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Colonialismo schiavista: chiedano scusa gli arabi-musulmani

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Colonialismo schiavista

Tredici secoli di tratta degli schiavi, di razzismo, di isterismi ai danni dei neri africani – Colonialismo, richiesta ipocrita di mea culpa a senso unico

“In questo inizio del XXI secolo, in Sudan, si sta svolgendo una vera e propria operazione di pulizia etnica delle popolazioni del Darfur. […]. Decisamente, dal Darfur del VII secolo al Darfur del XX, l’orrore continua con l’aggiunta, questa volta della pulizia etnica”.   

A scrivere è Tidiane N’Diaye, antropologo, economista e scrittore franco-senegalese nel suo “Le génocide voilé”, titolo che l’editore italiano ha voluto cambiare in: “La tratta arabo-musulmana – 13 secoli di razzismo e di stermini”, il quale commenta: “Privato del suo carattere distintivo – cioè l’intenzione di far scomparire un popolo, un’etnia o una classe sociale (come per gli armeni, l’holodomor ucraino o l’Olocausto) – il termine «genocidio» perde il connotato storico per cui fu coniato, pensando proprio agli armeni e soprattutto agli ebrei. I neri africani furono trasformati in merce, furono fatti morire a milioni con l’atto violento della cattura, il trasporto attraverso i deserti, la fame, le malattie e tutta la barbarie conseguente. Ma l’intento non fu mai di farli scomparire come etnie, bensì di venderli e di ricavarne un guadagno”.

Scrive Tidiane N’Diaye: “Milioni di africani furono razziati, massacrati o catturati, castrati e deportati verso il mondo arabo-musulmano. Ciò avveniva in condizioni disumane, tramite carovane attraverso il Sahara o via mare”; e aggiunge: “la storia degli arabi che immersero i popoli neri nella tenebra fu soprattutto una storia di male assoluto”.

tratta schiavistica

 

Nella genesi delle varie disgrazie di sfruttamento dell’essere umano da parte di altri difficilmente definibili esseri umani (anche se tali in apparenza formale) “la tratta negriera – scrive Tidiane N’Diaye – è un’invenzione del mondo arabo-musulmano”.

“L’ampiezza di questa tragedia inaugurata dagli arabi è in ciò unica: corrisponde – aggiunge Tidiane N’Diaye – a una forma inedita di schiavitù, per la sua intensità la sua giustificazione, la sua natura ma soprattutto la sua durata – tredici secoli – e il numero di società che l’anno praticata. Questa impresa gigantesca avrebbe potuto condurre alla scomparsa totale die popoli neri sul continente africano. Tutto ciò per soddisfare i bisogni espansionistici, commerciali e «domestici» delle nazioni arabo-musulmane”.

 

La tratta arabo-musulmana

L’inizio dell’era islamica coincide storicamente e religiosamente con l’Egira (in arabo Hijra, ovvero “emigrazione” o “trasferimento”), avvenuta nel 622 d.C.

Nel 652 d.C, quindi solo 30 anni dopo, l’emiro e generale Abdallah ben Said conquistò la Nubia e costrinse  il re nubiano a consegnare ogni anno trecentosessanta schiavi di ambo i sessi da inviare all’Imam dei musulmani. (bakht concluso nel 652).

I Paesi che approfittarono maggiormente di questa infamia erano essenzialmente la Turchia, l’Egitto, la Persia, l’Arabia, la Tunisia e il Marocco.

E qui arriviamo al punto che ci riguarda.

L’ideologia woke che tra cancel culture e abolizione della storia ha chiesto all’Occidente di fare un infinito mea culpa, come se schiavismo e colonialismo siano un obbrobrio della storia di sola pertinenza della civiltà occidentale che, per questo, va cancellata, dando spazio alle civiltà degli oppressi.

Che le potenze occidentali abbiano le loro colpe non v’è dubbio, ma sono in buona compagnia e, conseguentemente, i mea culpa, se li dobbiamo recitare, li reciteremo assieme agli altri oppressori, colonialisti schiavisti che non sono per niente appartenenti alla civiltà occidentale.

