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Il Prof. Nicola Maffulli riconfermato miglior ortopedico al mondo

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Nicola Maffulli

L’autorevole ranking della Stanford University decreta, per la seconda volta, l’assoluta eccellenza dello specialista napoletano, noto come il “Re dei tendini”

Con grande emozione ed orgoglio il prof. Nicola Maffulli, ortopedico di fama internazionale, Direttore della UOC di Ortopedia e Traumatologia all’Ospedale Sant’Andrea di Roma, Professore presso l’Università La Sapienza e Professore onorario alla Queen Mary University of London e alla Keele University, ha appreso la notizia di essere stato riconfermato, per la seconda volta, miglior ortopedico al mondo.

A decretarlo l’autorevole e prestigioso ranking della Stanford University, in California, situata nel cuore della Silicon Valley.

La valutazione si fonda sull’impatto delle citazioni annue relative al 2025 in cui lo specialista partenopeo risulta primo in classifica, sia includendo che escludendo le autocitazioni.

La classifica viene redatta determinando l’impatto scientifico dei ricercatori a livello internazionale, basandosi sul database bibliometrico di letteratura scientifica Scopus, curato dall’editore indipendente Elsevier.

Scopus rileva il rendimento e l’influenza sulla comunità scientifica di più di 200 mila ricercatori di 22 diverse discipline in base al numero di pubblicazioni sottoposte alla valutazione critica di altri esperti, le cosiddette peer reviewed, e sulle citazioni ricevute.

Basti pensare che i soli dati concernenti il 2023 rilevano, per il Prof. Maffulli, più di 5.200 citazioni negli studi di settore e circa 1.900 gli articoli peer reviewed. 12 i libri che portano la sua firma, con contributi in chirurgia ortopedica, biomeccanica e traumatologia dello sport.

Entriamo ora più nello specifico e riportiamo i dati principali.

  • Posizione assoluta: 676° tra tutti gli scienziati di ogni disciplina (730° senza autocitazioni).
  • Citazioni ricevute nel 2025: 8.507, di cui 7.613 non autocitazioni. Il secondo classificato ne ha 6.216 (5.723 senza autocitazioni): Maffulli ne ha circa un terzo in più.
  • Lavori citati nel 2025: 1.318 diverse pubblicazioni sono state citate almeno una volta nel 2025, su 2.084 indicizzate in Scopus.
  • h-index del solo 2025: 33 (32 senza autocitazioni), cioè 33 lavori citati almeno 33 volte nell’anno.
  • Primo tra gli italiani: il migliore degli altri autori italiani in ortopedia è 52° (66° senza autocitazioni).

Dati della classifica Stanford/Elsevier – versione 9, anno 2025

Maffulli è primo su 98.781 autori di ortopedia con un indice composito di 4,15 contro il 3,87 del secondo, e resta primo anche senza autocitazioni (4,12 contro 3,84).

La classifica è stata creata da John Ioannidis (Stanford University) con Kevin Boyack e Jeroen Baas (Elsevier) sui dati Scopus. L’indice composito combina il numero di citazioni, l’h-index e l’indice hm, corretto per numero di coautori e posizione di firma.

Pos. Autore Istituzione (Paese) Indice composito (senza autocit.) Citazioni 2025 (senza autocit.) Autocitazioni
1 Nicola Maffulli Sapienza University of Rome (Italy) and Queen Mary University of London (Regno Unito) 4,12 7.613 10,5%
2 David G. Armstrong Keck School of Medicine of USC (USA) 3,84 5.723 7,9%
3 Paul W. Hodges The University of Queensland (Australia) 3,83 2.944 9,0%
4 Steven M. Kurtz Drexel University (USA) 3,81 2.440 3,8%
5 Chris G. Maher The University of Sydney (Australia) 3,76 5.769 7,6%

* L’affiliazione e il Paese indicati nel database sono quelli della carriera pregressa, non La Sapienza.

Ma conosciamolo meglio.

Laureato con lode all’Università Federico II di Napoli, dottorato di ricerca e importanti esperienze all’estero, tra cui Svezia, USA, Canada, Australia e Cina, è specializzato in lesioni da trauma sportivo, sostituzione articolare, chirurgia della mano e reumatoide e ortopedia per adulti e pediatrica.

Ha descritto più di 50 nuove tecniche chirurgiche nel campo di ginocchio, piede e caviglia e chirurgia sportiva, la maggior parte delle quali divenute lo standard di pratica in tali campi.

