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Meloni replica agli insulti: “Orgogliosa di essere definita ciociara”

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Ciociaria

Da un mondo di politici che erano avversari e signori a un mondo di idioti che disprezzano il lavoro e i lavoratori

C’era una volta un mondo nel quale Enrico Berlinguer e Giorgio Almirante, chiaramente su sponde opposte del panorama politico, si rispettavano.

Accadde così che Giorgio Almirante si recò a rendere omaggio alla salma di Enrico Berlinguer, accolto dall’antifascista Giancarlo Pajetta.

Il 24 maggio 1988, Giancarlo Pajetta partecipò ai funerali di Giorgio Almirante (morto il 23 maggio) insieme a Nilde Iotti, formando una delegazione ufficiale del Partito Comunista Italiano (PCI).

Il gesto fu la risposta istituzionale e politica a quanto avvenne nel giugno 1984, quando lo stesso Giorgio Almirante si era recato a rendere omaggio alla camera ardente di Enrico Berlinguer a Botteghe Oscure (occasione in cui fu accolto proprio da Giancarlo Pajetta).

La presenza di Pajetta e Iotti alle esequie del leader del Movimento Sociale Italiano (MSI) rappresentò un momento storico di riconoscimento civile e di confronto tra avversari politici che, pur nella radicale contrapposizione ideale, mantenevano una profonda dignità istituzionale.

Quello era il tempo nel quale i politici non erano cialtroni.

Ora non è più così.

Il mondo della politica è diventato un’arena di cialtroni, dove il confronto si è trasformato in una continua chiassata da cortile.

Socialcomunisti venduti anima e corpo alla finanza, borghesi parvenus debosciati, nobili decaduti dal coniugio borghese per riempirsi le tasche, disprezzano il popolo e, se popolani, si vergognano di esserlo, fingendosi nobili ab origine.

Perché essere del popolo a questi appartenenti al gregge del nulla in testa, dell’apparenza senza sostanza, fa schifo, come gli fa schifo il popolo, anche se si dicono di sinistra, essendo solo dei sinistrati nel cervello, golem della finanza creativa.

Per usare un detto popolare milanese: “Quand la merda la monta in scagn, o che la spuzza o che la fa dagn”.

Questo il triste panorama che ha prodotto attacchi a Giorgia Meloni sui social, divenuti un vasto porcile per dementi in vena di tentare di essere qualcuno insultando il prossimo (borgatara, pesciarola, ortolana).

Panorama che si estende a chi, pensando di far politica, è semplicemente un idiota.

Un tizio del Partito Democratico ha definito in chiave dispregiativa Giorgia Meloni una “ciociara”.

La replica di Giorgia Meloni non si è fatta attendere: “Si riempiono la bocca di popolo, rispetto e coesione. Ma poi insultano, in un colpo solo, quasi mezzo milione di italiani definendoli inferiori, ignoranti, cittadini di serie B. Ma a essere ignoranti sono solo loro. Quindi, per questi signori, essere ‘ciociari’ è una vergogna e se lo dici a qualcuno equivale a insultarlo. Non solo: è addirittura un termine che non va pronunciato in un luogo istituzionale. Mi spiace per loro, ma io non la penso così. E sono orgogliosa di essere definita ciociara”.

“Perché – ha spiegato Giorgia Meloni all’insulso insultatore – la Ciociaria è uno dei territori più belli, antichi e straordinari della nostra Italia. Terra di Papi e condottieri, di Santi e artisti, di letterati e poeti. Cicerone, Caio Mario, Bonifacio VIII, San Tommaso d’Aquino, Marcello Mastroianni, Vittorio De Sica, Nino Manfredi e tanti altri uomini e donne che nel corso del tempo hanno fatto la nostra storia”.

All’idiota piddino che non vogliamo nemmeno sapere chi sia, perché non merita la ribalta, consiglierei di leggersi Moravia: “La ciociara”, storia delle avventure e disavventure di due donne, madre e figlia, costrette a passare un anno vicino al fronte del Garigliano tra il 1943 e il 1944.

Ma è anche e, soprattutto, la descrizione di due atti di violenza, uno collettivo e l’altro individuale: la guerra e lo stupro. Dopo la guerra e dopo lo stupro un paese e una donna non saranno più quelli di prima. È avvenuto un cambiamento profondo, il passaggio da uno stato di innocenza e di integrità a una nuova amara consapevolezza.

D’altra parte, tutte le guerre che devastano il territorio di un paese e colpiscono le popolazioni civili sono stupri; più di tutte quella che, per la prima volta nei tempi moderni, rastrellò l’Italia intera, dal Sud al Nord, portando nelle località più isolate e ignare le armi e l’arbitrio delle popolazioni straniere.

“La ciociara” non è un libro di guerra; è un romanzo in cui la guerra è vista con gli occhi di chi la soffrì senza combatterla: i civili, con le loro speranze, avventure e delusioni, che in un primo momento si illusero forse di restarne fuori e poi ebbero a soffrirne le peggiori conseguenze.

Non gli farebbe male, al piddiota, di guardarsi il film del 1960 “La ciociara”, diretto da Vittorio De Sica, per il quale, oltre all’Oscar, Sophia Loren ha vinto il premio per la migliore interpretazione femminile al Festival di Cannes, il David di Donatello e il Nastro d’Argento.

Il nome di Ciociaria nome deriva dalle ciocie, i tradizionali calzari in cuoio grezzo con la punta rialzata, un tempo indossati da pastori e contadini della zona.

Nell’Ottocento indicava alcuni territori tra il Lazio e la Campania (l’antica Terra di Lavoro), situati a sud-est di Roma, senza limiti amministrativi fissi.

Le terre di lavoro, di pastori e di contadini fanno schifo a chi è montato sulla sedia, dimenticandosi che il partito nel quale milita, dovrebbe (e non è) il partito dei lavoratori.

Il fatto è che ormai la cosiddetta sinistra è fatta di fighetti radical chic, senza arte né parte, che non hanno i fondamentali della politica e sono il perfetto esempio vivente di quanto ci avverte il detto in vernacolo lombardo: “Quand la merda la monta in scagn, o che la spuzza o che la fa dagn”.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all'Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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