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Anniversario rastrellamento del Ghetto: ANPI pro-Pal non gradita

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Anniversario rastrellamento del Ghetto: ANPI pro-Pal non gradita

L’organizzazione che in origine era dei partigiani italiani ora è diventata uno strumento politico di parte – La maggioranza degli iscritti viene da partiti e movimenti di sinistra. In discussione il ruolo neutrale di un’organizzazione ormai politicamente schierata

Nei giorni scorsi, ancora una volta, in oltre cinquanta città italiane i pro-Pal sono scesi in piazza per manifestare in favore della Palestina e per chiedere “la fine del genocidio”.

Da Torino a Milano, da Roma a Napoli, i cortei hanno sfilato, con momenti di tensione con le forze dell’ordine che si sono registrati a Torino e sono comparsi diversi striscioni inneggianti al 7 ottobre, tre giorni dopo la ricorrenza dell’attacco di Hamas in territorio israeliano del 2023, l’operazione ‘diluvio al-Aqsa’.

“Per noi il 7 ottobre rappresenta una giornata di resistenza”, ha detto Sara, una delle portavoci del coordinamento Torino per Gaza.

A Milano tra i cartelli esposti anche uno con la frase “7 ottobre come il 25 aprile. Fasci e sionisti appesi”.

Per questi pro-Pal uccidere gli ebrei a migliaia come è stato fatto il 7 ottobre è essere dei resistenti che scacciano i nazifascisti e liberano l’Italia in 25 aprile. In buona sostanza Hamas è un’organizzazione di partigiani.

Cosa dirà mai l’Anpi, ormai colonizzata da chi partigiano non è mai stato?

Non a caso la Comunità Ebraica di Roma ha espressamente chiesto all’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) di non partecipare alle commemorazioni per l’anniversario del rastrellamento del ghetto del 16 ottobre 1943.

La richiesta formale, avanzata dal presidente della comunità Victor Fadlun, ha l’obiettivo di evitare che una giornata di profondo dolore per gli ebrei romani diventi teatro di nuove lacerazioni politiche.

Nonostante la richiesta, la delegazione dell’ANPI ha deciso comunque di presentarsi alla cerimonia ufficiale, provocando pesanti tensioni, urla e contestazioni nel quartiere ebraico.

Le ragioni della Comunità Ebraica

Secondo quanto dichiarato dai vertici della comunità e riportato dai media nazionali, la decisione nasce dai passati attriti legati alle manifestazioni del 25 aprile.

La Comunità Ebraica contesta all’ANPI una mancanza di sensibilità per le contestazioni nei cortei della Liberazione. Viene rinfacciata all’associazione l’opposizione o la freddezza registrata in passato verso l’esposizione delle bandiere di Israele e della Brigata Ebraica durante il 25 aprile.

Il presidente Victor Fadlun ha invitato l’ANPI a riflettere sulle proprie responsabilità e a mostrare “il pudore di fare un passo indietro” per rispetto della memoria storica del ghetto.

La posizione dell’ANPI e i fatti al Ghetto

L’ANPI ha inizialmente replicato sostenendo il proprio diritto e dovere istituzionale e morale di essere presente a una commemorazione antifascista.

Tuttavia, come documentato dalle agenzie di stampa e dai media, la presenza della delegazione partigiana ieri ha scatenato la reazione indignata di diversi esponenti e residenti della comunità romana, che hanno accolto i rappresentanti dell’ANPI con insulti e cori quali “Ve ne dovete andare” e “Vergognatevi”, costringendoli di fatto ad allontanarsi dall’area della cerimonia.

Il presidente della Comunità ebraica di Roma, Victor Fadlun, a margine della commemorazione del 16 ottobre, dopo le tensioni avvenute tra alcuni componenti della comunità e dell’ANPI ha affermato: “Noi abbiamo chiesto all’ANPI di non presenziare per una questione di rispetto. Noi abbiamo un profondo rispetto per la storia della lotta partigiana, che è la nostra storia. Ricordo che il 5% degli ebrei italiani ha combattuto nella resistenza quando la media nazionale è 10 volte inferiore. Noi siamo rimasti profondamente feriti nel vedere la brigata ebraica cacciata dal corteo del 25 aprile e siamo rimasti di nuovo profondamente feriti nel vedere la condiscendenza dell’ANPI nei confronti delle piazze pro-Pal. E pensiamo che l’ANPI non debba assolvere al ruolo di partito politico, non debba fare politica ma debba tornare al suo ruolo di preservare la memoria della lotta partigiana della resistenza”.