I problemi dei tessuti molli costituiscono il focus principale della sua ricerca, tanto da essere stato simpaticamente indicato come il “Re dei tendini”.

È uno dei principali fautori della chirurgia ortopedica miniinvasiva tra rivoluzione ed evoluzione, relativa, soprattutto, ai tessuti molli, che consente ai pazienti di essere mobilizzati più celermente, di avere cicatrici non troppo evidenti con riduzione anche di tempi di ospedalizzazione e di recupero rispetto alla chirurgia a cielo aperto, che conserva sempre un ruolo importantissimo.

La chirurgia ortopedica miniinvasiva, infatti, permette di avere gli stessi risultati radiografici e clinici rispetto alla chirurgia a cielo aperto e con minor dolore, ma, naturalmente, solo se si conosce approfonditamente la seconda si può avventurarsi bene nella prima.

Basti pensare ai passi in avanti fatti nell’ambito del piede, della caviglia e dell’alluce valgo, nel cui caso, invero, da un’iniziale incisione di 10 cm si è passati a dei buchetti o a delle incisioni di 2,5 cm, come lui stesso ci racconta.

E, sempre nell’ambito del piede/caviglia, la grande rivoluzione dettata dall’artroscopia e dall’endoscopia dei tessuti molli intorno alla caviglia stessa.

Insomma, un professionista geniale, lungimirante, attento, ma soprattutto empatico e premuroso, perché ha provato sulla sua stessa pelle cosa significhi la sofferenza, dato che si è sottoposto lui stesso a una serie di interventi chirurgici in campo ortopedico, come una doppia protesi all’anca e varie problematiche al ginocchio in seguito a traumi sportivi.

Atleta in gioventù, il suo sogno di andare alle Olimpiadi è stato finalmente realizzato a Londra, dove ha guidato un gruppo di sette chirurghi ortopedici per le Olimpiadi e le Paralimpiadi, e ha poi organizzato i servizi medici delle Universiadi 2019.

Tra i suoi pazienti alcuni membri della Royal Family ed Emiri, divi del cinema, come Dustin Hoffman, e diversi calciatori, come Thierry Henry e David Trezeguet.

Dalla sua collaborazione con Nike è nata la scarpa Free, il modello calzato da Maria Sharapova e altri tennisti.

Da giornalista pubblicista, infine, è un abile comunicatore, molto attento al suo interlocutore. No, non sono esagerazioni, chiunque abbia il privilegio di conoscerlo personalmente, come me, mi darà ragione…

E veniamo, finalmente, all’intervista.

Una nuova conferma come numero uno della ricerca ortopedica mondiale: la senti come una responsabilità?

Più che come un traguardo, la percepisco come una responsabilità. Quando nel 2024 mi è stata riconosciuta per la prima volta questa prima posizione, proprio non me lo aspettavo: ero davanti a leggende dell’ortopedia.

Oggi, l’ultimo aggiornamento della classifica Stanford/Elsevier – versione 9, citazioni ricevute nel 2025 – mi conferma al primo posto su 98.781 autori classificati in ortopedia e al 676° posto tra tutti gli scienziati del mondo, di qualsiasi disciplina.

Il dato che mi sta più a cuore è che il primo posto resta tale anche escludendo le autocitazioni, che, nel mio caso, sono solo circa il 10% del totale.

Vuol dire che, nel 2025, migliaia di colleghi, in tutto il mondo, hanno letto, usato e citato i nostri lavori. Se qualcuno ne ricava indicazioni per curare un paziente, ciò che pubblichiamo deve essere solido, onesto e utile: è questa la responsabilità.

Una precisazione doverosa: le citazioni misurano l’influenza di un lavoro, non la qualità di una terapia e il risultato è di squadra. Appartiene ai colleghi di Roma, di Salerno, di Londra e di Keele, ai collaboratori internazionali, ai giovani che lavorano con me. Per me è un motivo per essere più rigoroso, non più tranquillo.

Su cosa si sta principalmente concentrando la tua attività di ricerca in questo momento?

Oggi lavoro su quattro filoni.

Biologia del tendine e ingegneria tissutale. Studiamo il comportamento delle cellule staminali del tendine, comprese quelle prelevate da tendini malati, in scaffold tridimensionali bioprinted, per capire come si innescano la rigenerazione e l’infiammazione. È la parte più vicina alla ricerca di base e quella da cui spero arrivino le terapie di domani.

Sintesi delle evidenze. Revisioni sistematiche e meta-analisi su artroplastica, legamento crociato, spalla, infiltrazioni per l’artrosi, valutando i risultati con indicatori che davvero contano per il paziente.

