La sovranità come dono e una concezione del potere profondamente diversa da quella romana
Se vi è una qualche saggezza nell’essere umano, con un’interpretazione letteraria del termine antroposofia, c’è da chiedersi quanto di questa saggezza possa essere dovuta a una qualche tradizione, e cosa questa tale tradizione vada trasportando nelle sue declinazioni nella Storia.
Nei luoghi del mondo, e nella nostra Europa, vi sono vestigia e testimonianze di “modi di vedere la vita” che appaiono a noi (moderni) poco comprensibili se non ingiustificabili. È il caso delle tradizioni gaeliche e della testimonianza del particolare ruolo della donna e del femminino in quella cultura.
Già in precedenza, a proposito delle Sheela-na-gigs, statue in pietra che mostrano la vulva, era parso chiaro come la donna, il suo corpo e il suo ruolo avessero presso le tribù celtiche d’Irlanda, i goidelici, ovvero un esclusivo sottogruppo di popolazione celtica, una concezione particolare e diversa da quella che pensiamo in generale si possa riferire al mondo greco-romano cui noi siamo abituati o, più genericamente, alle culture del Nord dell’Europa.
D’altra parte, molte differenze appaiono solo superficiali e molte similitudini sono altrettanto lontane. Con ciò si vuole sottolineare come, a ben vedere, vi sia stato un fondo comune (sulla questione donna e ruolo) e che la declinazione “religiosa”, culturale, quotidiana, della Grande Dea influenzava molte espressioni del vivere comune di quelle culture.
Vi è quindi da chiedersi quanto e come quel certo misoginismo romano tramandatoci davvero fosse reale e non di facciata, e quanto limitasse l’espressione del “potere delle donne” e il ruolo del femminile.
Bisogna, infatti, notare che il patriarcato romano era molto attento ad una certa forma, ma poi consentiva, nel privato, grandi libertà a uomini e donne, e lo stesso istituto del divorzio o della gestione dei patrimoni da parte delle vedove non era poi discusso.
Certo, bisogna ben avere presente, ma questo per ogni cultura di quegli antichi tempi, come lo status – l’essere liberi e potenti o ricchi, l’essere servile – facesse grandi differenze.
Di certo si può dire che le culture del Nord abbiano mantenuto in generale, e soprattutto nella isolata cultura gaelica, una maggiore evidenza del potere della Grande Dea, anche intesa come epifania della Natura, e che tale espressione poneva talune figure di donna (guaritrice, divinatrice, guerriera) in particolare rilevanza testimoniando uno scambio simbolico che appare difficile trovare sempre nel modo romano.
E, infatti, per la Roma repubblicana, e poi per quella imperiale, l’intronizzazione, il magistero regale, non era ierogamia (mancando la sposa) e ogni rito di unione tra il re, ancorché “pontefice”, e la Terra era diluito in una sacralità “pubblica” in cui l’impegno religioso non era assunto tra un qui ed un trascendente, ma diveniva impegno sociale testimoniato di fronte agli Dei.
La fine dell’Età Regia, 509 a.C., cancellò con il mutare dell’organizzazione dello Stato questo contatto stretto, rituale, tra la particolare relazione con la Natura e il potere regale. Non fu più, se non in modo secondario, il volere degli Dei (e c’è da chiedersi di quali) a dare un Re.
Della Grande Dea resta, seppure declinata in moralitas, la figura della Matrona e della familia che si diluisce nella società patrilineare e che si bilancia nell’autonomia privata.
Non vi sono, quindi, “maghe” come nella visione nordica, ma “streghe”. Non vi sono “valchirie” se non come sfuocate “amazzoni”, né guerriere “precettrici” di Eroi come la goidelica Scáthach o Aife, né intronizzatrici madrilineari o Bandruí.
Evidente come la concezione della sovranità muti dal contesto tribale celtico all’organizzazione dello stato romano e con la rappresentazione patrilineare di questo. Ma soprattutto con la qualificazione dell’imperium, del potere su cose e persone, e l’affermazione di una certa quale libertà di azione dell’uomo che diviene (anche) “faber fortunae suae”.
Forse è, per certi versi, il tentativo di contenere l’irrazionalità dell’istinto e dell’emozione (che gli stereotipi vogliono “foemina”), e la proposizione di una logica in cui si scorge il riverbero anche della grecità.
