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Ucraina, esame di realtà, guerra e business

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Ucraina, esame di realtà, guerra e business

La carenza di uomini, le infrastrutture che potrebbero collassare, la crescente richiesta di trattativa – Trump e Putin: accordo sul gasolio russo agli Stati Uniti –

L’Ucraina è oggi di fronte al necessario esame di realtà che gli ucraini vogliono e che inglesi e Unione Europea evitano per non metter in discussione le loro strategie fallimentari.

La realtà, anzitutto, arriva come una doccia gelata nei confronti di Zelensky e della sua idea che gli Usa possano accondiscendere ad un’escalation contro Mosca.

Il presidente americano, Donald Trump, ha annunciato un’intesa con Vladimir Putin – in seguito a una telefonata tra i due – per forniture di diesel russo al mercato americano e mondiale, sostenendo che l’accordo contribuirà a far scendere rapidamente i prezzi.

“Ho appena concluso una discussione di grande successo con il presidente russo Vladimir Putin, durante la quale è stato concordato che la Russia fornirà immediatamente oltre 300mila tonnellate di diesel al mercato americano e globale, altre 500mila tonnellate nel mese di novembre e un milione di tonnellate subito dopo”, ha scritto ieri sera il presidente americano su Truth.

Trump ha aggiunto che, in base alle condizioni delle raffinerie russe di diesel, Mosca consegnerà successivamente altri tre milioni di tonnellate “entro un breve periodo di tempo”.
“Tra il nostro controllo totale dello Stretto di Hormuz e questo grande annuncio sull’energia russa, i prezzi del diesel per gli americani e, in effetti, per il mondo scenderanno a ritmi record e rapidamente!”, ha affermato Trump.
Il presidente ha indicato come sua “massima priorità'” la riduzione dei prezzi per gli americani, “soprattutto per i nostri grandi agricoltori, allevatori e camionisti”, definendo l’intesa “un annuncio molto grande e importante”. In chiusura, ha ribadito: “Deve inoltre essere chiaro che l’Iran non avrà un’arma nucleare”.

Nell’ambito dell’accordo raggiunto tra il presidente americano, Donald Trump, e il presidente russo, Vladimir Putin, per la fornitura di gasolio al mercato Usa e quello mondiale, Washington ha sospeso temporaneamente le sanzioni sul diesel russo.

Per dirla in breve, Putin e Trump si aiutano a vicenda, la qual cosa toglie ogni illusione a chi, come l’Unione Europea, pensa di trascinare gli Stati Uniti in un ampliamento del conflitto con Mosca.

Il messaggio suona anche come un avvertimento a Kiev per chiudere la partita.

Gli ucraini vogliono trattare

Un sondaggio del Kyiv International Institute of Sociology (KIIS), realizzato 12 – 21 settembre 2026 su 1.002 adulti residenti nei territori controllati dal governo ucraino, ha rilevato che il 75% degli ucraini accetta che l’Ucraina avvii ora negoziati con la Russia per porre fine alla guerra, mentre il 21%: non li accetta e il 4% è composto da indecisi.

Il KIIS sottolinea esplicitamente che la domanda riguardava la disponibilità a negoziare, non le concessioni territoriali o politiche.

E c’è un secondo dato ancora più significativo: il 69% accetterebbe un congelamento delle ostilità lungo l’attuale linea del fronte, purché accompagnato da concrete garanzie di sicurezza, rafforzamento dell’esercito e sostegno occidentale.

Contemporaneamente, però, il 62% dice di essere disposto a sopportare la guerra “quanto sarà necessario”.

Quindi il quadro evidenzia una crescente disponibilità al negoziato senza accettazione automatica delle condizioni russe. Il cambiamento politico è comunque notevole

Nel 2022 il consenso era fortemente orientato alla prosecuzione della guerra. Nel luglio 2025 un sondaggio Gallup rilevava già un 69% favorevole a una conclusione negoziata il prima possibile contro un 24% che preferiva continuare a combattere fino alla vittoria.

Oggi il 75% favorevole ad aprire negoziati è praticamente identico al 74% registrato dal KIIS nel febbraio 2025. Dunque, non siamo davanti a un’improvvisa inversione di ottobre 2026 ma al consolidamento di una maggioranza favorevole alla via negoziale.

