Home Opinioni La fine di un’egemonia

La fine di un’egemonia

0
La fine dell'egemonia USA

Il declino degli Stati Uniti d’America

La fine del 2024 fu segnata da un evento importante, destinato a cambiare il mondo: l’elezione a Presidente degli Stati Uniti d’America di Donald Trump.

Personaggio controverso, effervescente e, spesso, decisamente sopra le righe, rappresentava il cliché europeo di un americano: grezzo, spirito mercantile, insensibile alla cultura, alle finezze, al dialogo rispettoso, ma anche deciso difensore delle libertà individuali profondamente radicate nella costituzione USA del 1787.

Un personaggio scenografico, a volte urtante nella sua barbarie, ma anche fermo difensore dei diritti dell’individuo contro la prepotenza ideologica dello Stato.

Venne eletto con il preciso e indiscutibile mandato di contrastare e possibilmente smantellare l’ormai ossessiva e opprimente propaganda green-woke-global della cupola clintoniana, degli Obama, Soros e dei loro accoliti, che era arrivata a imporre una pesante censura anche ai maggiori canali social di comunicazione.

In Europa nessuno si illudeva che alla poltrona più potente del mondo fosse arrivato un professore di scienze politiche e di diplomazia, ma molti salutarono la sua elezione proprio nella speranza che gli USA avrebbero virato da una politica strutturalmente e ideologicamente coloniale da unica potenza reale nel mondo, verso un maggiore attenzione al disastro economico interno statunitense e una minore pretesa d’influenza sulla politica del resto del mondo.

“Make America Great Again” aveva quel buon retrogusto di “and leave the others live their lives”, anche storicamente più vicino alla politica dei Repubblicano, a differenza dei Democratici, tradizionalmente più interventisti esterni.

Vi era la speranza, se non liberarsi, almeno poter allentare le imposizioni mortali per l’economica e la cultura europea, come il globalismo migratorio e l’estremismo green-woke.

All’inizio le speranze apparivano soddisfatte. L’attacco alla cupola green-woke-global fu secco, netto e poco raffinato, come nello stile dell’uomo. I subalterni europei allevati da vent’anni alla propaganda clintoniana furono spiazzati e partì una crisi profonda, salutata dalla maggioranza dell’elettorato europeo ma osteggiato dal potere tradizionale.

La prima dichiarazione di Trump fu di voler chiudere l’assurda guerra in Ucraina, favorita scientificamente da manovre USA prima, favorendo la caduta dei Presidenti, corrotti ma eletti democraticamente Poroschenko e Timoshenko, e poi dall’elezione finemente orchestrata da Zelensky, come ubbidiente pupo.

Il messaggio per il mondo fu chiaro: voglio occuparmi dell’America, non ho né voglia né soldi per dominare il mondo anche politicamente. Insomma, una luce verde per un’apertura verso un mondo multilaterale, multipolare e via dalla pretesa di dominanza monopolare economica, ideologica e militare.

Durò pochi giorni.

Poi la reazione dei vecchi poteri europei, sostenuti dagli interessi economici multimiliardari dei liberal USA, dimostrò una triste ma chiara realtà: la pressoché totale incapacità politica del nuovo presidente USA, il suo comportamento diretto fino all’esasperazione, la sua tendenza di prediligere il palcoscenico alla sostanza, lo resero facile preda delle finezze degli equilibri politici europei.

Nel giro di pochi mesi divenne chiaro che i liberal americani, sconfitti duramente e democraticamente negli USA, si erano rifugiati nella vecchia Europa, creando un’alleanza forte, radicata e, soprattutto, infinitamente più competente nei giochi di potere da svolgere lungo i silenziosi corridoi delle istituzioni dell’Unione.

Il Presidente USA, nella sua scenografia comportamentale da mercante del Nuovo Mondo si scontrò in pubblico, davanti a tutti, con la creatura clintoniana debole e già priva del mandato democratico in quanto, oltre la fine del mandato ucraina, Zelensky, pensando di imporre la sua volontà sotto il profilo “io pago, io comando”.

Nell’Europa dominata dalla Commissione Europea saldamente in mano ai clintoniani, con le lodevoli ma secondarie opposizioni di alcuni piccoli Paesi con a capo l’Ungheria, si mise subito per traverso.

La Francia, che aveva pesantemente criticato la guerra in Ucraina e non ne voleva sapere all’inizio, colse subito il senso di debolezza americana e corse in aiuto di Zelensky, tanto che poco ci mancava per mettere in marcia la Legione Straniera, appena espulsa dalla Repubblica Centrafricana dal coraggioso Capitano Traore.

Inglesi e Tedeschi subito si accodarono e il risultato fu che, per la prima volta dopo la seconda guerra mondiale, un ordine americano poté essere disatteso, se non ridicolizzato, dall’Europa, finora dominata senza se e senza ma.

Evidentemente, non rendendosi conto dell’effetto che questa lite in famiglia avrebbe fatto sul resto del mondo, Trump lanciò, come si usa al gioco del poker, mettendo altra carne al fuoco: Venezuela e Iran vennero minacciati di piegarsi o sarebbe stati “spazzati via”.

Si tuffò a capo fitto nella lite con il Satrapo venezuelano, un Presidente populista sostenuto da una parte dai nostalgici della rivoluzione comunista cubana e dall’altra dai signori della droga. Con un’azione a effetto mandò i sui incursori a Caracas, fece arrestare Maduro e se lo portò in America.

Politicamente lasciò il Paese alla vice di Maduro, che molti ritengono parte integrante del piano USA per ovvi motivi di carriera. Un’immagine da operazione di polizia, non certo di azione geopolitica di peso. Con effetto politico zero.

Poi venne l’Iran. Un Paese sinceramente facile da accusare. Un Paese dove 47 anni fa, per colpa di un altro Presidente USA altrettanto poco esperto in equilibri geopolitici, una cricca di preti musulmani estremisti erano arrivati al potere e, da allora, negavano ogni diritto umano, ogni giustizia, ogni libertà con una ferocia degna di Stalin.

Sarebbe stato facile cavalcare i diritti umani, passando dall’ONU, creare una coalizione mondiale antik homeinista alla quale avrebbero aderito anche molti Paesi sunniti moderati arabi, minacciati dal potere clericale estremista degli Ayatollah.

Ma, per farlo, era necessario avere un minimo di capacità diplomatica. Gli americani erano riusciti a farsi autorizzare dall’ONU l’intervento contro la Serbia e, pertanto, contro la Russia, su basi molto meno solide, ma Trump non ci provò nemmeno.

Voleva il palcoscenico, pensava che la sua tattica di minacce e ritiri, aumenti di prezzo e sconti, dovesse funzionare anche in politica come quando compra o vende un grattacielo a New York.

Il risultato?

Terribile, disastroso, direi quasi definitivo.

Zelensky ha dimostrato che un paesello militarmente inesistente, lanciato alla provocazione della Russia dagli Stati Uniti con profondo malessere europeo, poteva resistere anche senza i soldi USA con la sola fornitura di risorse militari ed economiche europee.

Peggio: poteva costringere il superpotere mondiale oltre Atlantico di continuare a fornirgli armi e soldi anche contro la propria volontà.

Trump in Alaska fece un accordo, a quanto pare tutto sommato ragionevole, con Putin: le parti abitate da soli russi alla Russia e Ucraina neutrale, zona di pace tra i due blocchi. Così il Presidente USA venne ridicolizzato dal Zelensky, sostenuto dagli europei alleatisi alla bisogna.

In Venezuela la narrativa era liberare il popolo dalla dittatura comunista, che lo aveva ridotto alla fame. Il risultato fu un governo più forte di prima, con la concessione dei pozzi di petroli alle sorelle USA, un mero affare commerciale senz’alcun risvolto geopolitico o locale nazionale.

E ora l’Iran. Il popolo iraniano, stremato dalla follia, dalle uccisioni arbitrarie e dalla crisi economica dei Mullah, si illude che è in arrivo l’aiuto della grande superpotenza mondiale americana. Portaerei a non finire, bombe e missili vengono accumulati davanti alle porte.

Il popolo ci casca, comincia una resistenza civile e democratica e il regime spara sulla folla, come il fu Bava Beccaris a Milano, ammazzando 50.000 persone in due giorni.

Sfruttando l’efficienza dell’intelligence israeliana, si neutralizzano un po’ di capi della cricca khomeinista al governo, pensando che il potere poggi su un solo uomo, che basti ammazzare il capo per averla vinta.

Invece di armare il popolo, costituire un governo legittimo all’esilio, farlo riconoscere dall’ONU e trascinare davanti alle istituzioni giuridiche internazionali i vari Khamenei, Soleimani e tutto quando ha nome e potere in Iran, vince l’atteggiamento di chi crede che basti minacciare per poter vincere.

