Dall’inganno nominale dei Goldman Sachs alla multipolarità reale di Petrobras
Nel focus di oggi facciamo un passo in avanti decisivo all’interno della comprensione delle alleanze che in questo momento sembrano in contrapposizione tra loro nel panorama mondiale.
E, preparatevi, perché questo di oggi è abbastanza lungo per cui dovete rimanere un po’ a leggere.
Per comprendere le gigantesche placche tettoniche che stanno muovendo la terraferma globale, abbiamo l’obbligo scientifico di scardinare, una volta per tutte, la costante scenografia della narrazione usata in questi tempi e che i media mainstream e i programmi della controinformazione utilizzano, ogni giorno, per dividere il mondo in blocchi, alimentando la narrazione secondo la quale esiste una situazione potenzialmente bipolare che intende rifarsi alla situazione novecentesca della Guerra fredda, tanto cara all’impero britannico.
La vulgata comune e i ricordi di un secolo fa, impostano alla piazza la narrazione semplificata dei “blocchi monolitici” contrapposti.
Si dice che da un lato ci sia l’Occidente Atlantico e dall’altro ci sia il blocco dei BRICS, descritto come un coro nato spontaneamente nei territori in contrapposizione al vecchio ordine.
Quest’impostazione induce gli spettatori alle curve ideologiche, destra e sinistra, impedendo loro di vedere dove si muove realmente la cassa pesante e il drenaggio delle risorse reali che oggi sono tutte in contrapposizione tra sistemi che si dividono solo tra paradigmi di governo delle stesse.
Oggi applichiamo il microscopio forense per scoperchiare un faldone storiografico che nessuno racconta chiaramente, con l’intenzione di mettere sul tavolo e parlare dei BRICS, questo in attualità con le elezioni brasiliane e indiane di questi tempi.
L’acronimo BRIC, Brasile, Russia, India, Cina, diventato poi BRICS con l’innesto del Sudafrica, non è stato partorito in una cancelleria “rossa” a Mosca, a Pechino o a San Paolo.
È stato letteralmente inventato a tavolino a Londra, nel novembre del 2001, da un economista britannico di nome Jim O’Neill, che all’epoca era il capo della ricerca macroeconomica globale della gigantesca banca d’affari Goldman Sachs, sempre loro.
Non si è trattato di un’alleanza geopolitica, ma di una pura operazione di classificazione finanziaria e ingegneria sociale dei mercati virtuali.
I salotti offshore di Londra e Wall Street avevano la necessità burocratica di raggruppare sotto un’unica etichetta nominale le economie emergenti più esterne all’asse atlantico.
Lo scopo reale?
Creare una gabbia concettuale per incanalare i flussi dei grandi fondi speculativi occidentali verso quei territori, un esempio è stato Evergrande che ha scambiato i flussi finanziari con la Cina fino a qualche anno fa, controllandone, quindi, la crescita dall’alto, dettandone le regole finanziarie e impedendo, o cercando di impedire, che si sviluppassero corridoi di produzione totalmente autonomi.
Per vent’anni, la finzione burocratica del blocco ha funzionato come contatore del drenaggio offshore, poi qualcosa è successo, qualcosa che ha sconvolto tutto.
Proprio il fallimento impensabile di Evergrande in Cina, senza nessun aiuto per salvarlo da parte della Cina di Xi, attesta l’inizio fattuale del movimento multipolarista che ha avviato la tenaglia economica contro l’impero burocratico unipolare, tenaglia che aveva cominciato ad esprimersi anche negli USA con la prima amministrazione Trump.
Questa costituzione britannica primigena dei BRICS si evince osservando le vicende dei due Stati che hanno resistito all’impostazione offshore fino ad oggi, ovvero il Brasile e il Sudafrica.
Il Brasile, in particolare, è stato teatro di una lotta interna feroce negli ultimi anni, arrivando al lawfare giudiziario e ai decreti restrittivi contro l’ex Presidente Jair Bolsonaro dopo le nebulose elezioni scorse che videro vincere, in mezzo a mille proteste interne, il buonista Lula, legato, come tutta la narrativa populista e globalista sudamericana, alla trappola offshore dell’asse City/Wall Street.