Questo rende particolarmente interessante confrontare opinione pubblica ucraina e la posizione di Zelensky, in quanto secondo il KIIS, solo il 28% nell’aprile 2026 voleva Zelensky presidente anche dopo la guerra e il 67% chiedeva, invece, un ricambio della classe dirigente dopo il conflitto.

Non è dimostrato che Zelensky voglia prolungare la guerra per conservare il potere, ma è dimostrabile che la prosecuzione della guerra gli consente di rimanere alla presidenza senza sottoporsi a nuove elezioni, mentre una parte crescente dell’opinione pubblica manifesta il desiderio di un ricambio politico dopo la guerra.

“La guerra – scrive Dario Quintavalle (Domino 9-2026) è stata una grossa opportunità di arricchimento

Il punto di rottura tra popolazione e Zelensky si è consumato quando, a metà luglio, il presidente ha licenziato a sorpresa il ministro della Difesa Mykhailo Fedorov, innovatore e in azione per eliminare la corruzione dilagante nel circolo magico del comico assurto a capo di Stato. Un circolo magico che ogni giorno ci presenta una situazione di degenerazione sistemica.

Di elezioni non si parla nel Paese che dovrebbe essere la barriera della democrazia europea contro l’autocrazia russa. I partiti che avrebbero occupare lo spazio dell’opposizione sono stati messi al bando nel 2022 con legge firmata da Zelensky.

“In questi anni – scrive Elia Morelli (Domino 9-2026) – le purghe zelenskiane hanno estromesso personalità rilevanti del panorama politico, militare e imprenditoriale ucraino, con l’esecutivo impegnato a vidimare la propaganda e lanciare accuse senza preoccuparsi di dimostrarne la fondatezza, anche per eliminare gli oppositori, per silenziare il dissenso, serrare le file e compattare un traballante fronte interno”.

Zelensky ha rimosso partiti, oligarchi, ambasciatori e si è disfatto anche del vero comandante dell’esercito ucraino, Valerij Zaluznyi, mentre ha tollerato un sistema articolato di riciclaggio di denaro sporco.

“Per cui- scrive Dario Quintavalle – c’è un paradosso: si, la Russia è un Paese autoritario e l’Ucraina prova a diventare una democrazia, ma in Russia le elezioni si tengono (per quanto manipolate), in Ucraina no”.

Questa sarebbe la democrazia per la quale buttiamo miliardi dell’Unione Europea.

Le testate nucleari ucraine trasferite in Russia

Nel 1991 l’Ucraina ottenne l’indipendenza. “Sul territorio della nuova repubblica, al momento dell’indipendenza, stazionavano 780 mila uomini, 6500 carri armati, 1100 velivoli da combattimento e oltre 500 unità navali, seconda Forza convenzionale nel continente, cui si sommava il terzo arsenale atomico del pianeta, con 176 missili intercontinentali e quasi millenovecento testate strategiche”. (Franz Simonini, Domino 9-2026).

Le testate nucleari furono trasferite alla Russia.

Dopo la dissoluzione dell’URSS, l’Ucraina si ritrovò sul proprio territorio una parte enorme dell’arsenale nucleare sovietico: circa 1.900 testate strategiche, oltre a missili balistici e bombardieri. Tuttavia, il controllo operativo dell’arsenale rimase sostanzialmente nella struttura militare sovietica e poi russa.

Il Protocollo di Lisbona del 23 maggio 1992 rese Ucraina, Russia, Bielorussia e Kazakistan successori dell’URSS rispetto al trattato START I. Lo firmarono: Ucraina (Anatolij Zlenko, ministro degli Esteri); Russia (Andrej Kozyrev, ministro degli Esteri); Stati Uniti (James Baker, Segretario di Stato); Bielorussia (Pëtr Kravčenka); Kazakistan (Talgat Zhukeyev). L’Ucraina si impegnava a eliminare le armi nucleari presenti sul proprio territorio e ad aderire al TNP come Stato non nucleare.