Anzi, chiederemo scusa ai ai neri africani dopo che gli arabi-musulmani lo avranno fatto prima di noi.

La tratta degli schiavi dall’Africa verso il Nord Africa, il Medio Oriente e alcune regioni dell’Asia costituisce, infatti, un capitolo fondamentale della storia della schiavitù troppo velato e che deve essere riportato in piena luce.

Si sviluppò attraverso reti commerciali terrestri e marittime che, con caratteristiche differenti secondo le epoche, collegarono regioni dell’Africa occidentale, del Sahel, del bacino del Ciad, del Sudan, del Corno d’Africa e dell’Africa orientale con il Maghreb, l’Egitto, la Penisola Arabica, la Mesopotamia, la Persia e l’Oceano Indiano.

Questi circuiti erano già inseriti in scambi commerciali precedenti all’espansione islamica del VII secolo e si trasformarono nei secoli successivi sotto l’influenza di regni, imperi, città mercantili e poteri politici diversi.

La loro storia non coincide con quella della tratta atlantica organizzata dalle potenze europee a partire dall’età moderna: si tratta di sistemi storici distinti, sebbene entrambi abbiano comportato la cattura, la compravendita, la deportazione e lo sfruttamento di esseri umani.

Tratta atlantica

 

L’espressione tratta arabo-musulmana è una denominazione storiografica utile, ma non indica un sistema unico diretto da un solo popolo o da un’autorità religiosa centralizzata. Vi parteciparono mercanti arabi, berberi e persiani, intermediari africani, autorità locali, regni regionali e poteri islamici diversi.

Le principali regioni africane di origine

Le persone ridotte in schiavitù provenivano da aree molto estese del continente, raggiunte attraverso razzie, guerre, incursioni, catture individuali, tributi e reti commerciali.

  • Senegambia e alto Niger: le regioni corrispondenti a parti degli attuali Senegal, Mali e Guinea alimentavano circuiti commerciali diretti verso le città del Sahara e del Maghreb.
  • Sahel, Timbuctù e bacino del lago Ciad: territori dell’attuale Mali, Niger, Nigeria e Ciad erano collegati a rotte carovaniere che raggiungevano i centri del Nord Africa.
  • Darfur e alto Nilo: aree degli attuali Sudan e Sud Sudan furono coinvolte nei circuiti che conducevano verso l’Egitto e il Mar Rosso.
  • Corno d’Africa: regioni degli attuali Etiopia, Eritrea e Somalia erano collegate ai porti del Mar Rosso e dell’Oceano Indiano.
  • Africa orientale e regione dei Grandi Laghi: territori che oggi appartengono a Tanzania, Uganda, Kenya, Repubblica Democratica del Congo, Malawi, Zambia e aree vicine entrarono, in periodi diversi, nelle reti commerciali dirette verso la costa swahili e i mercati dell’Oceano Indiano.
  • Costa del Mozambico e Madagascar: costituirono ulteriori aree di cattura, transito e deportazione, collegate ai commerci marittimi dell’Oceano Indiano.

Le rotte cambiarono nel corso dei secoli, così come cambiarono gli attori che controllavano i territori, i porti e i mercati.

Il sistema trans-sahariano: dall’Africa occidentale al Maghreb

La prima grande direttrice attraversava il Sahara da sud verso nord. Le carovane partivano dalle regioni del Sahel e del bacino del Niger, raggiungevano oasi e centri commerciali sahariani e proseguivano verso le città del Maghreb.

Tra i principali itinerari figuravano quelli che collegavano l’area del Niger e Timbuctù con Tuat e il territorio dell’attuale Algeria; le vie che attraversavano il massiccio dell’Aïr e raggiungevano Ghat e Ghadames; e i percorsi dal bacino del lago Ciad, attraverso il Fezzan, verso la Libia. Altri itinerari collegavano le regioni dell’attuale Sudan e del Darfur con l’Egitto lungo il Nilo.

