Home Opinioni In principio fu blocco navale e poi la remigrazione

In principio fu blocco navale e poi la remigrazione

0
blocco navale, remigrazione e stratega

Alla ricerca di un fine e paziente stratega

In principio fu il blocco navale… poi comparve il Generale e fu la remigrazione.
Ma sotto questo roboante vessillo attorno al quale stanno raggruppandosi tanti entusiasti cittadini, cosa veramente si palesa?

Si tratta solo di un populismo qualunquista raccatta voti?

O, invece, è un serio e concreto progetto di riforma capace di riportare sicurezza nelle nostre strade e gestire con razionalità il fenomeno dell’immigrazione?

Chi plaude solo al sentir pronunciare quel termine, se la pone almeno tale domanda?

Chi non se la pose fu la Meloni quando, dall’opposizione, sbandierò il suo fulgente “blocco navale”.

Poi, una volta giunta nella stanza dei bottoni, si trovò, schierato ad attenderla, un plotone di esecuzione composto dalla magistratura, dalla presidenza della Repubblica, dalla Corte costituzionale, dall’Europa… e pure dall’ONU.

Capì, così, a sue spese, che non bastava una formula magica, una soluzione semantica, una parola incantata.

Serviva competenza, professionalità, conoscenza approfondita delle norme, contatti multilaterali, pazienza e tanta, ma tanta strategia.

Ovviamente, coloro che credevano nelle favole rimasero delusi, chi immaginava di veder schierate nel Mediterraneo le navi della Marina Militare e i porti chiusi ai trafficanti di esseri umani, visse con frustrata scontentezza l’amaro risveglio.

Non avevano, però, fatto i conti con l’attivismo giudiziario della magistratura politicizzata, i divieti di Bruxelles, l’ostruzionismo presidenziale, le lungaggini burocratiche, le interminabile verifiche sulla legittimità costituzionale, i mille ricorsi, gli infiniti appelli… e finanche i falsi certificati medici.

Ora, arriva il Generale e conia, anzi rilancia, una nuova parola magica: remigrazione!
Ed è subito un successo nazionale!

Ma cosa si intende con quel termine?

Finché il progetto mira a imporre il ritorno nei Paesi d’origine degli stranieri che non hanno un titolo legale per restare in Italia, non si può che essere d’accordo.

Se il fine è quello di aumentare i centri di permanenza per il rimpatrio e ampliare gli accordi con i Paesi di origine, la proposta è sensata.

Ma fin qui nulla di nuovo sotto il sole.

Tale procedura è già prevista, seppur ostracizzata.

In realtà, finalmente, i rimpatri cominciano ad essere eseguiti sempre più numerosi anche dall’attuale Governo.

Ma sappiamo quanto lunga e difficile sia stata l’impresa stante l’insormontabile muro erettogli contro.

Solo dopo estenuanti trattative si è riuscito ad evitare che non fosse il singolo magistrato a determinare la “sicurezza” del Paese di origine in cui rimpatriare il clandestino, indicandoli in un elenco stilato dalla Comunità Europea.

Poi, secondo il Generale, nella Remigrazione dovrebbero rientrare coloro che pur avendo diritto di soggiornare, compiono gravi attività criminali.

Ma anche in tal caso il nostro ordinamento giuridico già prevede sia l’espulsione come misura di sicurezza disposta dall’autorità giudiziaria dopo determinati reati, sia l’espulsione per motivi di ordine pubblico o sicurezza dello Stato.

I concetti cominciano a farsi nebulosi quando il Generale estende la Remigrazione anche a chi, pur regolarmente presente sul nostro territorio, “non vuole assimilarsi alla nostra cultura”.

Poiché tali casi riguarderebbero persone con permesso di soggiorno, o addirittura cittadini italiani di origine straniera, con tutta la buona volontà non comprendo come ciò potrebbe tradursi in norme concrete.

Si dovrebbe trattare infatti di leggi basate su una valutazione culturale o identitaria.
Se così fosse, in tempo zero, si solleverebbe la questione di incostituzionalità.

La Comunità Europea poi partirebbe alla carica ribadendo che poiché i cittadini dell’Unione beneficiano della libertà di circolazione e soggiorno garantita dal diritto UE, una politica basata sulla “mancata assimilazione” sarebbe incompatibile.

Il Generale non chiarisce come conseguire l’obiettivo, ma specifica che la remigrazione non è solo una questione di rimpatri, «ma un concetto politico: vuol dire il sacrosanto diritto di difendere i popoli autoctoni, di non snaturarli».

Seppur concordi con lui, ritengo, però, che spesso siamo noi stessi a snaturarci, rinunciando ai nostri valori e rinnegando le nostre tradizioni.

La Remigrazione con i presidi che chiudono le scuole per il Ramadan, o con il magistrato che giustifica la violenza domestica del mussulmano attribuendola alla diversa cultura, non c’entra assolutamente nulla.

Ed è proprio contro questa mentalità, contro questo monolite culturale di buonismo criminogeno e ipocrita giustificazionismo che bisognerebbe unire le forze e non disperderle.

È contro questo sbilanciatissimo equilibrio dei poteri che bisognerebbe fare fronte comune.

Per riuscire a cambiare la storia non servono formule magiche, ma una raffinata pianificazione.

E, forse, non serve neanche un impulsivo incursore, ma un fine e paziente stratega…

Autore

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui