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La nuova carta del potere

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La nuova carta del potere

Quando i confini diventano connessioni

In questo preciso momento il mondo non si sta ridisegnando soltanto attraverso nuovi confini, nuove alleanze o nuovi rapporti di forza tra gli Stati, ma si sta ridisegnando soprattutto attraverso le connessioni che permettono a risorse, energia, merci, dati, capitali e tecnologie di attraversare il mondo.

È dentro questa rete di infrastrutture, corridoi, porti, ferrovie, pipeline, cavi sottomarini, rotte marittime e piattaforme logistiche che oggi si misura una parte crescente del potere.

Per questo continuiamo a leggere una carta geografica che mostra gli Stati, mentre la competizione strategica si sta spostando sempre più verso ciò che li collega, li rende interdipendenti e, soprattutto, permette di sostituire una connessione con un’altra.

Osservando queste connessioni vediamo che fenomeni apparentemente lontani dall’Atlantico meridionale all’Artico, dal Mar Rosso all’Indo-Pacifico, dal Caucaso al Mediterraneo, dai porti ai cavi sottomarini iniziano a comporre un’unica geografia strategica.

È questa la trasformazione che sta emergendo davanti ai nostri occhi.

Argentina, Lamu, Lomé, Bosnia, Caucaso, IMEC, Cina e Asia centrale sembrano appartenere a questioni completamente diverse, ma se li osserviamo attraverso la lente delle infrastrutture cominciano a comporre una stessa carta, una carta nella quale l’Atlantico dialoga con i minerali critici e l’energia argentina, l’Oceano Indiano con l’Africa orientale, il Golfo di Guinea con il Sahel, i Balcani con le nuove direttrici energetiche europee, il Caucaso con il Caspio e il Middle Corridor, l’India con il Golfo, il Mediterraneo e l’Adriatico, mentre la Cina cerca simultaneamente profondità marittima e alternative terrestri attraverso l’Asia centrale.

Il punto non è che queste connessioni siano tutte già operative, né che costituiscano un unico grande progetto coordinato. Sarebbe una semplificazione.

Il punto è che stanno cambiando contemporaneamente la funzione strategica di territori che fino a ieri potevano essere osservati separatamente.

L’Argentina è un esempio particolarmente evidente di questa trasformazione. Il nuovo Andes-Atlantic Corridor, sviluppato da Argentina e Stati Uniti, punta a collegare le risorse energetiche e minerarie dell’interno argentino ai porti atlantici attraverso ferrovie, vie navigabili, porti, oleodotti, infrastrutture energetiche e reti digitali.

Non è semplicemente un progetto logistico, ma il tentativo di trasformare una dotazione di risorse in una catena di approvvigionamento più direttamente collegata ai mercati occidentali.

E qui la connessione con la questione delle Falkland diventa strategicamente interessante, mentre Buenos Aires cerca di ostacolare lo sfruttamento offshore di Sea Lion, considerandolo un consolidamento della presenza britannica nell’area contesa, costruisce contemporaneamente una rete continentale capace di aumentare il valore strategico delle proprie risorse energetiche e minerarie e di collegarle direttamente all’Atlantico.

Le due dinamiche non costituiscono un unico disegno formalmente dichiarato, ma appartengono alla stessa trasformazione della geografia argentina, dalla semplice disponibilità della risorsa alla costruzione delle infrastrutture che ne determinano accessibilità, esportabilità e peso geopolitico.

In altre parole, la competizione non riguarda soltanto quale risorsa verrà estratta, ma quale rete riuscirà a trasformarla in una filiera stabile, finanziabile e connessa ai mercati.

Spostiamoci sull’Oceano Indiano e troviamo Lamu. Il porto kenyano è inserito nel LAPSSET, un sistema destinato a collegare il Kenya all’hinterland dell’Africa orientale e in particolare all’Etiopia e al Sud Sudan, Lamu può quindi assumere una funzione che va molto oltre quella di un semplice porto sulla costa africana, perché diventa un punto di intersezione tra energia, traffici marittimi, hinterland e accesso ai mercati dell’Africa orientale.

Poi c’è Lomé il porto togolese mostra un’altra trasformazione la costa atlantica diventa porta di accesso a un Sahel che non possiede sbocchi sul mare.

Quando cambiano le condizioni politiche e di sicurezza delle rotte concorrenti, cambia anche il valore strategico dei porti alternativi. Lomé acquista così una funzione che non deriva da una modifica della sua posizione geografica, ma dalla modifica delle relazioni che lo circondano.

