Il presidente Nobel, Jorgen Watne Frydnes, ha detto apertamente che la scelta è “un messaggio rivolto a coloro che attaccano e minano il sistema internazionale e le sue istituzioni” – È scontro con gli USA di Trump
Il Nobel per la Pace è stato assegnato alla giurista sudafricana Navi Pillay che è stata giudice della corte penale internazionale e Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani.
Ormai, come già era accaduto a Obama, il Nobel è a circuito chiuso.
Nell’ottobre del 2009, a soli nove mesi dal suo insediamento alla Casa Bianca, il comitato per il Nobel di Oslo gli assegnò l’onorificenza con la seguente motivazione: “Per i suoi sforzi straordinari nel rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione tra i popoli”.
Il comitato norvegese volle premiare in particolare: la visione di un mondo libero da armi nucleari (espressa nel celebre discorso di Praga dell’aprile 2009) e il cambio di approccio nelle relazioni estere, con un forte richiamo al multilateralismo, al dialogo interreligioso (discorso del Cairo) e al contrasto ai cambiamenti climatici.
Il Nobel su assegnato alle chiacchiere.
Le candidature per il Nobel 2009 si chiusero il 1° febbraio 2009, quando Obama era Presidente da appena 12 giorni.
Thorbjørn Jagland, allora presidente del comitato del Nobel, ammise che l’intenzione era dare una spinta politica al nuovo approccio di Obama per plasmare il futuro, piuttosto che premiare traguardi passati.
Al momento di ritirare il premio, gli Stati Uniti erano impegnati in due guerre attive (Iraq e Afghanistan).
Lo stesso Obama, nel suo discorso di accettazione ad Oslo, riconobbe l’anomalia presentandosi come il comandante in capo di una nazione in guerra.
Negli anni successivi, l’uso intensivo dei droni d’attacco in Medio Oriente e l’aumento delle truppe in Afghanistan alimentarono ulteriormente il dibattito su quanto quell’assegnazione fosse stata prematura.
A dispetto dell’immagine pragmatica ma pacifista promossa all’inizio del suo mandato, la presidenza di Barack Obama (2009 – 2017) è stata caratterizzata da un impegno bellico quasi ininterrotto.
Obama è stato il primo presidente della storia statunitense a rimanere in guerra per tutti gli otto anni dei suoi due mandati.
La sua strategia militare, nota informalmente come “light footprint” (un’impronta leggera), ha mirato a ridurre l’esposizione e le perdite di soldati americani a terra, sostituendole con l’uso massiccio di droni d’attacco, operazioni speciali riservate e campagne di bombardamento aereo.
Durante gli otto anni di presidenza, gli Stati Uniti hanno condotto operazioni militari o attacchi aerei in almeno 7 Paesi:
Afghanistan: invece di disimpegnarsi subito, nel 2009 Obama autorizzò il “surge”, aumentando le truppe americane fino a circa 100.000 uomini per contrastare i Talebani, prima di avviare un graduale e sofferto ritiro.
Iraq: dopo il ritiro ufficiale delle forze nel 2011, l’esercito statunitense dovette rientrare nel 2014 per guidare la coalizione internazionale contro l’espansione dell’ISIS.
Libia (2011): gli USA guidarono l’intervento NATO che condusse alla caduta e alla morte di Muammar Gheddafi, lasciando tuttavia il Paese in uno stato di profonda instabilità geopolitica.
Siria (dal 2014): iniziata come campagna aerea mirata contro l’ISIS, l’operazione ha compreso migliaia di raid bombardieri e il supporto a fazioni ribelli locali.
Pakistan, Yemen e Somalia: in questi tre contesti le operazioni non sono state condotte tramite dichiarazioni di guerra tradizionali, ma attraverso campagne coperte da parte della CIA e del Pentagono contro i vertici di Al-Qaeda e dei suoi affiliati.
L’elemento cardine della dottrina militare di Obama è stata la guerra aerea da remoto. Secondo le rilevazioni del Bureau of Investigative Journalism e del Council on Foreign Relations, l’amministrazione Obama ha autorizzato 542 attacchi d’attacco con droni, ovvero circa 10 volte di più rispetto ai 57 condotti dal suo predecessore George W. Bush.
Il processo di selezione dei bersagli venne formalizzato direttamente dalla Casa Bianca attraverso le cosiddette “Disposition Matrix”, riunioni settimanali in cui il Presidente approvava personalmente le liste dei sospetti terroristi da eliminare.
La precisione dei droni è stata a lungo oggetto di controversie. L’amministrazione sostenne che le perdite di non-combattenti fossero ridotte al minimo (stimando tra 64 e 116 civili uccisi fuori dai teatri di guerra ufficiali).
Organizzazioni di diritti umani come Amnesty International e Human Rights Watch, insieme a centri d’inchiesta indipendenti, hanno invece documentato la morte di centinaia di civili (tra 380 e oltre 800), evidenziando gli errori di intelligence legati ai cosiddetti “signature strikes” (attacchi basati sul comportamento sospetto di un gruppo, senza la certezza dell’identità dei soggetti).
Ora il Nobel per è stato dato la Pace alla giurista sudafricana Navi Pillay.
Come anticipato, Navanethem “Navi” Pillay, 85 anni, è una magistrato sudafricana, giudice della Corte penale internazionale e Alta Commissaria delle Nazioni Unite per i Diritti Umani dal 2008 al 2014.
La Corte penale internazionale non è un organo dell’ONU e non va confusa con la Corte Internazionale di giustizia delle Nazioni Unite.
La principale differenza è che la CPI giudica le persone fisiche, mentre la CIG giudica gli Stati.
Il Nobel alla giurista sudafricana ha tutto il significato politico di una difesa della Corte, che di fatto risponde a logiche dell’Unione Europea, nei confronti degli Stati Uniti.
Le critiche aspre degli Stati Uniti nei confronti della Corte penale internazionale (CPI / ICC) e l’accusa di essere un “organismo politico di parte” rispecchiano una posizione di fondo di Washington che dura fin dalla nascita della Corte, ma che si è intensificata a causa degli eventi geopolitici recenti.
Sebbene la posizione americana sia oscillata tra amministrazioni democratiche e repubblicane, le argomentazioni centrali degli USA contro la CPI sono di natura strutturale e giuridica.
Anzitutto gli Stati Uniti non hanno mai ratificato lo Statuto di Roma (il trattato istitutivo della CPI). Secondo la dottrina legale americana, una corte internazionale non può esercitare giurisdizione sui cittadini di uno Stato non firmatario senza il consenso dello Stato stesso o una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
La CPI opera secondo il principio per cui interviene solo se i sistemi giudiziari nazionali non riescono o non vogliono perseguire un crimine. Washington sostiene che le istituzioni civili e militari statunitensi siano pienamente in grado di giudicare autonomamente i propri cittadini.
Gli USA accusano la Corte di agire per motivi ideologici e geopolitici, sostenendo che giudici e procuratori internazionali privi di un reale contrappeso politico possano avviare indagini motivate politicamente contro leader democratica e militari americani o di Paesi alleati.
Le ultime forti tensioni
I fattori che hanno riacceso lo scontro frontale tra gli Stati Uniti e la CPI riguardano due capitoli specifici.
In primo luogo i mandati d’arresto sul conflitto in Medio Oriente. Nel 2024 la Corte ha emesso mandati d’arresto per alti esponenti politici e militari di Israele (principale alleato degli USA nell’area), insieme ai leader di Hamas.
Washington ha fermamente respinto i provvedimenti, definendo “scandalosa” l’equiparazione tra le autorità israeliane e i gruppi terroristi e contestando la giurisdizione della CPI sul territorio israeliano.
La Corte ha aperto fascicoli relativi a presunti crimini di guerra commessi da forze militari e di intelligence statunitensi in Afghanistan prima del ritiro.
Per contrastare la CPI, gli Stati Uniti hanno adottato misure ritorsive istituzionali ed economiche. L’amministrazione USA ha applicato sanzioni individuali e restrizioni sui visti nei confronti del Procuratore Capo Karim Khan, della Presidente della Corte Tomoko Akane e di diversi giudici ed esponenti dell’organismo.
Gli USA dispongono inoltre già dell’American Service-Members’ Protection Act (noto colloquialmente come “Hague Invasion Act”), una legge che autorizza il Presidente a usare tutti i mezzi necessari, inclusa la forza, per liberare personale americano o alleato detenuto dalla CPI.
Se da un lato gli Stati Uniti descrivono la CPI come un ente politicizzato, dall’altro l’Unione Europea, le Nazioni Unite e le organizzazioni per i diritti umani difendono l’indipendenza del tribunale.
L’assegnazione del Nobel per la pace a Navi Pillay ha tutto il sapore di uno scontro istituzionale e politico con gli Stati Uniti e con l’Amministrazione Trump.
“L’impegno di Navi Pillay a favore dei principi giuridici universali e la sua salda bussola morale sono costanti di una lunga carriera”, spiega L’Accademia norvegese.