Lo stesso Bolsonaro, che per spezzare l’assedio burocratico, dovette temporaneamente riparare negli Stati Uniti prima che gli venissero bloccati i documenti, fu accolto oltreoceano con grandi onori, guarda caso, dal quartier generale di Donald Trump.
Se rimaniamo sulla terraferma, però, vediamo che oggi la fisica delle risorse ha fatto saltare la serratura di questa farsa.
I Titani dell’economia reale, come l’India di Modi, la Russia e la Cina, rimangono in attesa silenziosa mentre gli sviluppi attuali delle elezioni brasiliane vedono la svolta del Paese in un ritorno, materiale e simbolico dato dal cognome, che i dati ufficiali del primo turno vedono al 47,03% per Flávio Bolsonaro contro il globalismo buonista/populista di concezione offshore di Lula fermo al 45,16%.
Ormai la realtà fattuale dimostra che il “blocco di carta” predeterminato da Goldman Sachs significava rimanere schiavi del vecchio paradigma speculativo, ed è qui che si consuma lo scacco matto del mondo Crypto-multipolare: i BRICS storici sono stati superati nei fatti materiali dalla multipolarità bilaterale perfetta.
I territori non rispondono più a una sigla finanziaria inventata a Londra; stringono contratti fisici bilaterali diretti, basati esclusivamente sullo scambio reale di materie prime pesanti, silicio ed energia, tagliando fuori gli intermediari offshore.
Per chi vuole le prove contabili di questa asimmetria distruttiva, andiamo a leggere i registri industriali ufficiali e caldissimi della scuderia Petrobras in Brasile.
La contabilità reale ci mostra un dato che ha mandato in asfissia logica i mercati virtuali di Wall Street: le esportazioni fisiche di greggio brasiliano dal bacino profondo del Pre-salt verso gli Stati Uniti sono state letteralmente azzerate, tagliate e ridotte a zero.
Questo sta accadendo adesso, sia chiaro, ma con l’amministrazione Lula attiva non accadeva.
Brazil’s Petrobras cuts US oil exports to zero in Q1… – Reuters, Asia accounted for 85% of Petrobras oil exports in the first …
Qui dobbiamo prestare attenzione: apparentemente, se consideriamo gli Stati Uniti come apparato monolitico nel tempo, non avere il petrolio brasiliano è sicuramente un danno; ma se consideriamo che questo petrolio foraggiava il sistema offshore, come spiegato ieri parlando dell’Oman, ecco che vediamo distruggere un altro grosso mattone che teneva in piedi il sistema imperialista finanziario speculativo precedente.
Il petrolio reale di Petrobras, che viaggia al record storico di 3,34 milioni di barili equivalenti al giorno, ha cambiato coordinate fisiche.
La cassa pesante si è spostata interamente lungo l’asse asiatico con transazioni bilaterali dirette: Petrobras ha convogliato flussi record per 15,1 miliardi di dollari di greggio dolce verso la Cina e ha blindato maxi-accordi di fornitura a lungo termine direttamente con i colossi di Stato dell’India.
E il dettaglio più limpido che fa tremare i salotti offshore è la moneta del pagamento: circa il 20% del commercio energetico globale si muove ormai fuori dal circuito del dollaro virtuale.
Il Brasile e i suoi partner asiatici regolano questi flussi reali attraverso il Petro-Yuan e camere di compensazione in valute locali, bypassando il sistema SWIFT ed azzerando le commissioni immateriali che alimentavano le banche dei Caraibi e di Londra.
Questa è la fisica dei territori che si riappropriano della sussistenza biologica.
Questa stessa concretezza strutturale è la medesima che si muove lungo l’asse Iran – Tagikistan o che presidia la deterrenza marittima reale dell’isola di Yonaguni nel Pacifico, a specchio della nostra pulce strategica su Kaliningrad nel Baltico: passaggi fisici presidiati da truppe e flussi energetici pesanti, mentre l’Europa affannata dall’asfissia industriale e dal diesel stazionario a 2,30 euro propone solo propaganda terroristica immateriale con leader totalmente traballanti come Merz, Macron e Sánchez.
Ma qui accenniamo solo per poi approfondire.





