre che nel cuore dell’Europa, Luigi XVI non nutrì particolare simpatia per il belligero Federico II di Prussia.
Largo di protezione verso artisti e scienziati di tutte le discipline, e in specie verso quelli che concorrevano a incrementare la produzione di beni essenziali di consumo, appagato dalla figliolanza, coronata dalla nascita di Luigi Carlo, futuro Luigi XVII (1785-1795), prigioniero del Terrore nella Torre del Tempio e fatto morire di stenti, il re ritenne infine di dover consultare i francesi con la convocazione degli Stati Generali, che non si radunavano dal 1614.
La loro solenne adunata, inaugurata in forma religiosa, venne preceduta dalla raccolta di “cahiers de doléance”, che costituiscono un imponente censimento delle condizioni economiche, sociali e sanitarie del regno più vasto, potente e complessivamente ricco d’Europa.
Proclive all’ascolto e alla comprensione, ma nient’affatto pavido, come efficacemente argomenta Emiliano Procucci, Luigi XVI fu tetragono nella sua fede di cristiano cattolico, incrollabilmente convinto del suo dovere verso l’Altissimo e interprete della missione di re di Francia e Navarra come testimonianza verso Dio.
Era pertanto destinato a entrare in rotta di collisione con il corso politico-istituzionale imboccato dal Terzo Stato quando, il 9 luglio 1789 nella Sala della Pallacorda, i suoi rappresentanti si autoproclamarono Assemblea Nazionale costituente e giurarono di non separarsi sino all’assolvimento del proprio compito.
Esso fu scandito dalla dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino (26 agosto 1789) e dall’approvazione della costituzione che garantì l’inviolabilità della persona del sovrano, la sanzione regia delle delibere del legislativo e il diritto di veto.
Due visioni della libertà
Dopo l’emblematico assalto alla Bastiglia (14 luglio) e la condivisione del tricolore, nato dall’unione del rosso-blu di Parigi con il bianco dei gigli borbonici, il re accettò senza soverchie obiezioni molte imposizioni sgradevoli, come il trasferimento nel Palazzo delle Tuileries sotto l’incalzare della folla, ormai protagonista del corso storico.
In condizione di semilibertà, la famiglia reale subì ripetute umiliazioni, colte in tutta la loro gravità da chi, come Vittorio Alfieri, abbandonò Parigi disgustato dal “populace”.
Molte capitali estere non percepirono che la “rivoluzione”, cioè il sovvertimento dell’Ancien Régime, avrebbe contagiato l’Europa senza che si intravvedesse un Ordine Nuovo dai lineamenti costituzionali definiti.
L’indebolimento dello Stato (la “grande paura”, la divaricazione tra Parigi e l’esagono, l’inarrestabile crisi finanziaria, il crollo delle certezze quotidiane e lo spettro della fame e delle conseguenti malattie…) all’estero suscitò viva soddisfazione in quanti ritenevano che la Francia, preda del caos, avrebbe cessato per un tempo indeterminato di costituire una minaccia per gli altri Paesi.
Nessuno previde che nel volgere di appena otto anni l’uovo della rivoluzione si sarebbe dischiuso e avrebbe preso il volo l’Aquila di Napoleone Buonaparte, che nel 1792 – 1793 era un giovane ufficiale tentato dalla suggestione giacobina.
Il 2 novembre 1789 la Costituente deliberò, a larga maggioranza, la nazionalizzazione dei beni ecclesiastici, messi in vendita per garantire i titoli di Stato (gli “assegnati”) e corrispondere ai parroci una “congrua” a compenso della loro funzione pubblica.
Fu una manna per quanti (non solo borghesi ma anche aristocratici ed ecclesiastici intruppati con il Terzo Stato) ne acquistarono quantità ingenti a condizioni vantaggiose.
In Francia si registrò il più vasto trasferimento di beni immobili dall’evo medio alla rivoluzione industriale. Il 13 febbraio 1790 l’Assemblea nazionale sciolse tutti gli ordini e le congregazioni che non svolgessero attività ospedaliera e docente. Più tardi respinse la proposta di dichiarare religione di Stato quella cattolica.
Infine, l’apposito comitato ecclesiastico approntò il progetto di costituzione civile del clero, approvata il 12 luglio dall’Assemblea nazionale. Essa ridusse le diocesi da 135 a 83, quanti erano i dipartimenti; introdusse l’elettività dei parroci e dei vescovi, l’obbligo del clero di risiedere nei luoghi di elezione e la loro retribuzione da parte dello Stato.
Poiché papa Pio VI (1775 – 1799) tardava a concedere il “placet” richiestogli il 1° agosto tramite l’ambasciatore di Francia a Roma, il 4 gennaio 1791 la Costituente deliberò che vescovi, parroci e vicari dovevano giurare fedeltà come ogni funzionario pubblico, pena la perdita del “trattamento”.