Il regime usa i morti come martiri, usa la rivolta di gennaio per identificare meglio i dissidenti arrestandoli e ammazzandoli, brucia le persone, ma tiene duro, contando sul vero nemico di tutti i governi interventisti americani: il popolo USA, l’opinione pubblica USA.

Ogni giorno che passa il potere degli Ayatollah aumenta e quello del Presidente americano, che è in crisi nera e rischia di perdere la maggioranza in Parlamento con una procedura di impeachment praticamente certa a seguire, si indebolisce. Discute, discute, discute. Passano giorni, passano mesi. L’Iran si riarma e guadagna tempo, Donald è sempre più disperato.

Ora, notizia di questi giorni anche se alla quarantesima ripetizione, il grande paladino dei Diritti Umani, il Lancillotto del popolo contro le multinazionali, il Re Artù dell’uomo comune, mostra la sua vera faccia: firma un contratto che gli permette di rimettere le mani sul petrolio e scappare.

Niente uranio, niente smantellamento di un regime criminale, niente diritti umani. Solo Petrolio, moneta, business. Venezuela reloaded.

Trump è in un vicolo cieco, è vero. Ma bisogna ricordare che è stato eletto per bloccare, smantellare, contrastare l’eccesso dell’ideologia green-woke-global che sta uccidendo l’Europa e creando povertà estrema negli USA. I suoi giochi su Venezuela, Ucraina e Iran non solo si sono rivelati fallimentari, ma hanno anche rinforzato la cupola clintoniana e ostacolato il mandato popolare ricevuto.

La firma dell’accordo con l’Iran, che premettiamo sarà carta straccia e non avrà altro effetto che permettere a Trump di svincolarsi, almeno apparentemente, non è solo l’inizio della fine dell’uomo politico, ma è anche un caposaldo storico del crollo dell’egemonia USA.

Quell’egemonia esercitata con lo sfruttamento strumentale del “pericolo comunista” sul mondo occidentale, Europa in testa, fino al 1991, ed estesa su tutto il mondo dopo.

L’Europa, nel bene e nel male, si è incamminata su una via irreversibile di riconquista dell’autonomia dal padrone oltre Atlantico.

I Paesi asiatici, Cina e India in testa, hanno compreso che la tigre americana, con tutti i suoi fucili, cannoniere e razzi, è di carta, in quanto manca della volontà di vincere. Non ha la struttura morale sufficiente per fare una guerra, non comprende la differenza tra mandare la cannoniera del Capitano Perry in Giappone per costringerlo ad aprire i propri porti allo smercio delle merci americane e governare un Paese.

La debolezza intrinseca che mette il guadagno immediato davanti alle strategie di lungo termine ha chiuso il suo cerchio: dopo il Vietnam, l’Iraq, l’Afghanistan e ora l’Iran il mondo si è reso conto che non è possibile fidarsi dei governi americani.

Cina e India stanno a guardare, silenziosi e attenti. Hanno capito che Trump, nel voler contrastare i suoi predecessori, ne sta completando l’opera: la distruzione dell’egemonia mondiale postbellica.

E ripeto quanto scrissi il giorno della sua elezione: Yalta è finita. Il futuro è tutto da scrivere e i primi attori saranno India, Cina e Russia, in quest’ordine. Come europei possiamo solo sperare che un radicale cambiamento della leadership di Bruxelles possa rimetterci su questo treno lanciato rapidissimamente verso il futuro e dal quale siamo scesi durante il periodo di sudditanza a Clinton e Obama.

Dobbiamo tornare alla politica di apertura verso la Russia di Schroder e Merkel, che hanno portato il gas a basso costo in Europa. Dobbiamo trattare alla pari con Cina e India per mantenere le nostre quote di mercato.

Dobbiamo bloccare l’ingresso di merci a prezzi stracciati da Paesi terzi in cui la mano d’opera cosa pochissimo e le tasse sono in terzo o un quarto. Dobbiamo favorire dichiaratamente l’industria manifatturiera europea e la sua eccellenza per non morire immersi nel pantano di beni di importazione di minore qualità.

Dobbiamo pretendere di sederci al tavolo delle trattative, ponendo, sullo stesso livello, americani, indiani, europei e cinesi. In tal modo possiamo trasformare la disfatta politica trumpiana in un’opportunità unica per l’Europa. Forse l’ultima che la storia ci concederà.

Autore

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui