Landini si candidi a leader del Campo Largo e guidi la coalizione e il suo Partito CGIL rinunci ai privilegi tipici del sindacato: tessere, CAF, patronati ecc. – È ora di fare chiarezza sui ruoli – CISL e UIL dove stanno?
Ogni giorno che passa vediamo la CGIL esplicitare, nei fatti, la sua vera identità, ossia quella di partito antagonista.
Stiamo assistendo alla totale trasformazione di un sindacato storico dei lavorator in un partito antagonista, così come lo avrebbe voluto Claudio Sabattini, il protagonista del sindacato dei meccanici degli anni Settanta e Ottanta, cresciuto nella Bologna e comunista fin da bambino.
In un’intervista raccolta a Bologna nel 1998 da Fabrizio Billi e Andrea Rapini, Claudio Sabattini, che di Maurizio Landini, attuale leader della CGIL è stato maestro, di sé affermava: “Sono nato a Bologna nel 1938 da genitori comunisti; mio padre, che faceva l’artigiano, è stato uno dei fondatori del PCI, ha fatto la Resistenza, è stato anche arrestato nel 1934, è stato condannato dal tribunale speciale, veniva messo in domicilio coatto o in prigione. Quando sono nato mio padre era in carcere, poi ho vissuto i miei primi anni in una base partigiana gappista in via Indipendenza, dal 1942 al 1945”.
Sabattini, laureato in filosofia, si è iscritto alla FCGI a 14 anni, organizzazione giovanile del PCI della quale è stato segretario bolognese dal 1956 al 1960.
Poi c’è la sua esperienza fondamentale nella SUC, la Sezione Universitaria Comunista, la quale, come afferma lo stesso Sabattini dopo il congresso del PCI del 1966 “fu una struttura di dissenso all’interno” del partito.
Per la prima volta nella storia del PCI, il congresso del 1966 registrò uno scontro aperto e pubblico tra due visioni strategiche contrapposte, incarnate dalle due figure di spicco del partito: l’ala moderata riformista incarnata da Giorgio Amendola e quella di sinistra, incarnata da Pietro Ingrao.
La prima, quella amendoliana, proponeva l’unificazione delle forze della sinistra italiana (comunisti, socialisti e socialdemocratici) in un unico grande “partito operaio” riformatore.
La strategia era di puntare all’inserimento graduale nelle istituzioni democratiche e statali, collaborando con l’ala sinistra della Democrazia Cristiana e con il PSI per realizzare riforme di struttura dall’interno del sistema economico capitalistico.
La seconda, quella ingraiana, rifiutava l’ipotesi di una fusione riformista con le forze socialdemocratiche. Proponeva invece un’alternativa globale di sistema, fondata sul raccordo tra il partito e le lotte di base (fabbriche, movimenti studenteschi, democrazia sociale).
Risultò vincente la prima e Pietro Ingrao rivendicò la possibilità di rendere pubblico il dissenso.
La Suc, fondata da Sabattini, da La Forgia e da Garibaldo si collocò, pertanto, su posizioni ingraiane.
Il pensiero politico di Claudio Sabattini
Tuttavia, per capire la logica che pone oggi la CGIL nella sua trasformazione ontologica da sindacato a partito, è necessario un altro passaggio del pensiero di Claudio Sabattini.
La SUC era parte del movimento studentesco e qui c’è il nocciolo della questione.
Afferma Sabattini nell’intervista: “Noi eravamo il gruppo più numeroso e compatto rispetto a Lotta Continua e Potere Operaio e a tutte le altre organizzazioni che allora nacquero. Noi mantenemmo una assoluta distinzione dagli altri, ma in termini che oggi potremmo chiamare competitivi, ed avemmo una influenza, credo importante sul movimento”.
“Noi – prosegue Sabattini – abbiamo avuto un’egemonia politica, non culturale. Questo perché alcuni di noi erano dei professionisti della politica, ed eravamo un gruppo compatto, c’erano Garibaldo, La Forgia, Vitali, Cremaschi, quindi un gruppo dirigente consistente e potremmo dire professionalizzato dal punto di vista politico”.
Alla domanda di quando comincia a Bologna l’autonomia del sindacato rispetto ai partiti Sabattini risponde: “Si può parlare di autonomia solo per i metalmeccanici; per il tipo di lotte che facevano, erano diventati soggetto politico generale, avevano rapporti con gli studenti, con la cultura, rappresentavano un’alternativa alla destra del sindacato”.
L’applicazione bresciana del Sabattini pensiero
La logica di Sabattini ha trovato un terreno di applicazione e di confronto, direi storico, a Brescia, nella FLM.
Ne è testimone Pietro Imberti, allora segretario della UILM, il quale ricorda: “Claudio diceva che la FLM aveva più iscritti degli altri sindacati e, pertanto, poteva dare loro la linea ed egemonizzarli. Poi aggiungeva che i tre sindacati, egemonizzati dalla FLM, meglio: dalla FIOM, ossia da lui, avevano più iscritti dei partiti e pertanto potevano dettare la linea alla politica. Questa linea era la trasformazione del sindacato in partito politico antagonista”.
