L’oscillazione di Trump rafforza la propaganda degli ayatollah
Leggendo l’editoriale di Claudio Cerasa su Il Foglio, mi sono ritrovata d’accordo su un punto fondamentale: il fallimento di Trump in Iran non può diventare l’ennesima scusa per ripulire l’immagine degli ayatollah e trasformare un regime repressivo in una vittima della storia.
L’Iran degli ayatollah non è diventato improvvisamente meno pericoloso perché Trump ha gestito male la crisi.
Il regime che impicca oppositori, massacra le donne che protestano, finanzia Hamas, Hezbollah, gli Houthi e le milizie sciite in tutto il Medio Oriente rimane esattamente lo stesso.
Il punto è un altro.
Quando una battaglia viene guidata da una persona incapace di distinguere tra strategia, interesse personale e propaganda, quella battaglia finisce inevitabilmente per perdere forza morale e politica.
Trump non è un uomo che possiede una visione del mondo.
Trump è un uomo che possiede una visione di Trump.
È una differenza enorme.
Tutta la sua vita è stata costruita dentro una cultura nella quale contava una sola cosa: vincere.
Non importa come.
Non importa se avevi ragione. Non importa se avevi torto. Non importa se ieri sostenevi una cosa e oggi il contrario.
Suo padre, Fred Trump, gli insegnò fin da ragazzo che il mondo era diviso tra vincitori e perdenti e che ammettere un errore equivaleva a una sconfitta.
Da allora Donald Trump ha applicato lo stesso schema a tutto: affari, politica, alleanze, guerre, rapporti internazionali.
Per questo motivo non esiste una vera bussola morale nelle sue scelte.
Esiste soltanto la convenienza del momento.
E quando una persona senza una bussola morale si trova a gestire una crisi come quella iraniana, il risultato è quasi inevitabile: confusione, contraddizioni e perdita di credibilità.
Israele questo problema lo conosce benissimo.
Per anni ha combattuto praticamente da solo contro la rete costruita dall’Iran: Hamas a Gaza, Hezbollah in Libano,gli Houthi nello Yemen e le milizie sciite in Siria e Iraq.
Dopo il 7 ottobre Israele ha pagato un prezzo enorme per colpire quell’architettura terroristica.
Migliaia di soldati mobilitati. Migliaia di feriti. Una guerra lunghissima. Un isolamento internazionale crescente.
E quando finalmente l’asse iraniano appariva indebolito, è arrivato Trump con la sua abituale oscillazione tra minacce apocalittiche e aperture improvvise.
Un giorno promette l’inferno.
Il giorno dopo parla di accordi.
Il giorno dopo ancora dichiara vittoria.
Poi cambia nuovamente posizione.
In questo modo non indebolisci gli ayatollah.
Li aiuti.
Perché ogni esitazione americana diventa propaganda per Teheran.
Ogni incoerenza americana diventa una dimostrazione, agli occhi del regime, che basta resistere abbastanza a lungo.
Ed è qui che bisogna stare molto attenti.
Criticare Trump non significa assolvere gli ayatollah.
Anzi. Significa esattamente il contrario.
Significa rifiutarsi di accettare che l’incapacità strategica di Trump venga usata come lavatrice morale per uno dei regimi più repressivi del pianeta.
Perché una cosa è dire che Trump ha fallito. Un’altra è fingere che, siccome Trump ha fallito, allora gli ayatollah abbiano ragione.
No.
Trump può aver gestito male tutto. Può aver indebolito gli alleati.
Può aver creato confusione. Può aver danneggiato Israele nel momento più delicato.
Ma il regime iraniano resta quello che era prima: una dittatura teocratica che reprime il proprio popolo, finanzia il terrorismo e considera la distruzione di Israele un obiettivo strategico.
Se c’è una lezione da trarre da questa vicenda, non è che gli ayatollah siano diventati improvvisamente rispettabili.
È che le cause giuste, quando finiscono nelle mani sbagliate, rischiano di perdere forza.
E Donald Trump ha dimostrato più volte di possedere un talento particolare:
trasformare anche le battaglie più legittime in occasioni mancate, indebolendo gli amici dell’America, creando problemi a Israele e offrendo ai nemici dell’Occidente argomenti che non avrebbero mai meritato di avere.