L’accordo decisivo è stato la Dichiarazione trilaterale del 14 gennaio 1994. A Mosca si incontrarono, Bill Clinton, Boris Yeltsin, Leonid Kravchuk e firmarono la Trilateral Statement USA–Russia–Ucraina dove venne stabilito che tutte le testate nucleari presenti sul territorio ucraino sarebbero state trasferite in Russia per essere smantellate. In cambio, la Russia avrebbe fornito all’Ucraina combustibile nucleare per le sue centrali, come compensazione per l’uranio altamente arricchito contenuto nelle testate. Gli Stati Uniti avrebbero inoltre fornito assistenza finanziaria e tecnica allo smantellamento.

L’allegato stabiliva inizialmente il trasferimento di almeno 200 testate entro dieci mesi, con l’obiettivo finale di trasferirle tutte alla Russia.

È poi arrivato il Memorandum di Budapest (5 dicembre 1994), firmato da: Leonid Kučma per l’Ucraina, Boris El’cin per la Russia, Bill Clinton per gli Stati Uniti, John Major per il Regno Unito.

L’Ucraina aderì formalmente al TNP come Stato privo di armi nucleari e completò il trasferimento dell’arsenale alla Russia entro il 1996. In cambio, Russia, USA e Regno Unito fornirono security assurances: in particolare riaffermarono l’impegno a rispettare indipendenza, sovranità e frontiere esistenti dell’Ucraina e a non usare la forza contro la sua integrità territoriale o indipendenza politica.

Una situazione demografica è catastrofica

L’Ucraina conta oggi fra i 22 e i 25 milioni di abitanti nei territori rimasti sotto il proprio controllo, contro i 42 censiti alla vigilia bellica. Oltre dieci milioni di persone hanno abbandonato il Paese dal febbraio 2022.

Considerando la legge sulla mobilitazione militare in Ucraina — che fissa l’età di leva e di coscrizione per gli uomini tra i 25 e i 60 anni — la stima della popolazione maschile residente in questa specifica fascia d’età sulla base dei 25 milioni di abitanti totali è la seguente è di 5,8 sei milioni di soggetti, pari al 50% della popolazione maschile.

Sebbene la cifra lorda sia di circa 5,8 – 6,0 milioni di uomini, il bacino effettivamente arruolabile o disponibile per il servizio è notevolmente inferiore a causa di diversi fattori di esenzione legali e fisici.

Circa l’11–15% della popolazione in età lavorativa risulta non idonea al servizio per ragioni di salute o disabilità. Circa 600.000 – 800.000 uomini sono esentati (i cosiddetti “riservati”) perché impiegati in settori strategici (infrastrutture critiche, energia, difesa, trasporti). Esenzioni per padri con 3 o più figli minori, genitori unici o assistenza ad anziani odisabili conviventi riducono ulteriormente il totale.

Circa 1 milione di uomini fa già parte delle forze armate o di sicurezza (militari di carriera, mobilitati, guardia di frontiera, polizia).

Gli uomini di età compresa tra 18 e 24 anni (circa 700.000–800.000 persone sul territorio) non rientrano nella coscrizione obbligatoria generica, a meno che non abbiano già completato il servizio militare obbligatorio in passato o non decidano di arruolarsi volontariamente.

Applicando le sottrazioni delle esenzioni principali al bacino teorico di ~5,8 – 6,0 milioni di uomini in età di leva (25–60 anni) residenti nei territori controllati, il calcolo del potenziale reale residuo per la mobilitazione è il seguente:

Calcolo delle sottrazioni dal bacino teorico

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Il “collo di bottiglia” operativo reale

Sebbene la cifra legale residua sia attorno ai 2,8 – 3,0 milioni di persone, il numero effettivamente arruolabile nel breve-medio periodo è ulteriormente ridotto da fattori logistici e sociali:

Popolazione non registrata o irreperibile: Si stima che tra i 700.000 e i 900.000 uomini non siano registrati correttamente nei database militari o abbiano cambiato residenza priva di notifica (i cosiddetti introvabili o che lavorano in nero).

Capacità di addestramento e armamento: La capacità dell’esercito ucraino di assorbire, addestrare ed equipaggiare nuove reclute è di circa 20.000 – 30.000 uomini al mese.

Impatto sull’economia: Un ulteriore prelievo massiccio di centinaia di migliaia di uomini rischierebbe di paralizzare il settore privato e la raccolta fiscale, fondamentale per sostenere la stessa spesa militare.

Risultato finale: la riserva mobilitabile immediata ed effettivamente rintracciabile da parte dello Stato ucraino si attesta attualmente tra 1,5 e 2 milioni di uomini, una cifra che garantisce la possibilità di rimpiazzo e rotazione a lungo termine, ma a prezzo di forti tensioni sociali ed economiche.

La campagna d’Inverno di Mosca è già partita

Nella notte tra il 29 e il 30 settembre – dieci giorni prima rispetto all’anno scorso – è iniziata ufficialmente la campagna invernale russa contro le infrastrutture energetiche ucraine. Fonti di Ekonomichna Pravda (EP) affermano che missili balistici e droni russi hanno preso di mira principalmente impianti energetici a Kiev e nella regione circostante. Tra gli obiettivi figurano centrali termoelettriche, impianti di cogenerazione, centrali idroelettriche e infrastrutture di trasmissione dell’energia elettrica.

Quest’anno l’Ucraina si appresta ad affrontare la stagione del riscaldamento meglio preparata. La produzione di energia elettrica è stata ripristinata, le fonti di alimentazione di riserva assicurate, le misure di sicurezza rafforzate, le attrezzature rifornite e le squadre di riparazione rinnovate, ma – come fa osservare Ukrainiska Pravda – nessun livello di protezione può schermare completamente la rete elettrica dagli attacchi russi, il che significa che è altamente improbabile che l’Ucraina riesca a superare l’inverno senza interruzioni nelle forniture di elettricità, riscaldamento e acqua.

È probabile che Mosca concentri i suoi attacchi su Kiev, la città più densamente popolata dell’Ucraina, nel tentativo di influenzare l’opinione pubblica nella capitale, un aspetto che le autorità ucraine non possono permettersi di ignorare.

L’obiettivo generale del Cremlino, secondo Ukrainiska Pravda, è provocare una catastrofe umanitaria e rendere inabitabile la capitale ucraina.

Kiev si prepara al lungo inverno. Al centro dei piani c’è la simulazione di un blackout totale, pensata per rispondere a una domanda cruciale: come farebbe la città a mantenere in funzione i suoi sistemi di riscaldamento e idrici in una situazione del genere? “Il concetto è stato soprannominato ‘Buio, ma caldo’. In altre parole, le luci potrebbero spegnersi dopo un bombardamento, ma l’acqua e il riscaldamento devono sempre essere garantiti”, ha dichiarato a EP Oleksandr Kharchenko, direttore del Centro per la Ricerca Energetica.

Il rischio principale quest’inverno non è quindi la carenza di capacità di generazione all’inizio, ma la rapidità con cui tale capacità potrebbe venire meno a causa di ulteriori attacchi russi.

Per Kiev, questo è particolarmente importante. Gli attacchi russi hanno già distrutto una parte significativa della capacità di produzione di energia della capitale. Parte di tale capacità dovrebbe essere ripristinata, ma una volta riattivate, le infrastrutture diventeranno nuovamente obiettivi prioritari.

La funzione principale della generazione distribuita è quella di mantenere in funzione le infrastrutture critiche in caso di danni alle principali fonti di generazione o alla rete elettrica. In altre parole, in caso di carenza di elettricità, la priorità sarà data agli impianti di approvvigionamento idrico, alle centrali termiche, agli ospedali, alle comunicazioni, ai trasporti e ad altri servizi essenziali. Per i consumatori ordinari, saranno in vigore i programmi di interruzione di corrente di emergenza o a intervalli orari, come lo scorso anno.

Lo scenario pessimistico prevede attacchi pesanti e distruzioni diffuse. In tal caso potrebbero esserci solo quattro ore di elettricità al giorno, lasciando Kiev senza corrente fino a 20 ore.

In altre parole, lo scenario peggiore per la capitale prevede prolungati blackout per la maggior parte dei consumatori, ma con le infrastrutture critiche che rimangono alimentate.

Il riscaldamento è una questione più complessa. Il sistema di riscaldamento di Kiev è storicamente molto centralizzato: circa il 70% della città è riscaldato da tre grandi centrali di cogenerazione (CHP).

Quest’anno Kiev non sarà in grado di proteggere completamente il proprio sistema di riscaldamento da eventuali interruzioni di corrente.

Come riporta Ukrainiska Paravda: “Non ci sono garanzie che Kiev avrà il riscaldamento. A causa degli attacchi balistici, in linea di principio non si possono dare garanzie. Molto dipenderà dall’intensità degli attacchi”.

L’acqua è un altro elemento cruciale, poiché la Russia potrebbe prendere di mira l’approvvigionamento idrico della capitale nel tentativo di provocare una catastrofe umanitaria.

La buona notizia per gli ucraini è che la maggior parte delle infrastrutture idriche di Kiev è sotterranea, quindi è più resistente agli attacchi. Tuttavia, il sistema di approvvigionamento idrico non può essere completamente protetto dagli effetti di attacchi di vasta portata.

In sintesi, Kiev si appresta ad affrontare questo inverno oggettivamente meglio preparata rispetto a un anno fa. La città dispone di una maggiore capacità di generazione di energia di riserva, strutture meglio protette, fonti di riscaldamento alternative, generatori e piani ben collaudati per far fronte ad attacchi su larga scala, ma questo non significa che l’inverno sarà facile. Nessuna di queste misure offre una garanzia assoluta, perché la portata dei futuri attacchi e i danni che causeranno non possono essere previsti in anticipo.

Per Kiev, come per l’intero Paese, la più grande incognita è qualcosa che non si può prevedere né controllare: la portata e l’intensità dei futuri attacchi russi.

Nel frattempo si sviluppa il business

Il Fondo congiunto USA-Ucraina per gli investimenti nella ricostruzione (URIF)- informa il Kyiv Independent- ha presentato diversi progetti di investimento, tra cui il primo accordo in assoluto nel settore dei minerali critici con la società ucraina BGV Group Management.

Su iniziativa del presidente statunitense Donald Trump, l’Ucraina ha firmato nell’aprile del 2025 il cosiddetto ” accordo sui minerali ” con gli Stati Uniti, che ha istituito un fondo di investimento congiunto in Ucraina e garantisce agli Stati Uniti un accesso privilegiato ai progetti di investimento nel Paese. Il fondo è uno dei numerosi accordi bilaterali di investimento che Kiev ha stipulato dall’inizio dell’invasione russa su vasta scala e che da allora si è esteso oltre il settore minerario.

Il progetto sui minerali critici – scrive il Kyiv Independent – vedrà URIF sviluppare una “piattaforma di investimento congiunta” con BGV Group, società fondata dal miliardario ucraino Hennadii Butkevych, che “costruirà un portafoglio diversificato di progetti minerari in fase iniziale in tutta l’Ucraina”. L’attenzione iniziale sarà rivolta all’individuazione di giacimenti di terre rare, berillio e zirconio in Ucraina, ha affermato URIF.

Reuters ha riferito in merito, citando un alto funzionario statunitense, che l’accordo avrà un valore di circa 30 milioni di dollari.

Oltre all’accordo sui minerali critici, sono stati effettuati anche due nuovi investimenti incentrati su progetti energetici in vista di un altro rigido inverno, nel contesto del previsto assalto russo alle infrastrutture energetiche.

Secondo Reuters, il primo finanziamento andrà ad aggiungersi a un prestito di 85 milioni di euro (97 milioni di dollari) precedentemente annunciato a favore di DTEK, la più grande azienda energetica privata ucraina, per un progetto strategico di accumulo di energia tramite batterie, e fornirà “accesso al capitale in caso di danni”.

Lo scorso settembre DTEK ha inaugurato l’impianto di accumulo a batterie in collaborazione con la società energetica americana Fluence Energy Inc., che ha fornito 698 batterie Gridstack. L’insieme delle batterie forma un sistema da 200 megawatt in grado di alimentare 600.000 abitazioni ucraine per due ore, riducendo il rischio di blackout e contribuendo a stabilizzare la rete elettrica nelle regioni di Kiev e Dnipropetrovsk.

