È l’inizio di una nuova architettura militare
L’11 agosto scrivevamo che il Patto della Mecca avrebbe potuto cambiare la geometria della sicurezza regionale e oggi quella trasformazione non è più un’ipotesi, è diventata un inizio concreto.
Il 7 agosto Arabia Saudita, Turchia e Pakistan hanno firmato a Mecca un accordo di difesa che introduce un principio preciso, un attacco armato contro uno dei tre Paesi viene considerato un attacco contro tutti.
Il documento non crea una nuova NATO e non dispone ancora della struttura integrata dell’Alleanza Atlantica, ma la logica della deterrenza collettiva è ormai formalizzata.
Ed è proprio qui che bisogna smettere di guardare al Patto come a una semplice dichiarazione diplomatica.
La domanda non è più se Arabia Saudita, Turchia e Pakistan vogliano stare insieme, ma quanto lontano intendano spingersi insieme.
La vera arma è la combinazione, il valore strategico dell’accordo non sta soltanto nella clausola di mutua difesa, ma nella combinazione di capacità che mette nello stesso disegno.
L’Arabia Saudita che porta capitale, energia, mercato e capacità di investimento; la Turchia che porta industria della difesa, tecnologia, esperienza operativa e una capacità crescente di produrre sistemi militari propri; il Pakistan che porta una grande forza militare, esperienza aerospaziale e la deterrenza nucleare.
Tre Paesi diversi e tre risorse diverse ma con un’unica direzione, ridurre la vulnerabilità strategica, è questo il salto qualitativo.
Una potenza è veramente autonoma non quando possiede soltanto armi, ma quando riesce a finanziare, produrre, mantenere e aggiornare ciò che serve alla propria sicurezza.
La Turchia ha già annunciato meccanismi politici e militari comuni, riunioni ai massimi livelli, esercitazioni congiunte e una cooperazione più profonda tra le industrie della difesa.
È la possibile prospettiva della nascita di un vero ecosistema industriale trilaterale, fondato su investimenti, trasferimento tecnologico, produzione locale e ricerca.
Se questo processo verrà realizzato, il Patto smetterà definitivamente di essere soltanto un accordo militare e diventerà una piattaforma di potenza.
Riyadh non rompe con Washington ma si libera dalla dipendenza da una sola garanzia.
Ed è, forse, proprio questo il passaggio più importante da comprendere.
L’Arabia Saudita non sta dichiarando guerra agli Stati Uniti e non sta cancellando i propri rapporti con Washington, costruisce opzioni.
È la logica della diversificazione strategica.
Quando un Paese può contare su più fornitori di tecnologia, più partner militari, più interlocutori diplomatici e più canali finanziari, aumenta il proprio margine di manovra.
Riyadh non vuole necessariamente sostituire l’ombrello americano, ma vuole
evitare che quell’ombrello sia l’unico possibile.
In questa visione si comprende perché il Patto della Mecca debba essere letto anche come una conseguenza della trasformazione del ruolo americano nella sicurezza regionale, non come un ritiro già compiuto, ma come una crescente esigenza degli alleati regionali di poter contare su capacità proprie e su partnership alternative.
Ankara è il ponte tra Mediterraneo, Golfo e Asia, la Turchia è il Paese che rende questa geometria particolarmente interessante.
Ankara rimane nella NATO, ma, contemporaneamente, costruisce una propria profondità strategica verso il Golfo, il Caucaso, l’Asia centrale e l’Asia meridionale.
Il Patto della Mecca collega, quindi, territori che, fino a poco tempo fa, venivano analizzati come teatri separati; Mediterraneo orientale, Golfo, Asia meridionale.
E la Turchia diventa il ponte e, soprattutto, diventa il possibile motore industriale del nuovo triangolo.
Arabia Saudita – Turchia – Pakistan potrebbero trovare nella Siria il punto di proiezione verso il Mediterraneo; non si tratterebbe soltanto di una direttrice commerciale, ma della possibile costruzione di uno spazio strategico nel quale infrastrutture, energia, logistica e sicurezza finirebbero per sovrapporsi.
La Siria, in questa prospettiva, non sarebbe, quindi, una semplice periferia del nuovo sistema, potrebbe diventare uno dei nodi attraverso cui il Golfo torna a cercare un accesso strutturato al Mediterraneo.
Costruire capacità produttive, manutenzione, ricerca, addestramento e, potenzialmente, programmi comuni.
Tra le ipotesi osservate ci sono sistemi di difesa aerea, droni, mezzi terrestri e una possibile accelerazione della cooperazione sul caccia KAAN.
Praticamente, si passa dal modello cliente/fornitore al modello partner/produttore.
Se questo passaggio avverrà, avremo qualcosa di molto più potente di un contratto di esportazione, ci sarà un trasferimento di capacità.
Il Pakistan porta la variabile che cambia la deterrenza; è l’elemento che impedisce di leggere l’accordo come una semplice questione mediorientale.
Con Islamabad, la geometria arriva fino all’Asia meridionale e incorpora una potenza nucleare. Questo non significa che il Pakistan abbia messo il proprio arsenale nucleare sotto un comando comune, significa, però, che una delle tre potenze che hanno sottoscritto l’accordo possiede una capacità di deterrenza che modifica, inevitabilmente, il calcolo strategico degli altri attori.
È la differenza tra un patto politico e una relazione che contiene una vera dimensione di deterrenza. Ma, in gioco, entra anche l’India. Il primo contrappeso non è ancora un’alleanza ma è una necessità strategica.