La stessa logica emerge nei Balcani, la Bosnia torna a essere leggibile attraverso energia, infrastrutture e accesso, perché i nuovi corridoi energetici possono modificare le dipendenze e quindi anche l’orientamento strategico di un territorio.

Un’infrastruttura energetica non è mai soltanto un tubo che trasporta energia: stabilisce una relazione di dipendenza, crea un percorso e, insieme al percorso, produce una precisa geometria del potere.

Nel Caucaso questa trasformazione diventa ancora più evidente. Le nuove direttrici tra Azerbaigian, Nakhchivan e Turchia, inserite nella più ampia logica del Middle Corridor, mostrano come uno spazio che per decenni è stato letto soprattutto attraverso conflitti e frontiere possa essere reinterpretato attraverso la connettività.

Una ferrovia, una strada o un collegamento logistico non sono semplicemente infrastrutture commerciali, perché possono modificare il valore strategico di un territorio, trasformandolo da spazio di separazione in spazio di attraversamento.

Ed è qui che entra IMEC. India, Golfo, Medio Oriente, Mediterraneo ed Europa. Il corridoio India – Middle East – Europe Economic Corridor nasce proprio dall’idea di creare una sequenza multimodale nella quale porti, ferrovie, energia, dati e logistica producano una continuità strategica tra spazi che la carta politica ci ha abituato a vedere come distinti.

In questo sistema anche il Mediterraneo e l’Adriatico possono assumere una funzione diversa, perché un corridoio non è una linea immutabile: può aggiungere nodi, modificare i propri terminali e creare nuove porte.

E poi arriviamo alla Cina. La grande competizione cinese non si esaurisce nel controllo o nell’utilizzo delle rotte marittime. Pechino continua a sviluppare una geografia composta da porti, shipping, ferrovie e collegamenti terrestri, mentre la vulnerabilità dei chokepoint marittimi aumenta l’interesse per percorsi alternativi attraverso l’Asia centrale.

È una strategia che non richiede necessariamente di sostituire immediatamente una rotta con un’altra, ma di costruire opzioni, perché nel momento in cui una direttrice diventa vulnerabile, il valore di quella alternativa aumenta.

Anche il Tagikistan entra in questa nuova carta non perché sia improvvisamente diventato una grande potenza commerciale, ma perché la sua posizione nell’Asia centrale lo colloca vicino all’intersezione tra Cina, Afghanistan e Pakistan.

In questo spazio, infrastrutture ancora parziali o progettate possono avere un valore strategico proprio perché rappresentano possibilità future di connessione tra regioni oggi separate.

A questo punto osserviamo come la carta cambia.

L’Atlantico, il Mediterraneo, il Mar Rosso, l’Oceano Indiano, il Caspio, il Caucaso, l’Asia centrale e l’Indo-Pacifico non sono più soltanto spazi geografici distinti.

Diventano segmenti di una stessa competizione per l’accesso, perché ciò che conta sempre di più è la possibilità di far passare energia, merci, minerali, dati, capitali e tecnologia attraverso una determinata sequenza di territori e infrastrutture.

Ed è proprio qui che dobbiamo cambiare il nostro modo di leggere la parola «sostituzione». Sostituire non significa necessariamente cancellare una strada e costruirne un’altra al suo posto. Significa costruire un’alternativa.

Un altro porto, un altro fornitore, un’altra ferrovia, un’altra connessione energetica, un’altra rotta, un altro sistema logistico. La vera sostituzione avviene quando ciò che prima era indispensabile smette di esserlo.

La nuova carta geopolitica non può più essere letta soltanto attraverso i confini, i confini continuano a esistere, ma dentro di essi e attraverso di essi si stanno formando connessioni che li attraversano, li aggirano, li collegano e talvolta ne modificano il significato strategico.

La conseguenza è enorme; un Paese che ieri sembrava periferico può diventare centrale se diventa una porta. Un porto marginale può diventare strategico se diventa terminale di un nuovo corridoio.

Un territorio privo di grandi risorse può acquistare valore perché permette di collegare due risorse che si trovano altrove. Una ferrovia può avere un’importanza geopolitica superiore a quella della città che attraversa.

E una rotta che oggi appare secondaria può diventare essenziale nel momento in cui quella principale diventa vulnerabile.

La geopolitica che emerge da questa trasformazione non è quindi una geopolitica senza geografia. È esattamente il contrario è una geopolitica nella quale la geografia torna centrale, ma non viene più misurata soltanto attraverso la distanza viene misurata attraverso la connessione.

La competizione del futuro potrebbe, quindi, non essere decisa soltanto da chi controlla la strada principale, ma da chi, mentre quella strada continua a esistere, sta già costruendo quella successiva.

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