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L’integrazione comincia dal conoscere l’italiano

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Lettera aperta ai musulmani arrivati in Italia

Si può passare una vita in Italia senza mai entrarci. Una vita intera. Com’è possibile?

Chiedetelo alla signora di Cadoneghe, nel Padovano: 15 anni nel nostro Paese, le carte in regola, la cerimonia pronta.

Davanti al sindaco non è riuscita a pronunciare la formula del giuramento. Riesaminata, è stata bocciata di nuovo.

Prima di lei, nel Bresciano, un’altra signora: 21 anni in Italia, non sapeva rispondere a “come ti chiami?”. Il Comune offriva corsi d’italiano gratuiti. A quanto si legge, non ci ha mai messo piede.

A sinistra qualcuno ha parlato di una donna indifesa. Indifesa lo è davvero. Ma non dal sindaco.

Una donna che dopo decenni non sa dire il proprio nome nella lingua del Paese in cui vive raramente è pigra. Più spesso qualcuno ha deciso per lei che non le serviva.

Ai padri
Cominciamo da voi, che siete arrivati con la valigia.

Nessuno vi chiede di smettere di pregare o di dimenticare da dove venite. Vi chiediamo una cosa sola: non trattare l’Italia come una dependance del Paese che avete lasciato.

La regola della casa è una sola: vige la legge italiana.

Qui la moglie non si ripudia con tre parole. Qui non esistono seconde mogli. Qui una figlia non si promette in sposa: chi costringe qualcuno a sposarsi finisce in carcere.

La sharia potete tenerla nella preghiera, a tavola, nella coscienza. Quando pretende di entrare in Comune o nella vita di una figlia, smette di essere fede. Diventa reato.

Il meccanismo lo conosciamo. Chi emigra teme di perdere i figli in un mondo che non capisce, così si chiude: la moschea, la macelleria halal, la parabola puntata sul telegiornale di casa.

È una paura comprensibile. Ma diventa una prigione. E la prima a finirci dentro è la moglie.

Ci abbiamo messo del nostro: il mediatore in ospedale, l’interprete in questura, il modulo tradotto in sei lingue. Volevamo aiutare. Abbiamo fabbricato una stampella che impedisce di camminare.

Il guaio è che i vostri figli crescono dentro quella casa.

Una casa in cui la madre non parla italiano è una casa in cui l’Italia non entra. Con la maestra non si parla, dal medico si va con l’interprete, la vicina di pianerottolo non sa nemmeno come si chiama.

I figli ne escono ogni mattina per andare a scuola e ci rientrano ogni sera. Imparano presto la vostra stessa lezione: che in Italia si può stare senza farne parte.

Voi l’avete vissuta in silenzio. Loro la vivono urlando.

La Francia ci è passata prima di noi. Le rivolte delle banlieue non le hanno fatte i padri arrivati con la valigia. Le hanno fatte i figli nati a Parigi.

Padri, i figli sono vostri. Non della scuola, non dei servizi sociali. Volete proteggerli?

Mandate vostra moglie al corso d’italiano. Domani mattina.
Chi chiude la moglie in casa le toglie la lingua.

Ai figli
Adesso parliamo con voi. Non con tutti.

La gran parte dei ragazzi nati qui da genitori musulmani studia, lavora, gioca a calcetto con i nostri figli. C’è la ragazza col velo che si laurea in medicina e nessuno le chiede niente. Questa lettera non è per loro.

È per quelli tra voi che girano in branco nelle stazioni, tuta griffata e borsello a tracolla, che si filmano col coltello per TikTok e insultano l’Italia con un accento bresciano o romano che li tradisce.

Sputate sul nostro Paese indossando il marchio italiano più caro che trovate. Il branco vi dà quello che né la famiglia né la scuola vi hanno dato: un posto. Il trapper che canta la rapina è il padre che avreste voluto.

Lo capiamo. Non lo giustifichiamo.

Voi non siete ospiti. Siete nati qui, molti di voi hanno il passaporto italiano. Proprio per questo non avete scuse.

C’è stato un altro figlio di immigrati, nato in California nel 1870 da genitori liguri. Lasciò la scuola a 13 anni, vendeva frutta e verdura. Nel 1904 aprì una banca in un ex saloon di San Francisco: diventò la Bank of America. Si chiamava Amadeo Giannini.

L’America non l’ha disprezzata. Se l’è presa. Voi l’Italia la disprezzate e vi prendete un marciapiede davanti alla stazione.