Protesi di anca e ginocchio/. Pianificazione funzionale del posizionamento del cotile, curva di apprendimento della chirurgia robotica e predisposizione genetica alla mobilizzazione asettica degli impianti.

Medicina dello sport. Dal tendine d’Achille alle lesioni da stress osseo negli atleti, dove abbiamo partecipato a un consenso Delphi internazionale pubblicato sul British Journal of Sports Medicine nel 2025.

A questo si affianca il lavoro editoriale: dirigo il British Medical Bulletin e The Surgeon e vedere da vicino come nasce e si valuta la ricerca altrui rende più severi con la propria.

Quali sono, concretamente, i tuoi obiettivi come ricercatore, anche a lungo termine?

Nel breve periodo, voglio portare più vicino alla clinica quello che stiamo imparando sulle cellule e sui tessuti del tendine e produrre studi prospettici e randomizzati di qualità. Una buona ricerca è quella che cambia la maniera in cui curiamo un paziente, oppure ci fa smettere di fare qualcosa che non serve.

Nel lungo periodo ho tre obiettivi.

1. Un gruppo traslazionale stabile a Roma, in cui la clinica ortopedica e le scienze di base lavorano insieme, con laboratori, ingegneri e biologi. Abbiamo già legami con i dipartimenti di scienze di base e avevo già costruito qualcosa di simile a Salerno, con un dottorato in Medicina Traslazionale condiviso con Keele.

2. Formare la prossima generazione. Un reparto con 30 specializzandi è anche una fabbrica di ricercatori, se si insegna a porre una domanda, a progettare uno studio e a non fidarsi dei risultati troppo belli. Inoltre, sono i giovani di oggi coloro che opereranno su di noi fra qualche anno: dobbiamo formarli bene.

3. Rendere la ricerca ortopedica più affidabile, con metodi migliori, dati comparabili e criteri chiari per valutare cosa funziona davvero.

C’è anche una battaglia più concreta: oggi fare ricerca nei Paesi occidentali è sempre più difficile per la scarsità di fondi e per la burocrazia, che scoraggia soprattutto i giovani. Una parte del mio impegno è proteggere il tempo e le risorse di chi comincia.

Hai avuto modo di dare la tua impronta anche a La Sapienza: su cosa hai puntato principalmente?

Sono arrivato a settembre 2023 e ho puntato su tre cose: l’organizzazione clinica, la formazione e l’integrazione con la ricerca.

L’Unità è grande: professori associati, aiuti, specializzandi e 32 posti letto, con sale operatorie separate per traumatologia e chirurgia elettiva, ciascuna attiva 12 ore al giorno, più le urgenze. Copriamo tutta la traumatologia e l’ortopedia, pediatria compresa, tranne l’oncologia ortopedica.

Sul piano clinico ho puntato a rendere più semplice il percorso del paziente:

  • un percorso fast track per le protesi delle grandi articolazioni, con mobilizzazione immediata e dimissione a domicilio precoce per i pazienti più giovani e con pochi rischi;
  • l’ampliamento della chirurgia in day surgery;
  • audit per verificare se queste scelte fanno davvero meglio ai pazienti e accorciano le liste d’attesa, che sono il problema maggiore del nostro Servizio Sanitario Nazionale.

La difficoltà principale è culturale: molti pazienti pensano che il recupero dopo una protesi richieda settimane in una struttura riabilitativa e un lungo ricovero, mentre, di solito, si recupera meglio a casa. Spiegarlo, con i dati alla mano, fa parte del nostro lavoro.

Sul piano scientifico, abbiamo istituito legami stretti con le scienze di base e stiamo sviluppando progetti che uniscono ricerca clinica e di laboratorio.

Ne approfitto per ringraziare di cuore la Rettrice de La Sapienza, la Prof.ssa Antonella Polimeni, tra l’altro, prima donna a ricoprire la carica di Rettrice nella storia dell’ateneo, medico chirurgo specializzato in Odontostomatologia e in Ortognatodonzia, che in questi giorni sta per concludere il suo mandato, e l’attuale Direttrice Generale dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Sant’Andrea di Roma, la Dott.ssa Francesca Milito, già Direttore Generale della ASL Roma 3 e Direttore Amministrativo presso l’Azienda Ospedaliera San Camillo – Forlanini, dell’IRCCS Istituto Nazionale per le Malattie Infettive “Lazzaro Spallanzani” e dell’ASL Roma F, che, con intelligenza, lungimiranza e fiducia ci hanno aiutato in tutte queste attività, aprendoci porte che, diversamente, sarebbero rimaste serrate.

