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Turchia, democrazia e controllo dell’informazione

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Turchia, democrazia e controllo dell'informazione

Commissariata di fatto Halk TV, dopo un intervento della polizia

Il 14 ottobre 2026, all’alba, la polizia turca è entrata nella sede di Halk TV, una delle principali televisioni vicine all’opposizione di Erdoğan.

I giornalisti sono stati allontanati, le dirette interrotte e la gestione dell’emittente affidata a un amministratore nominato dalle autorità. Sono stati emessi 17 mandati di arresto e 11 persone sono state fermate.

La procura di Istanbul indaga sul proprietario dell’emittente, Cafer Mahiroğlu, per presunti reati finanziari, tra cui corruzione e riciclaggio. Accuse che dovranno essere dimostrate.

Ma il punto è un altro: un’indagine sul proprietario di una televisione può giustificare la sospensione dell’attività giornalistica e il commissariamento dell’intera emittente?

La coincidenza temporale è significativa.

Proprio quel giorno si apriva una fase importante del processo contro Ekrem İmamoğlu, sindaco di Istanbul incarcerato e principale avversario politico di Erdoğan. Halk TV aveva seguito ampiamente la sua vicenda giudiziaria.

Per comprendere ciò che sta accadendo bisogna ricordare come Erdoğan abbia progressivamente trasformato la Turchia.

Al potere dal 2003, prima come primo ministro e poi come presidente, Erdoğan aveva inizialmente sostenuto riforme democratiche e l’avvicinamento all’Unione Europea.

La svolta arrivò dopo il fallito colpo di Stato del 2016: migliaia di arresti, epurazioni nell’amministrazione pubblica, nella magistratura, nell’esercito e nel mondo dell’informazione.

Nel 2017, un referendum costituzionale approvato con il 51,4% dei voti trasformò il sistema parlamentare in un presidenzialismo fortemente accentrato, riducendo i contrappesi istituzionali.

Oggi la Turchia è al 163° posto su 180 Paesi nella classifica mondiale della libertà di stampa di Reporter senza frontiere.

Il caso Halk TV non è isolato. Altre emittenti sono state commissariate, siti indipendenti oscurati, giornalisti sottoposti a procedimenti giudiziari.

Ed è proprio qui che emerge il problema più grave:
per limitare la libertà di informazione non occorre necessariamente censurare ogni notizia.
È sufficiente creare condizioni nelle quali i giornalisti comincino ad autocensurarsi per timore delle conseguenze.

C’è poi la questione del futuro politico di Erdoğan.

Le prossime elezioni presidenziali sono previste per il 2028. La Costituzione pone limiti ai mandati, ma un’anticipazione delle elezioni deliberata dal Parlamento potrebbe consentirgli una nuova candidatura. Il suo consigliere Mehmet Uçum ha già prospettato questa possibilità.

E mentre tutto questo accade, l’Europa deve confrontarsi con una realtà geopolitica complessa.

La Turchia è membro della NATO dal 1952, controlla gli stretti del Bosforo e dei Dardanelli, è strategica per il Mar Nero, mantiene rapporti con Russia e Ucraina, esercita un ruolo determinante in Siria e nel Medio Oriente e rappresenta un interlocutore indispensabile per la gestione dei flussi migratori.

Erdoğan mantiene, inoltre, posizioni duramente critiche nei confronti di Israele e sostiene politicamente la causa palestinese.

È questa centralità strategica che rende particolarmente difficile il rapporto tra Ankara e le democrazie occidentali.

L’Unione Europea continua a denunciare le restrizioni alle libertà fondamentali, ma deve contemporaneamente mantenere rapporti diplomatici, economici e di sicurezza con il governo turco.

La Turchia continua a votare. Esistono partiti di opposizione, manifestazioni e una società civile che resiste.

Ma una democrazia non si misura soltanto contando le schede elettorali.

Si misura soprattutto dall’indipendenza della magistratura, dalla libertà della stampa, dalla possibilità per l’opposizione di competere senza interferenze arbitrarie e dall’esistenza di istituzioni capaci di controllare chi governa.

Quando un avversario politico è in carcere, una televisione critica viene commissariata e il potere esecutivo si concentra progressivamente nelle mani di un solo uomo, le garanzie democratiche diventano una questione centrale.

Perché il problema non è soltanto poter votare.

È poter scegliere liberamente, conoscendo i fatti, senza che il potere politico condizioni chi può.

Chi sta cercando di contrastare Erdogan?

Il nome più importante è quello di Ekrem İmamoğlu, sindaco di Istanbul, eletto nel 2019 e riconfermato nel 2024, uno dei principali avversari politici del presidente turco.

Arrestato il 19 marzo 2025 e incarcerato quattro giorni dopo, è accusato di corruzione e di aver guidato un’organizzazione criminale. Respinge tutte le accuse e denuncia un processo politicamente motivato.

La procura ha chiesto nei suoi confronti pene che, sommando i diversi capi d’imputazione, superano i 2.400 anni di carcere.

Il giorno precedente al suo arresto, l’Università di Istanbul aveva annullato il suo diploma di laurea, requisito indispensabile per candidarsi alla presidenza della Repubblica.

E proprio il 14 ottobre 2026, mentre la polizia interveniva contro Halk TV, İmamoğlu iniziava a presentare la propria difesa davanti ai giudici.

Un avversario politico in carcere, una candidatura presidenziale ostacolata e una televisione dell’opposizione commissariata.

Sono vicende sulle quali la magistratura deve accertare le responsabilità, ma che pongono una domanda fondamentale: quali garanzie ha una democrazia quando chi dovrebbe poter sfidare il presidente alle elezioni si trova in carcere e l’informazione indipendente subisce interventi di questa portata?

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