I principali territori di arrivo e transito comprendevano l’attuale Marocco, l’Algeria, la Tunisia, la Libia e l’Egitto. Da qui le persone deportate potevano essere vendute nei mercati locali oppure trasferite verso altre destinazioni del Mediterraneo, del Levante e del Medio Oriente.

Il deserto costituiva un ostacolo fisico enorme. I prigionieri erano costretti ad affrontare marce prolungate, scarsità d’acqua, malattie e violenze. Le condizioni del viaggio provocavano sofferenze e morti.

Le rotte del Mar Rosso e del Corno d’Africa

Una seconda rete collegava il Corno d’Africa e le regioni del Sudan con l’Egitto, le coste del Mar Rosso e la Penisola Arabica.

Dalle aree dell’attuale Sudan, Eritrea, Etiopia e Somalia, i percorsi raggiungevano porti e punti di attraversamento come Suakin, Massaua e Zeila.

Le persone deportate potevano essere trasferite verso la costa occidentale dell’Arabia, l’area dell’attuale Arabia Saudita, lo Yemen e altri centri del Medio Oriente.

Questi circuiti si intrecciavano con le rotte terrestri del Nilo e con i mercati dell’Egitto. Il Mar Rosso non era soltanto una barriera geografica, ma un corridoio commerciale attraverso il quale si muovevano persone, merci e risorse fra Africa, Arabia e Mediterraneo orientale.

La tratta coinvolse uomini, donne e bambini, destinati a forme diverse di sfruttamento. In alcune epoche e in determinati mercati furono particolarmente richieste le donne per il lavoro domestico e concubinario; gli uomini potevano essere impiegati nel lavoro agricolo, nei servizi, nelle attività militari o in altri lavori forzati.

Le rotte dell’Oceano Indiano: dall’Africa orientale all’Arabia e all’Asia

La terza grande direttrice si sviluppò lungo la costa orientale africana e attraverso l’Oceano Indiano. Fu alimentata da reti commerciali che collegavano l’entroterra dell’Africa orientale ai porti della costa swahili, e da lì ai mercati dell’Arabia, del Golfo Persico e dell’Asia meridionale.

Le regioni di cattura comprendevano territori dell’attuale Tanzania, del Mozambico e di altre zone dell’Africa orientale e centro-orientale. I prigionieri venivano condotti verso città costiere e porti come Kilwa, Zanzibar, Bagamoyo e Mombasa, da cui potevano essere trasportati per mare.

Le principali destinazioni comprendevano:

  • Penisola Arabica: soprattutto le coste dell’attuale Oman e Yemen e i mercati della regione dell’Hejaz.
  • Golfo Persico: porti e centri commerciali collegati all’attuale Iraq e alle coste del Golfo.
  • Persia: territori dell’attuale Iran.
  • India occidentale: aree dell’Asia meridionale collegate alle reti mercantili dell’Oceano Indiano.
  • Isole dell’Oceano Indiano: tra cui Madagascar e altre isole, con itinerari che cambiarono secondo i periodi.

La tratta orientale non fu un semplice prolungamento della rete trans-sahariana: aveva propri porti, intermediari, sistemi di trasporto e mercati.

Le reti marittime potevano, inoltre, trasportare altre merci, come avorio, oro, spezie e tessuti, collegando la deportazione di persone a un più ampio sistema di scambi commerciali.

Le condizioni della schiavitù: sfruttamento, violenze e castrazione

La schiavitù non consisteva soltanto nella vendita di una persona. Significava privarla della libertà, sottoporla al potere del proprietario e renderla disponibile per attività e servizi imposti.

Tra gli impieghi documentati vi furono il lavoro agricolo, quello domestico, i servizi militari, le attività commerciali e il concubinato. In determinati contesti si verificarono anche deportazioni forzate, punizioni corporali, separazioni familiari e violenze sessuali.