“Un filo conduttore collega il suo lavoro iniziale a difesa di Nelson Mandela e di altri che si sono opposti all’apartheid al suo ruolo di giudice in alcuni dei più importanti casi giudiziari internazionali del nostro tempo.
Navi Pillay ha chiamato gli Stati e i leader nazionali a rispondere delle proprie azioni e ha portato speranza alle vittime della violenza e dei conflitti. In tutte le cariche che ha ricoperto, ha sottolineato la responsabilità degli individui e degli Stati nel rispettare lo Stato di diritto”.
Il premio è “un messaggio a chi attacca le istituzioni internazionali”
La scelta del Premio Nobel per la Pace 2026 è “un messaggio rivolto a coloro che attaccano e minano il sistema internazionale e le sue istituzioni”, ha spiegato il presidente del Comitato norvegese per il Nobel, Jorgen Watne Frydnes, in conferenza stampa dopo l’annuncio.
Ai giornalisti che gli hanno chiesto ripetutamente perché il riconoscimento sia stato assegnato a una singola persona anziché a un tribunale internazionale o a un altro organismo, Frydnes ha ribadito che Pillay – che, tra le altre cose, l’anno scorso ha accusato Israele di genocidio a Gaza – è stata “in prima linea nello sviluppo del diritto internazionale per decenni, fino a oggi”, e che è la vincitrice ideale.
“Si tratta di un messaggio che sottolinea come il diritto internazionale e le sue istituzioni siano il pilastro fondamentale di un mondo più pacifico. Ci auguriamo quindi che questo premio rafforzi le istituzioni non solo Navi Pillay”, ha dichiarato. Il presidente del Comitato l’ha definita “una delle giuriste più coraggiose e importanti del nostro tempo”.
La dura reazione degli USA
“Oggi il Comitato per il Nobel si è coperto di vergogna in modo irreparabile e ha sminuito il Premio Nobel per la Pace, un tempo così prestigioso, assegnandolo a Navi Pillay delle Nazioni Unite”.
È il messaggio pubblicato su Truth Social dall’account Schoenlaw e ricondiviso da Donald Trump, nel primo commento, seppure indiretto, del presidente americano dopo l’assegnazione del premio all’ex Alta commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani.
“Pillay è una nemica dichiarata degli Stati Uniti e di Israele. Nel corso del suo mandato ha esaltato i terroristi e premiato Hamas. Ha condotto una finta ‘indagine’ sostenendo di aver scoperto che Israele aveva commesso un genocidio e sollecitando un procedimento penale – si legge nel post – Non gode di alcuna credibilità in nessun ambito normale e non ha mai fatto nulla per promuovere la pace. Anzi, proprio il contrario. Ma cosa ci si poteva aspettare da un comitato che in passato aveva assegnato quello che un tempo era l’ambito Premio Nobel per la Pace a Yasser Arafat?”.
L’Amministrazione Trump impone sanzioni contro CPI
L’amministrazione di Donald Trump ha imposto sanzioni contro la Corte penale internazionale (CPI), poche ore dopo l’assegnazione del Nobel per la Pace a Pillay, ex giudice della Corte.
I media statunitensi hanno citato una dichiarazione del segretario di Stato americano Marco Rubio visionata da Reuters.
Le nuove misure vanno oltre le precedenti sanzioni imposte contro singoli giudici e procuratori e potrebbero colpire anche le società che forniscono servizi alla CPI.
Il presidente Trump non permetterà mai alla Corte penale internazionale di perseguire cittadini americani. Per questo oggi gli Stati Uniti sanzionano la Corte penale internazionale – ha dichiarato Rubio – Vieteremo le transazioni con questa Corte canaglia, tagliandole le risorse e paralizzando la sua capacità di operare”.
“O la Corte penale internazionale (CPI) mette fine alle sue minacce, oppure saremo noi a porre fine alla CPI”, ha affermato il segretario di Stato americano nel video pubblicato su X in cui annuncia le sanzioni USA alla Corte.
“Ci aspettiamo che i nostri alleati, molti dei quali fanno parte della CPI e che per la propria difesa fanno affidamento sui militari americani, mettano un freno a questo tribunale canaglia – ha proseguito – Se non lo faranno, gli Stati Uniti proseguiranno la loro campagna per smantellare la CPI, pezzo per pezzo, finché gli americani non saranno più minacciati”.
Washington contesta da tempo i mandati d’arresto emessi dalla CPI contro esponenti israeliani, tra cui il premier Benjamin Netanyahu, nonché la precedente indagine sulle azioni dei militari americani in Afghanistan, poi archiviata.





