Il conto della dipendenza europea
Dal 2009 al 2025 in Europa sono state chiuse o trasformate 28 raffinerie.
La capacità produttiva è scesa da circa 793 a 625 milioni di tonnellate annue: una riduzione superiore al 21%.
Non è soltanto l’effetto del Green Deal: hanno inciso il calo dei consumi, gli impianti meno efficienti, gli elevati costi energetici e la concorrenza delle nuove raffinerie asiatiche e mediorientali. Ma il risultato industriale è evidente: l’Europa produce meno carburanti e ne importa di più.
Una raffineria non fabbrica soltanto benzina. Produce gasolio, jet fuel, combustibili navali, GPL, bitumi, lubrificanti e materie prime per chimica, farmaceutica, plastiche tecniche, fertilizzanti e componentistica.
La mobilità elettrica ridurrà una parte della domanda stradale, ma aviazione, navigazione, agricoltura, mezzi pesanti, difesa e industria avranno ancora bisogno per molti anni di combustibili liquidi.
Perché allora benzina e gasolio restano cari anche quando il petrolio scende? Perché il prezzo alla pompa non segue soltanto il barile.
È formato da almeno cinque componenti: quotazione internazionale del prodotto raffinato, cambio euro-dollaro, margine di raffinazione, distribuzione e fiscalità.
Benzina e gasolio sono valutati sui mercati europei come prodotti finiti: se manca capacità locale, bisogna acquistarli all’estero, pagarne il trasporto, l’assicurazione e il premio legato al rischio geopolitico. Un greggio meno caro, quindi, non garantisce automaticamente gasolio meno caro.
A ciò si aggiungono accise e IVA. L’accisa è una cifra fissa per litro e non diminuisce quando cala il petrolio; l’IVA viene invece applicata anche sull’accisa. Per questo una parte consistente del prezzo rimane rigida e le riduzioni della materia prima arrivano alla pompa attenuate. Le chiusure delle raffinerie non determinano da sole ogni rincaro, ma riducono concorrenza produttiva, scorte, flessibilità e capacità di reagire alle crisi.
Il paradosso ambientale è altrettanto serio. Se una raffineria europea soggetta a norme severe chiude e lo stesso carburante viene prodotto in India, Cina o Medio Oriente, le emissioni europee diminuiscono contabilmente, ma quelle globali possono persino aumentare, aggiungendo il trasporto marittimo.
La soluzione non consiste nel conservare ogni vecchio impianto, bensì nel trasformare quelli strategici in piattaforme per biocarburanti, carburanti sintetici, idrogeno e materie prime circolari.
Decarbonizzare significa produrre progressivamente meglio e consumare meno petrolio. Chiudere gli impianti per importare gli stessi prodotti significa, invece, avere meno industria, meno sicurezza energetica e carburanti più esposti alle crisi internazionali.





