Gli Stati Uniti si giocano l’ultima e definitiva carta economica
L’uso del “con noi o contro di noi” non è mai saggio: il rischio è che tutti si mettano proprio contro di noi.
Non per nulla, ma così si sta dicendo loro di cercarsi un’alternativa, perché potrebbero essere il prossimo obiettivo.
È esattamente ciò che fanno gli Stati Uniti con l’annuncio del Segretario al Tesoro Scott Bessent di sanzioni secondarie all’Iran e la relativa minaccia di esclusione dal sistema del dollaro per qualsiasi Paese o entità che mantenga legami commerciali con Teheran, “Operation Economic Outcast”.
Lo strumento agitato da Bessent è indubbiamente molto intimidatorio, perché davvero potente. L’egemonia americana sui sistemi di transazione economica internazionale e il ruolo del dollaro non sono leggende metropolitane, anche se, a volte, vengono eccessivamente relativizzati nel dibattito pubblico.
Il dollaro rappresenta ancora circa il 57% delle riserve valutarie ufficiali allocate a livello globale, è coinvolto in circa l’88% delle transazioni valutarie mondiali e pesa intorno al 50% dei pagamenti internazionali via SWIFT.
Domina, inoltre, la fatturazione di una quota molto elevata del commercio internazionale, stimata tra il 40 e il 54%, e i mercati del debito e del credito cross-border.
Questo “privilegio esorbitante” deriva dalla profondità e liquidità dei mercati finanziari USA, dalla fiducia nelle istituzioni americane e dal controllo, o influenza, su infrastrutture chiave come SWIFT e i sistemi di clearing.
Tuttavia, è anche uno strumento in relativo declino.
Abusare dell’accesso al sistema del dollaro come criterio di politica estera non gli giova nel lungo termine: comunica a ogni Paese che potrebbe essere il prossimo, accelerando la ricerca di alternative. Non siamo alla vigilia di collassi spettacolari, ma di sviluppi di un certo impatto.
Dai primi anni 2000 a oggi la quota del dollaro nelle riserve è scesa dal picco di oltre il 70% all’attuale circa 57%, mentre crescono gli scambi in valute locali, soprattutto all’interno dei BRICS, i sistemi di pagamento paralleli – CIPS cinese, SPFS russo e iniziative di pagamenti cross-border – e le riserve auree delle banche centrali.
Forzare ulteriormente una macchina già invecchiata e usurata rischia di produrre “problemi meccanici”, ossia erodere proprio il ruolo centrale degli Stati Uniti nella finanza internazionale.
Del resto, il contesto in cui queste minacce vengono brandite è quello di un conflitto costoso e logorante.
Stime indipendenti del Center for Strategic and International Studies, CSIS, quantificano i costi militari diretti dell’operazione contro l’Iran – dislocamento, munizioni, ritmo operativo elevato, perdite d’equipaggiamento e danni alle basi – tra i 34 e i 42 miliardi di dollari a giugno 2026.
Le cifre ufficiali del Pentagono sono partite da 25 miliardi, sono salite a 29 e poi a 37,5 miliardi, nel luglio 2026, ma escludono voci rilevanti come le riparazioni alle basi. Altre analisi indipendenti – Iran War Cost Tracker, e stime basate su proiezioni iniziali di circa 1 miliardo al giorno – arrivano a oltre 100 miliardi di costi diretti. A questi s’aggiungono i costi economici domestici.
Secondo Mark Zandi di Moody’s Analytics il conflitto ha già pesato sugli americani per circa 1.000 – 1.200 dollari a famiglia: spese militari più rincari di energia, generi alimentari e tassi d’interesse.
Il solo extra-costo per benzina e diesel, secondo il tracker energetico della Brown University, ha superato gli 80 miliardi di dollari a metà agosto.
Dopo aver impegnato risorse enormi e aver messo sotto pressione le proprie capacità di proiezione strategica, sia in Medio Oriente, dove si sono alienati o indeboliti rapporti con diversi partner regionali, sia sul teatro del Pacifico, e dopo aver ulteriormente aggravato il debito federale, gli Stati Uniti si giocano ora quella che considerano l’ultima e definitiva carta economica.
Ma “con noi o contro di noi” non è mai saggio.
Meglio sarebbe dire: “Chi non è contro di noi, è con noi”.