Quindi: un gruppo di comunisti professionalizzati alla politica, guida la FIOM, che guida la FLM, la quale guida CGIL – CISL e UIL (al tempo insieme nell’unità sindacale) e l’insieme del sindacato dà la linea ai partiti.
Quello di Sabattini era un disegno prodotto dalla lucida intelligenza di un uomo che ho conosciuto e che giocava nel campo larghissimo della politica del Paese, in una logica antagonista ed egemonica, con una chiave ideologica luxemburghiana.
Quello di Landini, allievo tra i più vicini a Sabattini, è un disegno antagonista che gioca all’egemonia del Campo Largo.
Siamo di fronte alla riduzione in sedicesimo di una logica politica a fini di puro predominio all’interno di un’area politica che, nel frattempo, ha cambiato pelle, base sociale, persino prospettiva.
Siamo lontani anni luce dal sindacato di Giuseppe Di Vittorio ossia dal sindacalismo generale e di massa, radicato nei bisogni reali dei lavoratori ma sempre orientato all’interesse dell’intera nazione (come dimostrò con il Piano del Lavoro del 1949). E siamo distanti anni luce dalla scuola e dalla leadership di Luciano Lama.
Cazzola cita la stagione di Lama come l’apice del riformismo sindacale. Durante la svolta dell’EUR, Lama teorizzò che il salario non potesse essere una “variabile indipendente” dalle compatibilità economiche del Paese, chiedendo ai lavoratori sacrifici in cambio di occupazione e sviluppo.
Cazzola ha spesso espresso nostalgia per quella classe dirigente capace di parlare un linguaggio di verità ai lavoratori, contrastando le spinte massimaliste e demagogiche.
Perché cito Cazzola?
Per il fatto che Giuliano Cazzola, mercoledì su “Il diario del lavoro” scrive: “Qualche amico misericordioso dovrebbe avvertire le gloriose federazioni dei metalmeccanici che – all’ex Ilva – stanno combattendo contro il nemico sbagliato. Poi, magari, i suoi consigli potrebbero ignorati, visto che sono ben 14 anni che i sindacati perseverano nell’errore. Ma vale sempre il principio del “dixi et servavi animam meam”.
Per capire l’autorevolezza dell’avvertimento è necessario ricordare che Giuliano Cazzola (area riformista del PSI) è un giuslavorista, saggista, politico ed ex sindacalista italiano. È considerato uno dei maggiori esperti italiani in materia di diritto del lavoro, previdenza sociale e politiche del welfare.
Cazzola per circa trent’anni (dal 1965 al 1993) ha ricoperto incarichi di vertice a livello di categoria e confederale all’interno della CGIL, occupandosi in particolare delle riforme della previdenza e del mercato del lavoro.
CGIL: da sindacato della classe operaia a soggetto politico
La CGIL di oggi anni luce da Di Vittorio
Per capire la CGIL di oggi bisogna distinguere quattro dimensioni: la consistenza degli iscritti, la composizione sociale della base, la cultura del gruppo dirigente e il rapporto con la politica e i movimenti antagonisti.
Gli iscritti della CGIL erano, secondo i dati forniti dalla CGIL stessa, nel 2024 5.172.844, dei quali il 46,8% di pensionati (2.419.020 iscritti) e il 53,2% di attivi (2.753.824 iscritti).
Il dato fondamentale è che quasi un iscritto su due è pensionato. La CGIL non è quindi soltanto un’organizzazione di persone che lavorano; è anche una rete di rappresentanza previdenziale, assistenza fiscale, tutela individuale e servizi sociali.
La trasformazione della base sociale va letta sul lungo periodo. La CGIL nasce come organizzazione del lavoro dipendente, con una forte identità operaia e industriale. Oggi è una confederazione che aggrega realtà molto diverse.
La deindustrializzazione, la frammentazione delle filiere e la riduzione dell’occupazione manifatturiera hanno modificato il peso relativo dei metalmeccanici.
Sanità, scuola, amministrazioni pubbliche, commercio, turismo, logistica e servizi costituiscono ambiti importanti. Qui le rivendicazioni riguardano contratti, salari, organici e condizioni di lavoro.
La tutela delle pensioni, della sanità pubblica, della fiscalità e dei servizi sociali amplia la funzione della CGIL oltre il luogo di lavoro.
Significativa la presenza di precari, di lavoratori immigrati e di occupazioni frammentate.
Il problema della rappresentanza
Qui si apre una questione sociologica importante: la composizione degli iscritti non coincide necessariamente con quella delle persone che determinano l’indirizzo politico e culturale dell’organizzazione.
Un sindacato può avere una base composta da operai, impiegati, pensionati e lavoratori precari, mentre il suo gruppo dirigente, i funzionari, i consulenti e gli interlocutori pubblici provengono da ambienti professionali e culturali differenti.
