In attesa delle elezioni per il rinnovo della Knesset
Neppure la commemorazione del pogrom del 7 ottobre 2023 risarcisce la frattura della società israeliana fra le due approssimative componenti: quella del sionismo laico delle origini e quella del sionismo messianico della coalizione al potere.
La prima celebra le vittime lo stesso 7 ottobre a Tel Aviv, la città deputata alle manifestazioni laiche, presenti gli ostaggi superstiti e le famiglie delle vittime; la seconda anticipa la cerimonia di un giorno con il messaggio del Primo Ministro che rammenta il “siamo in guerra contro tutti i nemici dello Stato”.
Sui fatti si susseguono le narrazioni di parte, come le cinematografiche Fauda e Naza. Manca la narrazione nazionale, potrebbe venire da un’inchiesta indipendente, non c’è per le riserve del Governo.
I singoli responsabili della sicurezza hanno lasciato gli incarichi, compreso il Ministro della Difesa.
Yoav Allant, accusato dalla Corte Penale Internazionale assieme a Netanyahu e all’improcedibile Yahiya Sinwar, prende le distanze dal suo Primo Ministro nella vicenda che lo vorrebbe informato dell’attacco in anticipo.
Fra una ventina di giorni si vota per il rinnovo della Knesset, la polarizzazione sociale, risalente allo scontro sulla riforma della Corte Suprema, si accentua per la campagna elettorale.
Il cartello delle opposizioni si dà una parvenza di compattezza – facile pensare al tentativo di un “campo largo” all’israeliana – con il cartello elettorale e non politico delle principali componenti e dei rispettivi dirigenti: Gadi Eisenkot, il favorito alla carica di Primo Ministro in caso di vittoria; Yair Lapid; Naftali Bennett; Avigdor Lieberman; Yair Golan. Si passa dai centristi di Eisenkot e Lapid alla destra di Bennett e Lieberman, alla sinistra di Golan.
Un tratto accomuna alcuni di loro: il servizio nelle IDF e, dunque, l’immagine rassicurante che la sicurezza è la priorità da parte di chi la sicurezza l’ha praticata.
Si aggiunga per Eisenkot l’avere perduto il figlio Gal nella guerra di Gaza: l’ex Generale è una vittima indiretta e non solo un politico distaccato dalla tragedia.
Eisenkot sarebbe il primo Premier nella storia a provenire dal gruppo Mizrahi, gli ebrei provenienti dai Paesi arabi, essendo nato in Israele da genitori originari del Marocco.
La sua figura sarebbe idealmente di riconciliazione con la parte araba della società e non un propugnatore della sua esclusione dalla vita pubblica.
I sondaggi danno un leggero vantaggio all’opposizione rispetto al cartello di destra riunito attorno al Likud di Netanyahu. Insufficiente, però, alla maggioranza di 61 seggi alla Knesset per costituire un governo.
Si farebbe decisivo il voto dei partiti arabi. Con loro l’opposizione dichiara di non cercare un’intesa preelettorale per non contrastare il sentimento generale di diffidenza se non di ostilità verso tutto ciò che è arabo.
I concittadini possono essere sospettati di intelligenza con il nemico, meglio tenersene tatticamente alla larga.
La soluzione due popoli – due stati non figura nel programma dell’opposizione. Il linguaggio è volutamente sfumato: non per il prossimo mandato almeno.
L’argomento sarebbe indigesto alla popolazione e probabilmente all’Amministrazione americana in carica, che non fa mistero di non crederci.
Il mandato del prossimo Governo a Gerusalemme dovrebbe superare quello del Presidente Trump. Se alla Casa Bianca arrivasse un Democratico, l’approccio americano al Medio Oriente potrebbe cambiare in senso favorevole alle tesi arabe.
In questa fase meglio lasciarsi le mani libere sulla prospettiva strategica, salvo rimodulare la posizione sulla scorta di quanto avverrà nel 2028.
L’amico americano resta fondamentale per qualsiasi equilibrio di potere. La propaganda di destra ironizza sull’inglese di Eisenkot. La sua pronuncia è ruvida, non è quella fluentemente americana di Netanyahu. Pesano gli studi del primo in Israele e del secondo negli Stati Uniti.
L’altro e più rilevante tassello della propaganda riguarda le notizie circa le informazioni sull’attacco di Hamas che il Primo Ministro avrebbe ricevuto in anticipo dal Presidente EAU e dal capo dell’intelligence di Egitto.
Netanyahu smentisce la ricostruzione giornalistica, minaccia di trascinare il quotidiano in Tribunale, richiama l’attenzione del pubblico che le minacce arrivano da tutte le parti ed in particolare da Teheran. Non è il momento di abbassare la guardia né di cambiare cavallo.
Egli resta il pilastro della sicurezza dopo venti anni alla guida dello Stato. Può portare in dote la demolizione di Gaza, non la dissoluzione né il disarmo di Hamas, la reconquista omeopatica di pezzi di Cisgiordania, la disarticolazione di Hezbollah in Libano, l’istallazione di avamposti in Siria, l’eliminazione dei dirigenti iraniani.
La guerra contro tutti i nemici continua, egli è il solo a poterla combattere con successo.
Il clima battagliero pervade la campagna elettorale. Nobile quanto isolato suona l’appello della madre di una vittima: il lutto spinga alla pace interna ed esterna.





