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Trump apre il fronte della finanza energetica

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L’Africa e il Mar Rosso nella nuova partita del potere

Il 15 ottobre 2026 Washington ha portato la competizione geopolitica dentro il sistema della finanza multilaterale.

L’amministrazione Trump con il segretario al Tesoro Scott Bessent, ha chiesto alla Banca Mondiale di eliminare il divieto generale di finanziamento dei nuovi progetti upstream di petrolio e gas, sostenendo contemporaneamente l’obiettivo di estendere l’accesso all’energia a 300 milioni di persone in Africa.

Non si tratta di uno stanziamento già approvato né di un rifinanziamento straordinario dei Paesi in guerra, ma di una richiesta destinata a incidere sui criteri con cui vengono selezionati e sostenuti gli investimenti energetici internazionali.

La mossa emerge se la si colloca nella geografia del Mar Rosso e del Corno d’Africa, dove conflitti interni, instabilità regionale, competizione per i porti e vulnerabilità delle rotte commerciali si sovrappongono a una questione strutturale, chi finanzia le infrastrutture necessarie a trasformare le risorse africane in capacità produttiva e influenza internazionale?

In questa regione, una rete energetica, un terminale portuale o un corridoio logistico non sono soltanto investimenti economici, ma elementi che possono modificare le dipendenze, le alleanze e i margini di autonomia degli Stati.

La nuova iniziativa americana acquista un significato che supera la disputa sui combustibili fossili, ma riguarda il capitale con cui costruire il sistema energetico del futuro, le condizioni alle quali gli Stati possono accedervi e il potere di orientare lo sviluppo attraverso il finanziamento delle infrastrutture.

Dopo la competizione per le risorse e per le rotte che le trasportano, si apre così un altro livello dello scontro globale, la competizione per decidere quali infrastrutture potranno essere costruite, chi le finanzierà e quali equilibri strategici nasceranno dalla loro realizzazione.

È particolarmente evidente la competizione in questo punto geografico, lungo l’arco che collega il Corno d’Africa al Mar Rosso, al Golfo di Aden e all’Oceano Indiano la crisi della sicurezza marittima si intreccia con la fragilità degli Stati, le rivalità regionali e la presenza di potenze esterne interessate a porti, basi logistiche e accessi commerciali.

Ma un corridoio strategico non si consolida soltanto attraverso il controllo militare richiede investimenti, reti energetiche, infrastrutture portuali e garanzie finanziarie capaci di sostenere progetti spesso troppo onerosi per i bilanci nazionali.

Il capitale diventa così uno strumento di influenza chi finanzia un’infrastruttura può contribuire a determinarne la localizzazione, i collegamenti, i fornitori e le condizioni di utilizzo.

Non significa che ogni prestito produca automaticamente dipendenza, ma che la struttura finanziaria di un’opera può incidere sulla libertà di scelta dello Stato che la realizza.

La competizione per le infrastrutture comincia quindi prima dell’apertura di un cantiere, nei tavoli in cui si stabiliscono costi, garanzie, partecipazioni e rischi.

La dimensione africana si inserisce inoltre nella competizione industriale per i minerali critici, indispensabili alle batterie, alle reti elettriche e alle tecnologie avanzate.

Estrarre una materia prima non equivale a controllarne la filiera: senza energia affidabile, impianti di trasformazione, collegamenti logistici e accesso ai mercati finanziari, una parte rilevante del valore aggiunto può restare fuori dal Paese produttore.

La vera questione dello sviluppo è dunque la capacità di passare dall’esportazione delle risorse alla costruzione di sistemi produttivi integrati.

Per gli Stati Uniti, intervenire sulle regole della Banca Mondiale significa cercare di orientare anche questo processo. Per la Cina e gli altri attori finanziatori, la trasformazione delle infrastrutture africane rappresenta a sua volta un terreno di presenza economica e strategica.

I governi africani, tuttavia, non sono semplici destinatari di questa competizione la loro capacità negoziale, la qualità delle istituzioni e la scelta delle condizioni contrattuali contribuiscono a determinare chi beneficerà degli investimenti.

Il passaggio dalla geopolitica delle risorse alla geopolitica della finanza rivela quindi una trasformazione fondamentale il potere non consiste soltanto nel possedere ciò che serve al mondo, né nel controllare le rotte attraverso cui viene trasportato, ma anche nel decidere quali sistemi possano essere costruiti e a quali condizioni.

Le infrastrutture rendono operative le risorse, mentre il capitale contribuisce a stabilire quali infrastrutture diventeranno realtà.

Un terreno meno visibile, ma fondamentale che contribuisce a finanziare l’energia, i porti e i corridoi produttivi non costruisce soltanto opere, concorre a definire le dipendenze economiche, i margini di sovranità e la geografia del potere dei prossimi decenni.

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