Nelle figure delle dee, delle profetesse e delle poetesse/sacerdotesse sopravvive il ricordo di un principio femminile intimamente legato alla terra, ai cicli della natura e al destino della comunità.
In questo contesto si concretizzava l’idea che il territorio, la terra e ogni cosa vi fosse sopra e dentro, non appartenesse al re; e che era il re a ricevere il diritto di governare dalla Dea della sovranità.
Figure come Medb, Ériu e Macha incarnano questo principio. La dea può manifestarsi come una giovane donna di straordinaria bellezza oppure come una vecchia rugosa e decrepita e, solo chi sa riconoscerne la natura sacra e accettarla senza timore, ottiene il diritto di regnare.
In quest’immagine simbolica (e mistica) si riflette una concezione profonda del potere: il sovrano non possiede la terra, ma ne è il custode, e la sua autorità dipende dall’armonia che riesce a instaurare con essa.
«La Terra è madre inesauribile: da essa tutto nasce e ad essa tutto ritorna.»
Mircea Eliade
Questa immagine esprime il nucleo simbolico di molte antiche tradizioni europee: la terra come principio generatore, matrice della vita e fondamento dell’ordine umano.
Da questa prospettiva, le figure femminili della mitologia dei popoli Q-celtici assumono un significato che va oltre il semplice racconto leggendario. Esse rappresentano il legame tra il mondo degli uomini e quello delle forze naturali, tra il visibile e l’invisibile.
La sovranità non nasce dalla conquista né dalla forza delle armi, ma dall’accordo con un principio più antico del potere stesso. Per questo le dee della terra e della regalità non sono semplici compagne degli eroi: sono le custodi della legittimità e dell’ordine. Senza il loro consenso, il re è soltanto un uomo; con il loro favore, diventa il garante dell’equilibrio del mondo.
Ecco la necessità di una epifania di questa “unione” e della manifestazione dell’investitura, della trasmissione della “regalità”, nel «matrimonio sacro», nella sua realizzazione e consumazione. Perché è dalla scaturigine del “riconoscimento” del Re e dalla “sacralizzazione” dell’unione che si preparano i futuri del regno.
Il re non è solo un governante: egli deve unirsi simbolicamente alla Terra Madre, fonte della fertilità dei campi, della prosperità degli uomini e dell’armonia della comunità. La sovranità appare così come una realtà essenzialmente femminile: il potere maschile è legittimo solo quando viene riconosciuto e consacrato dal principio femminile che incarna la terra stessa.
E il messaggio implica che l’armonia deriva dall’accettazione e dal riconoscimento, e che la “forza” è nell’energia dell’unione.
Quanto singolari, e però esplicite in questo contesto, appaiono le Sheela Na Gigs, tanto i megaliti itifallici o le pietre erette dette gallan (o gallaun in gaelico) concretizzano la declinazione dell’unione tra “ciò che è in alto” e “ciò che è in basso”, il punto di contatto tra il mondo ulteriore e quello umano come nei nemeton, momento di manifestazione e “voce” del mundus ultrerior, la spinta a unire, eppure distinguere ai confini tribali, a scatenare, nella libertà orgiastica, la fertilità nelle sue declinazioni quanto a ricordare ciò che è stato come simulacro tombale di Dei o uomini.
In questa prospettiva, il simbolo fallico non si oppone al principio femminile, ma lo completa: la “forza” nasce dall’incontro tra la energia generatrice della terra e quella fecondatrice del cielo.
Dimostrazione di questa epifania del divino è il Lia Fáil, la “Pietra del Destino”, situata sulla collina di Tara, antico centro sacro della regalità irlandese, la cui “voce”, secondo la tradizione, proclama, il Re legittimo.
Molti, ancor oggi, si portano in pellegrinaggio alla ricerca della fecondità presso le pietre di Clach na Bratach presso Kilmuir, nell’isola di Skye, o nelle Ebridi e nelle Orcadi, oppure agli allineamenti di Carnac in Bretagna o in Galles e Scozia.
Le antiche pietre erette nei paesaggi delle terre celtiche continuano così a testimoniare una visione sacra dell’esistenza, nella quale l’ordine della natura e la legittimità del potere scaturiscono da una medesima armonia cosmica.