La castrazione di alcuni prigionieri maschi è uno degli aspetti più atroci messi in evidenza da Tidiane N’Diaye nel suo libro Le génocide voilé. L’autore attribuisce a questa pratica una funzione importante nel sistema di deportazione verso alcuni mercati mediorientali e la interpreta come una forma di distruzione della continuità familiare e della discendenza.

La durata e il numero delle vittime

Uno degli elementi che distinguono queste reti dalla tratta atlantica è la loro lunga durata storica. I circuiti trans-sahariani, del Mar Rosso e dell’Oceano Indiano si svilupparono in periodi differenti e subirono trasformazioni profonde con l’ascesa e la caduta degli imperi, le guerre regionali, i mutamenti commerciali e gli interventi delle potenze straniere.

Tidiane N’Diaye propone una stima di circa 17 milioni di africani vittime della tratta arabo-musulmana.

“Dal momento in cui l’Africa sub-sahariana divenne la principale zona fornitrice di schiavi per la tratta orientale, l’uomo nero fu sinonimo di servitù e, correlativamente, il suo colore della pelle associato a una negazione dell’Islam. Gli arabi conciliarono le proprie necessità con lo spirito del testo sacro. Ricorsero ad argomenti insieme razzisti e religiosi per giustificare la schiavitù dei neri anche convertiti. Da allora, lo sviluppo della tratta transahariana e orientale fu inscindibile da quello del razzismo”.

 La memoria storica e il dibattito contemporaneo

La memoria pubblica della schiavitù si è concentrata in larga misura sulla tratta atlantica, sulla responsabilità delle potenze europee e sulle conseguenze della schiavitù nelle Americhe.

Quest’attenzione è legata alla documentazione disponibile, alla centralità storica della tratta atlantica nell’economia moderna, alle lotte abolizioniste e ai suoi effetti ancora visibili nelle società contemporanee.

La storia delle tratte trans-sahariane, del Mar Rosso e dell’Oceano Indiano merita però un’attenzione altrettanto seria sul piano della ricerca storica.

La sua conoscenza è necessaria per evitare una ricostruzione selettiva del passato, nella quale alcune responsabilità siano ampiamente discusse mentre altre rimangano ai margini.

Il dibattito odierno sulle riparazioni, sulle scuse ufficiali e sul colonialismo può diventare ideologico quando viene utilizzato per attribuire una colpa ereditaria a intere popolazioni o per assolvere altri sistemi storici di schiavitù.

Le responsabilità devono essere ricostruite con criteri coerenti: chi catturò le persone, chi le vendette, chi ne organizzò il trasporto, chi le acquistò e quali autorità permisero o contrastarono il sistema.

La stessa cautela vale per le società contemporanee: non è corretto attribuire a tutti gli arabi o a tutti i musulmani le responsabilità di mercanti, governi o imperi del passato, così come non è corretto attribuire una colpa collettiva a tutti gli europei per la tratta atlantica.

È invece legittimo chiedere che la memoria storica sia completa e che ogni sistema di schiavitù venga studiato senza rimozioni.

La cartina rappresenta tre grandi sistemi di deportazione – trans-sahariano, del Mar Rosso e dell’Oceano Indiano – che per secoli collegarono vaste regioni africane ai mercati del Nord Africa, del Medio Oriente e dell’Asia.

Questi circuiti coinvolsero numerosi attori, produssero sofferenze umane enormi e lasciarono conseguenze demografiche, sociali e culturali che richiedono ancora studio.

La tesi centrale da sostenere è un principio di coerenza della memoria: la condanna della schiavitù deve essere universale e la ricostruzione del passato deve includere tanto la tratta atlantica quanto le reti trans-sahariane, del Mar Rosso e dell’Oceano Indiano.

Nessuna responsabilità storica dovrebbe essere cancellata per ragioni politiche o identitarie; nessuna popolazione contemporanea dovrebbe essere condannata collettivamente per il passato.

 

 

Conclusione… per ora.

La richiesta di alcuni soggetti di origine arabo musulmana di un mea culpa da recitare da parte degli occidentali va rinviata al mittente. Comincino loro a chiedere scusa. Poi ne parliamo.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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