Chirurgia robotica, intelligenza artificiale e interazione umana del chirurgo: a che punto siamo?

Siamo a metà del guado: la tecnologia è matura per alcune cose, ma le prove sui risultati a lungo termine sono ancora incomplete.

Robotica. Nella protesi di ginocchio e di anca, i sistemi robotici permettono di pianificare e posizionare gli impianti con maggiore precisione. Ma una migliore precisione non coincide, automaticamente, con un risultato migliore per il paziente o con una protesi che dura più a lungo: su questo servono dati a lungo termine. Esistono, poi, costi non trascurabili e una curva di apprendimento reale, che stiamo studiando anche nelle nostre pubblicazioni.

Intelligenza artificiale. È già utile nell’imaging, nella pianificazione, nella documentazione e nell’analisi di grandi quantità di dati. Dobbiamo, però, usarla con spirito critico: può sbagliare con grande sicurezza e, anche in editoria scientifica, la sua adozione solleva questioni di affidabilità e trasparenza. Ne abbiamo discusso in un’indagine internazionale tra direttori di riviste mediche pubblicata nel 2025.

Il chirurgo. Robot e algoritmi sono strumenti. La decisione se operare, cosa fare e quando, il giudizio nei casi difficili, il consenso informato e la relazione con il paziente restano responsabilità del chirurgo. Chi pensa che la tecnologia possa sostituire il giudizio clinico sbaglia; chi la rifiuta a priori, anche.

Ortobiologia: la giuria è ancora in camera di consiglio?

La giuria si è espressa solo in parte: sulla maggior parte delle questioni è ancora in camera di consiglio.

PRP (plasma ricco di piastrine). Per alcune indicazioni, come l’artrosi lieve o moderata del ginocchio, le prove sono incoraggianti. Per altre, come la tendinopatia cronica del tendine d’Achille, gli studi randomizzati più rigorosi non hanno mostrato un vantaggio rispetto al placebo. Pubblichiamo in questo campo da oltre quindici anni e la domanda è sempre la stessa: moda, finzione o fatto? La risposta onesta è che dipende dalla condizione, dal tipo di preparato e dal paziente.

Cellule staminali e concentrato di midollo osseo. Le revisioni sistematiche mostrano segnali promettenti nell’artrosi, ma gli studi sono eterogenei e le prove ancora limitate.

Esosomi e terapie cellulari di nuova generazione. Qui siamo ancora per lo più nella ricerca di base e preclinica e conviene prudenza.

Il problema principale è la mancanza di standardizzazione: preparazione, dose, tempi e modalità di somministrazione cambiano da studio a studio e, per questo, i risultati sono difficili da confrontare. Per arrivare a un verdetto servono protocolli condivisi, studi randomizzati ben disegnati e registri. Fino ad allora, il paziente va informato con onestà su cosa si sa e cosa no.

Che consiglio dai a un giovane medico che vuole fare ricerca?

Di non aspettare di avere tutto per cominciare. Io ho iniziato da studente in biologia molecolare, ho imparato la fisiologia muscolare al Karolinska Institutet di Stoccolma, e l’epidemiologia a Londra, e poi ho applicato questi metodi all’ortopedia.

Ho fatto ricerca a Londra, Aberdeen, Hong Kong, Stoke-on-Trent e Londra di nuovo, prima di rientrare in Italia nel 2013, grazie alla legge sul rientro dei cervelli. Ogni esperienza mi ha insegnato qualcosa che in clinica non si impara.

Se dovessi riassumere in quattro punti:

Partire da una domanda clinica vera, quella che ci si pone al letto del malato.

Imparare bene il metodo: statistica, disegno dello studio, lettura critica della letteratura.

Collaborare con chi sa cose che noi non sappiamo: biologi, ingegneri, radiologi, statistici.

Pubblicare ciò che serve a un collega per curare meglio, non ciò che fa numero.

In Italia c’è molto talento, ma, troppo spesso, si scontra con burocrazia e mancanza di fondi. Vale la pena di insistere.

Se un paziente volesse prenotare una visita privata, come potrebbe contattarti?

La maniera più semplice è contattare la Casa di Cura Nostra Signora della Mercede, a Roma.

In collaborazione con ExPartibus.it

Autore

  • Lorenza Iuliano

    Lorenza Iuliano, vicedirettore ExPartibus, giornalista pubblicista, linguista, politologa, web master, esperta di comunicazione e SEO.

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