Oggi la CGIL ha segnato il passaggio dalla sinistra del lavoro alla sinistra dei diritti. La cultura politica della CGIL conserva la propria matrice storica nel movimento operaio, nel socialismo e nel comunismo italiani, ma il suo repertorio pubblico comprende oggi anche temi che attraversano l’intera sinistra: disuguaglianze, diritti civili, immigrazione, ambiente, antifascismo, pace e difesa dei servizi pubblici.
Il cambiamento non implica necessariamente l’abbandono della questione sociale. Il problema è capire quale rapporto si stabilisca fra queste diverse priorità.
Si possono distinguere tre orientamenti:

I rapporti con l’antagonismo: convergenza nelle piazze
La relazione fra CGIL e area antagonista è sempre più evidente.
Nella galassia antagonista convivono realtà differenti: centri sociali, collettivi studenteschi, sindacati di base, movimenti autonomi, gruppi comunisti rivoluzionari e organizzazioni impegnate su specifiche campagne.
Scioperi, manifestazioni contro le politiche governative, iniziative per la pace o per i diritti caratterizzano sempre più una convergenza tra CGIL e gruppi antagonisti.
La CGIL, dalla Coalizione a partito politico.
Nel 2015 Maurizio Landini ha promosso la Coalizione sociale, un tentativo di mettere in rete soggetti sindacali, associazioni e realtà sociali per costruire un’iniziativa autonoma rispetto ai partiti esistenti. Il progetto ha suscitato già allora il dibattito sul confine tra sindacato e soggetto politico.
Landini, nella sua esperienza successiva alla guida della CGIL, ha continuato a combinare attività sindacale, campagne referendarie e opposizione alle politiche dei governi.
La campagna referendaria del 2025 su lavoro e cittadinanza è un esempio concreto di intervento che va oltre la contrattazione aziendale e nazionale.
La Coalizione sociale promossa da Maurizio Landini nel 2015 può essere letta alla luce della concezione di Claudio Sabattini del sindacato come soggetto politico generale.
Questa prospettiva consente di andare oltre l’idea del sindacato come semplice organizzazione che negozia salari e contratti con le imprese.
Nel marzo 2015 Landini dichiarò che il sindacato non doveva diventare un partito, ma doveva essere un «soggetto politico». Definì la Coalizione sociale un’aggregazione con una funzione politica, finalizzata a riunificare lavoratori dipendenti e autonomi e a coinvolgere soggetti sociali diversi.
Il progetto della Coalizione sociale del 2015 coinvolse soggetti come Emergency, Libera, ARCI e Articolo 21, mentre la segreteria nazionale della CGIL precisò inizialmente di non aver approvato formalmente.
Per Landini e per la CGIL è giunta l’ora di scegliere: essere un sindacato o essere di fatto un partito.
Se la CGIL è un partito deve rinunciare a tutti i privilegi che sono connessi con l’essere sindacato e finanziarsi in altro modo.
E torniamo a Cazzola e al suo articolo.
“L’ex Ilva – scrive l’ex dirigente sindacale della CGIL – è stata demolita a furia di sentenze ed ordinanze senza che nessuna Corte si sia curata di dimostrare che lo stabilimento di Taranto violava le regole della sicurezza ambientale sulla base degli step progressivi predisposti dalla UE in accordo con lo Oms e validi per tutte le acciaierie. La posizione della magistratura penale e civile è sempre stata sbrigativa: l’acciaio puzza, manda in cielo dei fumi fastidiosi pertanto gli altoforni vanno spenti perché la salute è più importante. Il tutto condito con analisi epidemiologiche inventate, senza che nessuno facesse notare che – per le morti a causa del cancro – Taranto non entra tra le prime dieci città. È chiaro che davanti ad una posizione pregiudiziale secondo la quale lavorare l’acciaio non fa bene alla salute, non c’è modo di difendersi, salvo rinunciare a queste produzioni a dispetto delle regole della transizione ecologica”.
La coda di paglia nei confronti dell’ideologia della finanza verde
“Oltre ad un eccessivo perbenismo manifestato nei confronti della magistratura – scrive Cazzola – i sindacati hanno dimostrato un’enorme coda di paglia nei confronti delle istanze ambientaliste, fino ad assumerle come obiettivo della loro stessa lotta, portando così acqua al mulino dei loro nemici. […]. Quanto al mondo dell’impresa in un recente intervento del presidente Emanuele Orsini, nella quale veniva denunciato il pericolo della deindustrializzazione, l’ex Ilva non era neppure nominata. Quanto alla cordata di Federacciai, il suo interesse si ferma all’area a freddo ma con il contributo dello Stato”.
“Tutti affermano che l’acciaio è fondamentale, ma – conclude Cazzola – sanno bene quale sia la differenza tra il produrlo o lavorarne le bramme acquistate dalla Cina”.





