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Approvato il Decreto Sicurezza: le proteste senza senso della sinistra

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Decreto Sicurezza

Cartelli contro il governo a sostegno dei diritti di chi?

Stordita al punto di non capire contro cosa stia protestando. Disorientata perché sembrerebbe difendere i delinquenti. Così è apparsa la sinistra al momento del voto del Decreto Sicurezza.

I cartelli sventolati a Palazzo Madama parlavano chiaro.

Due formule alternate, stampate in tipografia, fondo rosso e caratteri bianchi.

Sul primo: “Governo Meloni, meno sicurezza, meno diritti”.

Sul secondo, identica grafica e messaggio opposto: “Zero risorse, zero sicurezza”.

Delle due, l’una. Non possono coesistere entrambe le accuse, sugli stessi banchi, nello stesso minuto. Invece coesistono, perché l’obiettivo non è dire qualcosa di vero, è riempire l’inquadratura.

Nel frattempo, novantasei voti approvavano un decreto di trentatré articoli, stretta sul piccolo spaccio, zone a vigilanza rafforzata, sanzioni ai genitori dei minori sorpresi col coltello. La sinistra protestava. Con un sorriso da foto-ricordo.

Il punto vero, tuttavia, sta altrove. Sta in ciò che la sinistra ha scelto di combattere e in ciò che ha scelto di tacere.

Combatte il decreto che punisce chi spaccia. Tace sullo spaccio nei cortili delle scuole.
Combatte la norma che sanziona il porto del coltello ai minori. Tace sugli accoltellamenti notturni, sulle bande giovanili che battono i quartieri a ranghi serrati.

Combatte le espulsioni degli irregolari. Tace sui dati del Viminale che inchiodano la sovrarappresentazione straniera nei reati violenti.

Combatte lo sgombero delle occupazioni. Tace sulle anziane che rientrano dall’ospedale e trovano la porta forzata, i mobili accatastati in cortile, dieci anni di cause civili davanti.

Denuncia ogni volantinaggio di destra come rigurgito neofascista. Non trova parole per gli assalti dei centri sociali, categoria che non ha simmetrico sull’altro fronte, giacché i centri sociali di destra non esistono. L’intera galassia antagonista è politicamente omogenea. E politicamente impunita.

C’è poi il paradosso più grande, quello della libertà.

Bandiera che la sinistra sventola da decenni come patrimonio esclusivo. Eppure, per esistere, urla al fascismo ogni mattina, perché senza un nemico immaginario di oltre ottant’anni fa non saprebbe come alzarsi dal letto.

Insulta chi dissente e poi denuncia il clima d’odio. Occupa università in nome del dialogo. Esclude dai collettivi chi pensa diversamente in nome dell’inclusione. Pretende libertà d’opinione per sé e chiama estremismo qualunque voce fuori dal coro.

Impedisce di parlare agli ospiti ufficialmente invitati negli atenei, con contestazioni organizzate, fumogeni, assalti ai palchi, scorta costretta a evacuare l’oratore dal retro.

Blocca la presentazione dei libri scomodi, entrando nelle librerie a volto coperto, strappando locandine, minacciando i librai. Brucia manifesti, imbratta muri, occupa aule magne per impedire dibattiti già regolarmente programmati.

Poi, compiuta l’opera di censura violenta, torna in televisione a denunciare che nel Paese “non c’è libertà”.

Il ministro fischiato prima ancora di salire sul palco, il saggista la cui presentazione salta perché i centri sociali hanno circondato la libreria, lo scienziato trascinato alla gogna accademica per un articolo non allineato, l’attrice defenestrata dal cartellone teatrale per aver firmato un appello sgradito.

La lista cresce di settimana in settimana. Eppure, la vittima, nella narrazione, resta sempre chi il potere lo ha occupato per trent’anni. Libertà, sì. A senso unico. Anzi, a senso obbligato.

Il cartello “meno diritti” elude a questo punto la domanda decisiva: diritti di chi?

Diritto del piccolo spacciatore a evitare il carcere per lieve entità. Diritto del minorenne a circolare armato.

Diritto dei genitori a ignorare cosa tenga in tasca il figlio quindicenne.
Diritto dell’occupante abusivo a restare dentro la casa altrui.
Diritto dell’antagonista a trasformare la stazione in campo di battaglia.

Questi, precisamente questi, i diritti difesi dalla sinistra italiana. Nel suo catalogo il diritto del cittadino che rispetta la regola non figura. Mai figurato.

Scrivere sul cartello “difendiamo spacciatori, occupanti e minorenni armati” sarebbe risultato politicamente fatale. Più prudente la formula vaga, il rosso acceso che sostituisce l’articolato. Il cartello possiede un vantaggio insostituibile sull’argomento: non pretende precisione. Bastano una riunione di gruppo, una stampante e un fotografo.

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