Vi siete abituati a pensare che non vi succeda mai niente. Per questo siete prepotenti, maleducati, violenti: chi non paga mai il conto non ha motivo di fermarsi.

Qualcuno ve l’ha insegnato. A Milano due ragazzi sono fuggiti per otto chilometri davanti ai carabinieri e uno ci ha lasciato la vita.

Incredibilmente il consulente per la sicurezza del sindaco di sinistra ha spiegato che l’inseguimento non andava condotto così: c’era pur sempre una targa. Come se chi scappa all’alt lo facesse per farsi recapitare la multa a casa.

È il buonismo che vi scusa sempre. Costa niente a chi lo pratica dal salotto, moltissimo a chi la notte deve decidere se inseguire. A voi ha insegnato una cosa sola: scappare conviene.

Quel tempo sta finendo. Non è una minaccia, è una previsione.

In mezza Europa chi ha giustificato tutto ha perso le elezioni. In Danimarca la stretta più dura l’hanno firmata i socialdemocratici.

In Italia, da aprile, girare senza motivo con una lama di oltre 8 centimetri costa fino a 3 anni di carcere. Chi ignora un secondo ordine di espulsione finisce dritto in un CPR.

Chi di voi il passaporto italiano non ce l’ha rischia di essere rimandato nel Paese di suo padre. Un Paese che conosce dalle vacanze d’estate, dove lo chiamano “l’italiano”. Laggiù scoprirebbe cosa vuol dire davvero essere straniero.

La sinistra che oggi vi difende non vi seguirà al Cpr. Il giorno dopo avrà già trovato un’altra causa.

A chi è stato spedito
C’è poi chi in Italia non ha né padre né madre. Vi chiamano “minori non accompagnati”.

Dichiarate di avere 17 anni, siete quasi tutti maschi e nessuno vi ha perso per strada. Vi hanno spedito.

Vostro padre è rimasto al paese ad aspettare la rimessa di fine mese, mentre voi ripagate il debito del viaggio.

Nessuno vi ha invitati. Alla festa siete entrati dalla porta di servizio, con l’età scritta a matita.
Gli imbucati ci sono sempre stati. Ma chi vuole restare cerca di farsi accettare.

Troppi di voi hanno preso il centro della pista, rotto i bicchieri e preteso pure di cambiare il menù.

Molti di voi sono spariti dalle comunità pochi giorni dopo l’arrivo, per lavorare in nero o per spacciare. In Italia il primo che vi accoglie davvero non è lo Stato. È la strada.

Ma la strada non vi farà mai italiani. A 18 anni la protezione finisce, chi ha una condanna sulle spalle rischia di vedersi negare il permesso ed essere rispedito a casa. A quel punto la rimessa finisce. Insieme a tutto il resto.

Alle madri
إلى الأمهات

تعلُّم الإيطالية لا يعني التخلي عن لغتكنّ أو إيمانكنّ.
بل يعني أن يكون لكنّ صوتٌ أيضًا في البلد الذي يكبر فيه أبناؤكنّ.
ثمّ اطلُبنَ من أبنائكنّ أن يترجموا لكنّ ما يلي.

Imparare l’italiano non significa rinunciare alla vostra lingua o alla vostra fede. Significa avere voce anche nel Paese in cui crescono i vostri figli.

Ora chiedete ai vostri figli di tradurre il seguito.

La traduzione, con ogni probabilità, toccherà a vostra figlia. È lei che vi accompagna dal medico, che parla con la maestra al posto vostro. Ancora bambina, è già l’interprete della famiglia.

Ed è lei che dovrà tradurvi la parte più scomoda. Voi non siete soltanto chiuse in casa.

In molte famiglie siete voi a tenere in piedi il doppio binario. Al figlio maschio tutto è permesso. La figlia va sorvegliata, coperta, riportata a casa prima che faccia buio.

Il figlio è spesso l’unico potere che avete. Lo crescete come un piccolo re e non gli dite mai di no.

Un ragazzo che a casa non ha mai sentito un no lo sentirà per la prima volta da un professore o da un carabiniere. E lo vivrà come un’offesa da vendicare.

Guardate come va a finire. La figlia tenuta vicina studia, si diploma, trova un lavoro. Il figlio lasciato libero passa le serate col branco.

La libertà l’avete data al figlio sbagliato.

Imparate l’italiano. Per voi, ma soprattutto per lui. Potete ripetergli le cose giuste in arabo quante volte volete: vostro figlio ormai pensa in italiano.

Un giorno servirà una parola sola, detta nella lingua che lui capisce.

Imparatela adesso: “Fermati”.

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