URIF parteciperà separatamente a un investimento azionario in una piattaforma di cogenerazione (CHP) destinata alla costruzione e alla gestione di “centri energetici su scala comunitaria” per ripristinare la fornitura di energia alle abitazioni colpite dagli attacchi energetici russi.

Oleksii Sobolev, vice capo dell’ufficio presidenziale ucraino, ha dichiarato in un comunicato che i nuovi investimenti infondono “fiducia negli investitori nei confronti dell’Ucraina”.

“Vogliamo che, grazie a questa partnership, un maggior numero di aziende ucraine si sviluppi e crei nuove opportunità per l’economia ucraina”, ha aggiunto Sobolev.

Il segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent ha affermato che gli investimenti “rappresentano la continua concretizzazione della visione alla base del nuovo accordo” raggiunto nell’aprile del 2025.

Secondo quanto riferito dai funzionari, il finanziamento totale per i nuovi investimenti si aggira intorno ai 70 milioni di dollari.

Per i primi 10 anni di validità dell’accordo del fondo, tutti i profitti saranno reinvestiti direttamente in Ucraina. Anche gli aiuti militari statunitensi potrebbero essere considerati come contributi al fondo.

Dall’invasione su vasta scala da parte della Russia nel 2022, l’Ucraina ha ricevuto centinaia di miliardi di dollari in aiuti finanziari dagli alleati, il che ha contribuito a sostenere l’esercito e a mantenere a galla l’economia del paese.

Leonardo ha aperto una società in Ucraina

Anche Leonardo ha aperto una società in Ucraina, la Leonardo Ukraine, controllata al 100% dal gruppo italiano. La società collabora all’industria militare e sfrutta le opportunità di Brave1, il polo statale per l’innovazione (droni, guerra elettronica, intelligence di segnali, intelligenza artificiale). Brave1 associa circa 2.500 aziende. Lo stesso ex ministro della Difesa ucraino Fedorov, cacciato da Zelensky, è stato assunto dal ministro italiano della Difesa Crosetto come consulente.

Le direttrici strategiche

Droni e guerra elettronica. L’Ucraina ha sviluppato droni, sistemi di navigazione resistenti ai disturbi GPS, contromisure elettroniche e software di riconoscimento. Leonardo vuole esplorare queste tecnologie per integrarle nei propri sistemi.

Michelangelo Dome, sistema integrato di difesa aerea e multidominio di Leonardo, destinato a coordinare sensori, tracciamento e intercettazione delle minacce. I primi test operativi in Ucraina sono previsti entro la fine del 2026. Il conflitto offre un ambiente reale in cui verificare le prestazioni del sistema.

La presenza a Kyiv permette di valutare direttamente imprese e startup ucraine, comprese quelle che sviluppano sensori, software, collegamenti tra sistemi e tecnologie autonome. Non è soltanto una rappresentanza commerciale; è anche una possibile piattaforma per operazioni industriali future.

Il contesto internazionale: Italia, Turchia, Ucraina, UE

Leonardo Ukraine va letta insieme ad altre due iniziative.

La prima riguarda la partnership Leonardo–Baykar. Nel giugno 2026 il governo italiano ha approvato condizionatamente la joint venture paritetica con il produttore turco di droni Baykar, imponendo condizioni sulle destinazioni dei sistemi e sulla protezione delle tecnologie.

La seconda riguarda la cooperazione UE–Ucraina. Il 16 luglio 2026 la Commissione europea ha annunciato una partnership industriale per la difesa e il programma EU–Ukraine Drone Deal, con un ulteriore miliardo di euro erogato a sostegno delle capacità ucraine nel quadro del finanziamento europeo.

Il test sul campo può fornire a Leonardo dati operativi utili per sviluppare e commercializzare il sistema Michelangelo Dome anche fuori dal teatro ucraino.

Il punto geopolitico: che cosa cambia per l’Italia?

La questione centrale è chi acquisisce il sapere tecnologico generato dalla guerra e chi lo trasforma in capacità industriale esportabile.

