Cosa dobbiamo aspettarci?
Nel mulinare di dichiarazioni, tutte coerentemente contraddittorie, c’è un metodo?
È la domanda dell’anno, da quando Donald Trump si è reinsediato alla Casa Bianca con un piglio ancora meno prevedibile del primo mandato.
Da ingenui cittadini pensiamo che l’agenda del POTUS, e di qualsiasi altro dirigente politico di calibro, sia talmente fitta che poco tempo resta per baloccarsi con i media.
E, invece, il Nostro ha sempre il tempo per una conferenza stampa, per la dichiarazione all’amico giornalista, per il post su Truth.
La testata “Verità” la dice lunga sull’intenzione presidenziale di occultare la verità sotto un cumulo di notizie fuorvianti. Fake news presidenziali? L’uomo più potente al mondo deve essere accreditato di serietà e compunzione.
Per l’eterogenesi dei fini lo sforzo trumpiano (e putiniano) di disarticolare l’Europa sta portando ad una nuova articolazione europea. Dove il Regno Unito rientra dalla porta di servizio, con lo status di ex membro che torna a corteggiare l’amata nella speranza di rimettersi insieme. Keir Starmer accetta Erasmus e le politiche di ricerca, è parte sostanziale della difesa comune grazie all’iniziativa dei Volenterosi.
I quattro Grandi – Francia, Germania, Italia, Regno Unito – si incontrano a Parigi per stabilire una linea comune riguardo a Hormuz e in generale al difficile rapporto con il Presidente americano. Non deve essere facile superare l’irritazione per le contumelie pubblicamente declamate.
Macron da ragazzo impertinente è divenuto un discolo incorreggibile, Starmer un codardo, Meloni tradisce l’amicizia che egli le ha benevolmente accordato. Merz è al momento risparmiato, nessuno può battere in antipatia (per Trump) il predecessore Angela Merkel: rammentiamo il rifiuto di stringerle la mano a favore delle telecamere.
Ora che Orbán, l’amico perduto, ha lasciato il posto a un moderato europeista che non si affretta a chiamare Trump né Putin, l’Europa sembra veramente distanziarsi dagli Stati Uniti. Resta il nodo di fondo della NATO.
L’organizzazione continua a funzionare, malgrado il giudizio di inutilità emesso dal Presidente. È integrata nel deep state americano, questo non intende perdere un “asset” strategico ed economico di immensa portata. E dunque si lascia scivolare le critiche e continua “business as usual”.
La tregua con l’Iran – la guerra finirà fra pochi giorni, chiarisce da Las Vegas – consente la riapertura di Hormuz, in cambio della sospensione degli attacchi aerei americano-israeliani alle infrastrutture iraniane.
Il petrolio cala, le forniture riprendono, anche se i danni apportati dai bombardamenti alle istallazioni in Qatar e nel Golfo hanno ricadute sulla loro entità. Di qui l’esigenza della Commissione europea di approntare un piano per il risparmio energetico.
Sarebbe anche l’ora che i Ventisette decidessero per un’autentica politica comune dell’energia. L’esperienza della pandemia dovrebbe soccorrere. Quando l’Unione si muove assieme, i risultati vengono e non ci sono liti fratricide fra gli stati membri a chi si accaparra prima il prodotto salvifico.
L’agenda americana diverge dall’agenda israeliana, il dato emerge riguardo alla tregua in Libano. L’istruzione americana di smetterla con i bombardamenti ferma l’IAF. Non ferma né fa arretrare le IDF dalla parte occupata di territorio libanese: circa l’8% con un milione di sfollati fuggiti a nord. Non tutti ascrivibili alle fila di Hezbollah, hanno il torto di mischiarsi ai miliziani e non ne prendono le distanze.
Resta il nodo del disarmo di Hezbollah. Le LAF sono inidonee al compito, il Capo di Stato Maggiore vola a Washington in cerca di sostegno. Non basterà a trasformare un esercito esitante e intimamente poco coeso in una macchina efficiente.
Israele accetta la tregua suo malgrado, conserva la facoltà di intervenire in Libano ogniqualvolta si manifesti o rischi di manifestarsi una minaccia alla propria sicurezza. Il passaggio sul rischio di manifestarsi implica che Gerusalemme mantiene la totale discrezionalità circa i modi ed i tempi della autodifesa preventiva.
La strategia di Netanyahu di fare piazza putita dei nemici ovunque si trovino – a Teheran, Damasco, Gaza, Beirut – subisce il freno di Trump. Non si capisce se la diversità di vedute fra i due leader sia temporanea e tattica – il gioco del buono e del cattivo – o stia davvero maturando in America un sentimento di distacco da Israele.
È probabile che pesino l’attesa delle elezioni legislative e l’ipotesi che alla Knesset si profili una diversa maggioranza. Che si avveri l’obiettivo dell’opposizione: “everything but Netanyahu”.