L’11 agosto nell’articolo avevamo posto una domanda: chi costruirà il contrappeso?
Oggi quella domanda è diventata più urgente; la nuova architettura rende inevitabile per gli altri attori una rivalutazione delle proprie posizioni.
India e Israele hanno già una relazione strategica profonda.
Grecia e Cipro sono inserite in una rete di cooperazione sempre più importante nel Mediterraneo orientale.
La crescita di questi rapporti insieme all’asse Arabia Saudita – Turchia – Pakistan sono come due dinamiche che collegano sempre più strettamente Medio Oriente e subcontinente indiano.
È sufficiente che ogni attore inizi a costruire una rete abbastanza robusta da non trovarsi isolato nel momento della crisi.
La cartina di tornasole sarà capire se il Patto rimarrà trilaterale oppure diventerà il nucleo di una struttura più ampia.
Il Pakistan ha definito l’accordo difensivo e non diretto contro alcun Paese, ma la porta a una cooperazione più ampia è aperta.
Il Bangladesh sta valutando la possibilità di aderire e questa non è una semplice curiosità diplomatica; coinvolgere Dhaka significherebbe portare la nuova architettura ancora più dentro l’Asia meridionale e, inevitabilmente, aumentare l’attenzione di New Delhi.
La dimostrazione che la partita comincia a diventare globale.
Ogni nuovo membro non aggiunge soltanto un esercito ma aggiunge geografia, rotte, interessi energetici, porti, mercati, industrie e relazioni diplomatiche.
Iran, Israele, India: il triangolo della pressione.
La deterrenza funziona, infatti, non soltanto per ciò che un’alleanza dichiara di voler fare, ma per ciò che induce gli avversari a non fare. La Cina non deve vincere la partita, le basta diventare indispensabile; infatti, Pechino osserva con attenzione.
Una regione nella quale gli Stati cercano maggiore autonomia rispetto alle grandi potenze occidentali crea spazio per la Cina.
Non necessariamente come alleato militare ma come partner economico, tecnologico, infrastrutturale e diplomatico. È la differenza tra sostituire un impero e diventare indispensabili.
La Cina non ha bisogno di prendere il posto degli Stati Uniti in ogni settore, le basta aumentare il costo, per gli altri, di fare a meno di lei.
Energia, infrastrutture, tecnologia, commercio e investimenti diventano, così, strumenti di potenza tanto quanto le portaerei e i missili. È questa la ragione per cui il Patto della Mecca deve essere letto dentro una trasformazione molto più ampia; la sicurezza non è più separabile dall’economia.
E il Mediterraneo, inevitabilmente, torna al centro. Ed eccoci al punto che riguarda direttamente l’Europa e l’Italia.
Il Mediterraneo non è più soltanto il margine meridionale dell’Europa ma una cerniera strategica. Attraverso il Mediterraneo passano energia, commercio, infrastrutture, migrazioni, rotte militari e connessioni con il Medio Oriente e il Nord Africa.
La Turchia è, contemporaneamente, potenza mediterranea, membro della NATO e protagonista del nuovo patto con Arabia Saudita e Pakistan. Questo significa che ciò che accade a Mecca ha una proiezione diretta sul Mediterraneo.
La Siria è il punto in cui sicurezza e corridoi si incontrano e diventa centrale.
Mentre prende forma questa nuova architettura di sicurezza, Israele sta cercando di impedire che la crescente proiezione turca trasformi la Siria in una piattaforma strategica.
Gli attacchi israeliani contro infrastrutture e installazioni militari siriane vanno letti anche dentro questa crescente competizione.
Israele ha espresso la propria preoccupazione per una possibile presenza militare turca in Siria; Ankara ha respinto l’idea di una minaccia alla sicurezza israeliana. Washington è stata coinvolta nei tentativi di evitare un’escalation diretta tra i due Paesi.
La possibile direttrice Arabia Saudita – Giordania – Siria – Turchia – Europa acquista, quindi, un significato enorme.
Se la Siria riuscisse a diventare nuovamente transitabile e integrata nei grandi flussi regionali, il Golfo potrebbe trovare una nuova connessione terrestre con la Turchia e con l’Europa.
A quel punto la geografia cambierebbe.
La Turchia non sarebbe soltanto il ponte militare tra Mediterraneo e Asia.
Potrebbe diventare anche il grande snodo terrestre tra il Golfo e l’Europa.
Ed è qui che la questione siriana si intreccia con la competizione sui corridoi.
Da una parte esiste la direttrice che collega l’India al Golfo, Israele e il Mediterraneo nell’ambito dell’India – Middle East – Europe Economic Corridor.
Dall’altra può prendere forma una direttrice settentrionale attraverso Arabia Saudita, Giordania, Siria e Turchia.
Entrambi rappresentano due diverse geometrie della connessione tra Asia, Medio Oriente ed Europa.
Se Ankara riuscirà a consolidare il proprio ruolo nella sicurezza siriana, mentre Riyadh punterà alla ricostruzione e alla nuova integrazione economica della regione, il Patto della Mecca avrà una profondità geografica maggiore di quella indicata sulla carta.
Israele lo potrà ignorare?
La partita sarà di chi collegherà il Golfo al Mediterraneo e l’Asia all’Europa.
Chi sarà capace di costruire una rete strategica abbastanza forte da non essere costretto a scegliere tra i blocchi degli altri?
Quando la sicurezza diventa autonoma, anche il potere cambia padrone.


Elena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.