La guerra può produrre un trasferimento di conoscenze in entrambe le direzioni. Leonardo può portare in Ucraina competenze consolidate in radar, sensori, elettronica e sistemi integrati. Le imprese ucraine possono fornire esperienza operativa, software e soluzioni rapide contro droni e disturbi elettronici.

Investimento Usa nel Nord Stream

Alti funzionari statunitensi e russi, tra cui l’inviato speciale americano Jared Kushner, hanno discusso la possibilità che un investitore americano entri a far parte del progetto dei gasdotti Nord Stream, che un tempo rifornivano di gas russo la Germania. Ai colloqui, secondo Reuters – hanno partecipato Kushner, genero del presidente statunitense Donald Trump, e Kirill Dmitriev, stretto consigliere del presidente russo Vladimir Putin.

L’accordo dovrà essere negoziato dalla Russia con la DFC [US International Development Finance Corporation] e il Dipartimento del Tesoro e dovrà essere vantaggioso per i contribuenti e le aziende statunitensi”, ha dichiarato un funzionario della Casa Bianca all’agenzia di stampa, interpellato in merito alle discussioni, aggiungendo che “non ci sono state discussioni recenti sul Nord Stream”.

Kushner, che ha lavorato a fianco del suo omologo, l’inviato senior statunitense Steve Witkoff, per mediare la fine della guerra in Russia, ritiene che gli accordi commerciali siano fondamentali per garantire la pace.

Un accordo sul Nord Stream permetterebbe essenzialmente agli investitori americani di trarre profitto dal gas che fluisce verso l’Europa, una volta raggiunto un cessate il fuoco incondizionato.

Nord Stream rimane soggetto a sanzioni da parte dell’UE e degli Stati Uniti e non è ancora chiaro quanto seriamente Washington intenda ripristinare le forniture di gas russo alla Germania, il maggiore consumatore di energia in Europa.

Parlando a Pryluky giovedì, il presidente Volodymyr Zelensky ha messo in dubbio come si possa discutere di cooperazione economica con Mosca mentre gli sforzi di pace restano in una fase di stallo.

“Non si può… negoziare con i russi su futuri progetti economici”, ha affermato, descrivendo la situazione come una “situazione di stallo diplomatico”.

Stallo diplomatico e escalation bellica.

L’attacco russo alle infrastrutture energetiche ucraine dell’8 ottobre ha causato interruzioni di corrente diffuse in tutta la capitale ucraina, Kiev, la cui popolazione è di oltre 3 milioni di persone.

Durante la giornata, la città ha subito interruzioni di corrente nella maggior parte dei quartieri, con la metropolitana chiusa per mancanza di elettricità. Senza corrente, molti residenti hanno anche segnalato la mancanza di acqua corrente.

Ieri le zone della città a sinistra del fiume Dnipro risultavano ancora senza corrente, mentre l’elettricità era stata ripristinata in alcune parti della riva destra.

Successivamente, la DTEK ha annunciato che erano state introdotte interruzioni di corrente di emergenza sulla riva destra di Kiev e nei distretti di Bucha e Vyshhorod dell’oblast di Kiev.

Il calo di tensione ha temporaneamente interrotto il servizio ferroviario e il funzionamento delle scale mobili della metropolitana di Kiev. Anche altre parti della rete di trasporto pubblico della capitale sono state interessate.

L’amministrazione cittadina ha dichiarato che alcuni servizi sono stati temporaneamente sospesi a causa del calo di tensione, mentre le autorità stanno lavorando per sostituire parte della linea tranviaria ad alta velocità Borshchahivka con autobus. I giornalisti del Kyiv Independent hanno descritto un traffico intenso, persone che fermavano i taxi per strada e strade affollate, mentre i pendolari cercavano mezzi di trasporto alternativi.

L’interruzione di corrente ha colpito anche la rete idrica di Kiev.

L’amministrazione comunale ha avvertito che i residenti della riva destra avrebbero potuto subire interruzioni nell’erogazione dell’acqua a causa della bassa tensione che aveva ridotto la pressione nel sistema, in particolare nei quartieri di Holosiivskyi, Sviatoshynskyi, Solomianskyi e Shevchenkivskyi.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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