“Noi – ha aggiunto Victor Fadlun – riteniamo e abbiamo pieno rispetto e siamo contro qualsiasi forma di violenza anche se fosse solo verbale. Questa è una comunità pacifica ed è una comunità rispettosa. Ma oggi è una questione di pudore”.

Alla domanda se fosse stato un errore da parte di Roma Capitale di invitare l’ANPI, Fadlun ha risposto: “Penso che il 16 ottobre sia un lutto profondo per la nostra comunità. Ci sono parenti diretti di coloro che sono stati deportati. E quindi ci vuole sensibilità e rispetto”.

Forse è giunta l’ora di fare i conti di quel che resta dell’ANPI originaria e di quel che, invece, è l’ANPI di oggi. Molti critici, prevalentemente nell’area di centrodestra e destra, sostengono che l’associazione abbia progressivamente smarrito la sua natura originaria legata alla memoria pluralista della Resistenza (che incluse partigiani comunisti, socialisti, cattolici, liberali e badogliani).

Secondo questa visione, l’ANPI si sarebbe trasformata in un soggetto politico schierato quasi esclusivamente con le posizioni della sinistra, intervenendo regolarmente su temi di attualità estranei alla memoria storica (come referendum costituzionali, riforme del lavoro o alleanze elettorali).

ANPI, dal pluralismo della Resistenza alla politica a senso unico

L’analisi del profilo politico dei dirigenti dell’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) mostra una forte prevalenza di figure con una storia personale e politica radicata nella sinistra tradizionale, nel Partito Democratico (PD) e nel sindacalismo (in particolare la CGIL), sebbene l’associazione si dichiari formalmente apartitica.

I presidenti nazionali che si sono succeduti negli ultimi decenni provengono storicamente dall’area della sinistra parlamentare e sindacale.

Gianfranco Pagliarulo (Presidente nazionale in carica), giornalista, è stato senatore per il Partito dei Comunisti Italiani (PdCI) nei primi anni 2000.

Carla Nespolo, (Presidente dal 2017 al 2020) è stata parlamentare del Partito Comunista Italiano (PCI) e successivamente del PDS.

Nella composizione della presidenza e della segreteria nazionale dell’ANPI figurano spesso ex dirigenti sindacali ed ex amministratori locali legati al centrosinistra.

Nei comitati provinciali e nelle sezioni territoriali, la dirigenza dell’ANPI vede spesso la partecipazione attiva di esponenti del PD (molti iscritti, amministratori locali o ex eletti del Partito Democratico ricoprono ruoli operativi all’interno dell’associazione); membri della CGIL (esiste una storica e strutturata convergenza di personale e di intenti tra i quadri direttivi del sindacato e quelli dell’ANPI); movimenti di sinistra radicale e pacifisti.

Soprattutto negli ultimi anni, si registra l’ingresso nei quadri locali di attivisti provenienti da movimenti civici di sinistra e associazioni pacifiste, in linea con le posizioni assunte dall’ANPI su temi internazionali e sociali.

Mentre lo statuto dell’ANPI ne sancisce l’autonomia formale, i dati biografici dei suoi dirigenti confermano un’estrazione culturale e politica quasi interamente legata alla sinistra italiana e al sindacalismo, dinamica che alimenta il dibattito sulla reale neutralità dell’associazione.

La composizione degli oltre 160.000 iscritti all’ANPI ha subito una radicale mutazione antropologica e demografica negli ultimi vent’anni. Poiché i partigiani che hanno vissuto la Resistenza (1943 – 1945) sono quasi interamente scomparsi per ragioni anagrafiche, la base associativa è oggi costituita quasi esclusivamente da cittadini nati dopo la seconda guerra mondiale che della Resistenza hanno sentito parlare.