Con stupore generale, il clero si divise nettamente tra ecclesiastici che prestarono giuramento (“sermentés”) e quanti lo rifiutarono (“réfractaires”). Poiché occorreva sostituire i vescovi refrattari con altri fedeli al nuovo regime, Claude-Maurice Talleyrand -Périgord, già vescovo di Autun, ordinò due vescovi (24 febbraio 1791) imitato da Jean-Baptiste Gobel, che ne consacrò 36.
Il 10 marzo Pio VI condannò la costituzione civile del clero e il 13 aprile sospese “a divinis” i preti “sermentés”.
Un conflitto insanabile
La lacerazione del clero investì il re e la regina, che per sé vollero confessori e celebranti esclusivamente refrattari. Su quel “limes” Luigi XVI respinse nettamente ogni compromesso, mostrando la coerenza della sua concezione della monarchia come missione.
Ogni potere viene da Dio. E a lui, non ad altri, il suo titolare ne risponde. Quella certezza fa comprendere il rigore mantenuto dal re dal suo arresto e deposizione il 10-11 agosto 1792: giornate di sangue culminate con l’eccidio di circa 600 guardie svizzere e almeno 200 nobili accorsi in sua difesa.
Le stragi di settembre, con momenti di efferatezza belluina, come il linciaggio della principessa di Lamballe, sventrata e decapitata dalla plebaglia che ne portò la testa conficcata su una picca sotto le finestre della prigione del Tempio, osceno messaggio per Maria Antonietta, non fecero che chiudere la cornice della “rivoluzione” e separarla dalla storia precedente.
A quel punto era inevitabile la conclusione: la condanna di Luigi XVI e della regina alla pena capitale e la loro esecuzione nella piazza della Rivoluzione. Al patibolo il re fu condotto in carrozza; Maria Antonietta su un carretto (16 ottobre 1793). A favore della pena di morte votò anche Filippo d’Orléans, che si spacciava come “cittadino Filippo Égalité”. Non ne beneficiò. A sua volta finì ghigliottinato.
Quasi tutti i più accesi sostenitori della necessità di quella “giustizia” vennero uccisi (Jean-Paul Marat) o ghigliottinati (Jacques Danton, Maximilien Robespierre, Louis-Antoine de Saint Just…). L’illuminista massone Nicolas de Condorcet perorò la condanna del Re all’ergastolo. Fu a sua volta incarcerato e morì in prigione.
L’abate Henri Grégoire, “sermenté”, votò contro la pena di morte. A più di due secoli di distanza, il dibattito sulla condanna dell’ultimo re di Francia e il suo epilogo conserva intatta la propria attualità, in un presente costellato di guerre, terrore e sangue, non meno allucinante degli anni compresi tra il “glorioso Ottantanove” e il Termidoro, e oltre.
Il Re Sacerdote
La rievocazione di Luigi XVI proposta dall’opera di Emiliano Procucci riporta all’attenzione il termine “monarchia”, con i suoi fondamenti metastorici e sacrali. Quel re morì da re: da “sacerdote”, in una piazza oggi intitolata “Concordia”, in uno Stato che non ha mai riesaminato ufficialmente l’equità dei processi conclusi con l’ostentazione delle teste ghigliottinate del re e della sua consorte.
Molti storici hanno considerato e considerano ineluttabili, “fatali” le stragi, la “legge sui sospetti” e il “Terrore”, che per un paio d’anni crearono uno Stato oggettivamente criminale. Erano via obbligata verso il Progresso o follia al potere?
La “Comune insurrezionale” parigina si erse a mito per quella del 1871, finita nel sangue, e venne considerata da Lenin profezia del regime comunista. Quest’ultimo, non a caso, mostrò il suo vero volto proprio con il massacro dello zar Nicola II e di tutta la sua famiglia, oltreché con la condanna ed eliminazione fisica dei massoni, con un preciso capo d’accusa: essere borghesi riformisti e rappresentare dunque l’unica alternativa agli opposti estremisti.
Il denso lavoro di Emanuele Procucci va dunque oltre gli scopi della “Associazione Luigi XVI”, che si prefigge meritoriamente di «riscoprire in modo più sereno e meno fazioso uno dei personaggi più importanti di quel periodo storico». Esso costituisce termine di confronto per chi non “giudica e manda” ma indaga, ricerca e propone documenti e li affida alla meditazione del lettore: una lezione perenne di libertà.
Il volume di Emiliano Procucci ha la prefazione di S.A.R. Luigi di Borbone e l’introduzione di mons. Luigi Negri, vescovo di San Marino e Montefeltro. Pubblica documenti rari e poco noti, che meritano riflessione per comprendere le ripercussioni della Rivoluzione francese su questo “Occidente” che ora sta vivendo una stagione di acuto contrasto tra Magistero del Pontefice e capi di Stato che si arrogano competenze in materia di dottrina cristiana. È dunque un libro di stringente attualità.





