L’Occidente incapace di definire da solo i criteri di legittimità
“Tutti i figli di Adamo formano un solo corpo, sono della stessa essenza. Quando il tempo affligge con il dolore una parte del corpo, anche le altre parti soffrono. Se tu non senti la pena degli altri, non meriti di essere chiamato uomo”.
(Saadi di Shiraz, 1250)
Questa antica frase è scritta all’ingresso della sede dell’ONU a New York, un monito a ricordare, prima di deliberare, che l’unità fondamentale del genere umano, l’empatia e la compassione universale rappresentano la sintesi dei valori di fratellanza e solidarietà promossi dalle Nazioni Unite.
La notizia ONU – Iran ha fatto rumore e ha lasciato di stucco, anche per la tempistica. Ma forse è stata letta in modo impreciso e questo cambierebbe completamente il senso politico della vicenda.
L’Iran non è diventato “vicepresidente dell’ONU” nel senso pieno del termine. È stato eletto vicepresidente di una commissione ONU, non ha assunto una posizione di vertice dell’organizzazione né un ruolo di guida globale.
Si tratta di una vicepresidenza all’interno della Commissione ONU per lo Sviluppo Sociale, organismo dell’ECOSOC, secondo un meccanismo tecnico a rotazione tra Stati membri.
Questo è il dato formale da chiarire.
La Commissione si occupa di inclusione, uguaglianza e diritti sociali. E proprio in questo contesto è stato nominato il rappresentante iraniano, Abbas Tajik, nel bureau dell’organismo che promuove la parità di genere, lo sviluppo sociale e i diritti delle donne, però il paradosso è evidente.
E appare ancora più evidente se si considera il contesto interno iraniano, segnato da una forte repressione sociale e politica, inclusa l’azione della cosiddetta polizia morale.
Eppure, la nomina è stata approvata senza obiezioni nella sede di New York.
Non fermiamoci alla reazione immediata, cerchiamo di capire.
La definizione “la volpe a guardia del pollaio” non nasce da un equivoco terminologico, ma da una percezione politica più profonda. Non riguarda il titolo formale, ma il contesto in cui quel titolo si inserisce.
L’ONU non è un’istituzione che seleziona i suoi membri sulla base di criteri etici o di conformità ai diritti umani. È un sistema di rappresentanza tra Stati, dove contano i numeri, le alleanze e gli equilibri regionali.
In questo quadro, anche Paesi sottoposti a sanzioni o a forti critiche internazionali possono ottenere ruoli in organismi che trattano temi sensibili come lo sviluppo sociale o i diritti, ed è qui che emerge la dissonanza.
L’Iran non “prende il controllo” dell’ONU.
Ma l’ONU riflette un mondo in cui non esiste più un centro normativo condiviso.
La presenza dell’Iran in questi organismi segnala che il sistema multilaterale non è più guidato da un’unica visione, ma attraversato da interessi divergenti e, soprattutto, che l’Occidente non ha più la capacità di definire da solo i criteri di legittimità.
In questo senso, la metafora della volpe non è del tutto sbagliata. Non perché la volpe governi veramente il pollaio, ma perché oggi il recinto è aperto a tutti gli attori che riescono a entrarvi, indipendentemente dal loro profilo. E questo cambia la natura stessa dell’istituzione.
L’ONU non è più, se mai lo è stata pienamente, un luogo di ordine condiviso, ma uno spazio di competizione regolata, dove la legittimità è il risultato di equilibri, non di valori.
È per questo che la notizia colpisce. Non per ciò che formalmente rappresenta, ma per ciò che implicitamente rivela, un sistema internazionale che non è più organizzato attorno a principi universalmente riconosciuti, ma attorno a rapporti di forza. E che anche dentro le istituzioni nate per garantire equilibrio e cooperazione, oggi si riflette questa trasformazione.
La volpe non governerà il pollaio, ma il pollaio non ha più un unico custode.


Elena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.