Il punto di svolta: l’apertura ai non-partigiani (2006)

Fino al 2006, potevano iscriversi all’ANPI solo i partigiani, i combattenti o i perseguitati politici. Nel 2006 il congresso nazionale ha modificato lo statuto, permettendo il tesseramento a tutti i cittadini maggiorenni che condividano i valori dell’antifascismo, della democrazia e della Costituzione.

Di conseguenza, oggi oltre il 95% degli iscritti appartiene a questa categoria, definita comunemente dei “nuovi partigiani” o antifascisti generazionali.

In molte grandi province (come Torino, Milano e Bologna), circa un iscritto su otto ha meno di 35 anni. L’afflusso di studenti universitari e medi è cresciuto costantemente in risposta alle dinamiche politiche nazionali ed europee.

La crescita che ha portato il totale oltre quota 160.000 vede ogni anno l’ingresso di oltre 20.000 “neotesserati” (persone che prendono la tessera per la prima volta). Ad esempio, nel solo 2023 si sono registrati ben 23.403 nuovi iscritti, che hanno ringiovanito la base associativa.

I partigiani storici e le staffette che hanno combattuto sul campo sono ormai pochissimi e hanno tutti un’età compresa tra i 95 e gli oltre 100 anni. Rappresentano una quota minima a livello numerico (ormai stimabile in poche centinaia di persone su tutto il territorio nazionale).

Analizzando la provenienza associativa dei militanti più giovani (che spesso creano sezioni universitarie o gruppi di lavoro locali), l’orientamento politico e i movimenti di provenienza dei ragazzi si dividono principalmente in tre macro-aree.

La quota maggiore di under 25 e under 30 non proviene da tessere di partito, ma da reti studentesche attive nelle scuole superiori e nelle università.

UDU (Unione degli Universitarie) è il sindacato studentesco universitario storicamente più vicino alla CGIL e all’ANPI. Moltissimi leader dei gruppi giovanili dell’ANPI nelle grandi città (come Torino, Milano, Bologna e Roma) sono o sono stati rappresentanti degli studenti legati all’UDU.

Rete degli Studenti Medi è il corrispettivo per le scuole superiori, che collabora sistematicamente con le sezioni territoriali dell’ANPI per assemblee d’istituto e progetti sulla memoria.

Tra i giovani che hanno già una tessera o una simpatia di partito definita, la quasi totalità si colloca nell’area del centrosinistra e della sinistra. I Giovani Democratici (GD) è l’organizzazione giovanile del Partito Democratico e molti ragazzi attivi nei GD scelgono il “doppio tesseramento” iscrivendosi anche all’ANPI, visti i valori antifascisti condivisi.

Sinistra Italiana / Europa Verde (AVS): c’è una fortissima attrattiva tra i giovani della sinistra ecologista e progressista. Le tematiche dell’antifascismo sociale e dei diritti civili creano un ponte naturale con l’ANPI.

Movimenti della sinistra radicale: giovani legati a micro-organizzazioni comuniste o a reti di centri sociali (es. collettivi autonomi territoriali) vedono nell’ANPI uno spazio istituzionale legittimo in cui fare sponda su battaglie antifasciste e antirazziste.

Negli ultimi anni, si è registrato l’ingresso di una numerosa fetta di giovani provenienti da movimenti tematici piuttosto che ideologici: movimenti per la giustizia climatica (come Fridays for Future) (molti attivisti uniscono la giustizia ambientale a quella sociale, interpretando la Costituzione difesa dall’ANPI in chiave moderna); movimenti pacifisti e per il disarmo (le forti prese di posizione dell’ANPI nazionale contro l’invio di armi e l’aumento delle spese militari hanno attratto molti giovani legati al mondo  dell’associazionismo pacifista cattolico e laico, inclusi molti ragazzi vicini alla sensibilità del Movimento 5 Stelle, pur senza una militanza di partito in senso stretto).

In sintesi, pur non essendoci un legame esclusivo con una singola forza politica, l’universo giovanile dell’ANPI riflette pienamente il pluralismo delle varie sfumature della sinistra, dell’attivismo studentesco e dei movimenti civili progressisti.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all'Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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