Il fallimento della mancata integrazione e la scusante della percezione
Crimini degli immigrati: “Ma li commettono pure gli italiani”. Vero, ma solo negli ultimi 31 giorni, senza scavare negli archivi giudiziari di ogni provincia, troviamo reati da mettersi le mani tra i capelli.
Due omicidi; almeno tre tentati omicidi; diverse violenze sessuali, anche contro minorenni; accoltellamenti. Aggressioni con mannaia, accetta, lame affilate, pietre.
Sanitari, carabinieri, poliziotti e vigili aggrediti. Tra gli autori, parecchi risultavano già irregolari, richiedenti asilo, rifugiati o gravati da precedenti. Già noti, cioè. Già schedati. Già qui.
Chi lo dice, “pure gli italiani”? Lo dice chi non ha mai preso l’ultimo treno a Milano Centrale.
Lo dice dal salotto ai Parioli o sotto l’ombrellone a Capalbio, dove i problemi arrivano per sentito dire e si commentano come il meteo di un’altra città.
La frase non è un argomento, è una porta che si chiude. Non risponde, cambia discorso.
Nessuno ha mai detto “perché occuparsi della mafia, tanto si ammazzano tra di loro”. E se uno ha i ladri in casa, è un buon motivo per lasciare la porta aperta?
C’è, però, una differenza che il salotto finge di non vedere.
Il delinquente italiano è un problema che lo Stato subisce. Non lo può espellere, non gli può revocare nulla. Se lo tiene per forza.
Il rifugiato con la fedina lunga come le Pagine Gialle è un problema che lo Stato ha scelto.
Lo ha accolto, lo ha protetto, gli ha rinnovato la fiducia tenendoselo in casa dopo ogni condanna. L’uno è una disgrazia. L’altro è una decisione.
E “pure gli italiani” serve esattamente a non far mai arrivare la domanda su chi ha deciso di farlo entrare e, soprattutto, di farlo restare.
Allora, confermiamolo, per non lasciare nulla al salotto. Sì, gli italiani delinquono, ci mancherebbe. Restano due numeri, del Viminale, non di un comizio.
Gli immigrati sono il 9% di chi vive in Italia e producono il 35% delle persone denunciate o arrestate.
E, soprattutto, il 43% delle violenze sessuali. Uno su nove tra i residenti, quasi uno su due tra chi stupra.
Non staremmo meglio senza?
Poi, c’è un’altra specie di anime belle, quella più fine. Non nega i fatti. Nega che ci si possa preoccupare. Per loro “è solo percezione”.
Sono le stesse persone che su ogni altro tema ripetono “bisogna credere alle vittime”, “il vissuto conta più delle statistiche”, “il raptus non esiste”.
Tre principi giusti, applicati a intermittenza.
Quando la vittima non serve, il vissuto torna a chiamarsi percezione e il raptus torna a chiamarsi disagio.
Percezione è la ragazza di 17 anni violentata sulla panchina di Metaponto? Percezione è la studentessa trascinata fuori da una discoteca a Milano e violentata?
È l’infermiera spinta contro la vetrata a Lucca, il vigile col naso rotto a Bologna, il pensionato di Caserta morto per cinquanta euro?
Chiedetelo a loro, che il problema lo hanno percepito da vicino.
E sì, i reati in Italia calano, il Viminale lo ha appena certificato. Ma proprio per questo: se di 10 aggressioni 3 sono opera di gente che non doveva essere qui, il calo delle altre 7 non è un argomento per tenersi le 3.
È l’argomento contrario. Meno reati abbiamo, più pesa ognuno di quelli che potevamo evitare.
E, poi, c’è il trucco contabile, quello che nessuno racconta. Le statistiche contano per cittadinanza, non per origine.
Chi è nato qui da genitori stranieri e che a diciotto anni ha chiesto e ottenuto il passaporto finisce nella casella “italiano” e basta.
Il maranza che rapina un coetaneo in stazione è italiano. L’uomo che a Modena ha lanciato l’auto sulla via Emilia e poi ha tirato fuori il coltello, con la mail sui “bastardi cristiani” nel cassetto dal 2021, per il TG1 era italiano.
Quindi, quel 35% è un pavimento, non un soffitto. E chi ti dice “guarda che il 65% dei reati li fanno gli italiani” sta contando dentro quel 65 anche le seconde generazioni, che l’integrazione non l’hanno mai vista e, soprattutto, mai voluta.
Le anime belle stanno usando come prova di innocenza la classificazione, che nasconde il problema. Il passaporto è vero. L’integrazione no.
Il terzo mestiere del salotto è la psichiatria. Il malato, l’incompreso, il non integrato. Tre diagnosi, una sola funzione. Togliere il soggetto.
L’aggressore smette di essere uno che ha deciso e diventa una sommatoria di cause e così non lo puoi condannare, lo puoi solo curare, capire o finanziare.
Ogni diagnosi ha il suo sbocco. Il malato verso la non imputabilità, l’incompreso verso i servizi sociali invece che verso l’espulsione. Il non integrato verso altri soldi alla stessa filiera che ha fallito. Non è pietà. Sono corsie preferenziali.
Modena è diventata “disagio psichico” alla prima edizione del telegiornale. Il ministro dell’Interno ha detto “non è solo un pazzo”. Aveva ragione: pazzo e forse terrorista non sono alternative, la propaganda va a caccia degli instabili.
La malattia spiega l’intensità. Non spiega la direzione. Perché il suo disagio si è scaricato sui cristiani e non sul vicino di casa?
E il malato con quindici precedenti? Non è un malato.
È un uomo che lo Stato ha processato quindici volte chiamandolo delinquente e che diventa malato solo quando serve a spiegare il reato che non si vuole chiarire.
Oppure era malato a ogni processo, per evitare il carcere. In entrambi i casi la psichiatria non è una diagnosi. È una porta girevole.
Poi “non integrato”, è sempre e solo colpa nostra.
Accettiamolo. Se è colpa nostra, è responsabilità di chi ha gestito l’integrazione per trent’anni con quel modello e con quei soldi. Cioè, esattamente di chi oggi dice che è colpa nostra.
Il fallimento dell’integrazione diventa un’attenuante per l’immigrato che doveva riceverla e mai un’aggravante per lo Stato che doveva realizzarla.
E c’è un’ultima cosa che il salotto non vuole sentirsi dire. Giustificare non è compassione.
Chi dice che l’aggressore straniero non è responsabile perché malato, incompreso, non integrato, sta dicendo che che quell’uomo non è un adulto.
Che da lui non si può pretendere quello che si pretende dal figlio del ferramenta di Metaponto. Il maschio italiano è sempre colpevole perché capace di intendere, il maschio straniero è sempre vittima di qualcosa.
Due codici penali, uno per etnia. Il razzismo, quello vero, abita ai Parioli.
Nessuna di queste frasi ha mai fermato un’aggressione.
“Pure gli italiani”, “solo percezione”, “è malato”, “colpa nostra”: hanno fermato solo le discussioni.
E l’aggressione successiva non è mai arrivata sotto l’ombrellone di Capalbio. È arrivata su una panchina di Metaponto.





