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Peccato e colpa: nascita di Dio

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Dio

Il cristianesimo come ideologia della morte fisica temporale per liberare l’uomo dal suo stato esistenziale di colpa dall’inevitabile eredità del peccato

Gli storici delle religioni e gli etnologi hanno sempre ritenuto che nelle culture primitive la morte di un individuo non avvenisse in seguito a una fatalità naturale, ma a un’azione ostile, all’aggressione da parte di un nemico dotato di poteri magici, che poteva essere uno spirito animale, una belva predatrice o un aggressore incognito a cui non ci si sapeva opporre.
Tuttavia, non erano certo solo le insidie delle belve a far emergere nell’uomo arcaico la paura e a porlo in stato di eccitazione angosciosa; gli eventi naturali – tempeste, alluvioni, terremoti, incendi, eruzioni, epidemie, la scarsità di fonti alimentari, la siccità etc. -, si presentavano alla mente dell’uomo arcaico, come forme diverse di predazione a suo danno, salvo che, in questi casi, il predatore manifestava i suoi effetti ma non la sua presenza sensibile.

Era come trovarsi di fronte a una belva invisibile, la quale, assumendo aspetti ancor più terrificanti, produceva effetti devastanti, minacciando, però, stavolta non una singola preda, ma la vita dell’intero branco.

D’altra parte, accanto alla convinzione che un decesso fosse dovuto all’atto malevolo di un nemico compiuto per via magica o per qualunque altro evento, esso, in alcuni casi, veniva attribuito a una qualche responsabilità del defunto stesso, all’aver egli violato un tabù e, quindi, all’aver offeso, sia pure senza intenzionalità, per semplice trascuratezza o ignoranza, un qualche potere vietante o di aver violato una qualche prescrizione rituale.

Nasce, così, la concezione del “peccato”, della “colpa”, ossia della “mancanza” come appropriazione indebita del dovuto nei riguardi del predatore incognito con il rischio di esporsi alla sua vendetta sia per non aver adempiuto agli obblighi verso l’entità potente, sia per aver usato in proprio ciò che a essa era dovuto.

Ebbene, per i nostri antichi antenati, un tale predatore invisibile era molto più pericoloso di un concreto animale predatore, il quale, dopotutto, si contentava di azzannare e divorare un umano per volta, lasciando in pace il branco per lunghi periodi, dato che, saziata la sua fame, non avrebbe sprecato ulteriormente energie per attaccare un branco compatto e determinato a difendersi.

Quindi, il problema che si poneva all’uomo arcaico era quello di ricondurre il predatore invisibile alle dimensioni e ai comportamenti di ogni carnivoro predatore, poiché aveva notato che una belva non attacca mai dopo aver predato.

Questo finì per far trovare il modo, ai nostri lontani antenati, di ridimensionare i predatori invisibili offrendo ad essi una singola preda, per cui, saziati, si credeva lasciassero in pace il branco.

Con il concepire un predatore invisibile, l’uomo arcaico aveva creato un concetto fondante di tutta la sua successiva evoluzione ideologica: l’idea dello spirito, del demone e dunque del dio.

Aveva, cioè, posto le premesse da cui sarebbe scaturita poi la religione e, con esse, aveva posto in atto il rito che sostanzia tutte le forme storiche di religione: il sacrificio.

Una volta saziata dal sacrificio, la potenza invisibile si allontana e diveniva, con il semplice non infierire ulteriormente, una potenza quasi benevola; con linguaggio moderno possiamo dire che si trasformava da demone in dio, non essendo altro l’idea di “dio” che il risvolto positivo e sopportabile dell’idea negativa ed insopportabile di “demone”.

In epoca culturale, lo spirito maligno della siccità, per fare un esempio, diviene, una volta spiato con sacrifici umani, il benevolo dio della pioggia, ed entrambi questi aspetti, il terrificante e il rassicurante, coabitarono a lungo nella stessa figura mitica, come è evidente nel caso degli dèi messicani e maya.

Tialoc, il dio della pioggia, era anche colui che nega la pioggia, il dio della siccità, ed era necessario immolargli vittime umane perché si decidesse a far scendere l’acqua dal cielo, di cui era l’avaro signore.

Solo in epoche posteriori, la figura del dio cattivo e quella del dio buono si separarono, formando un’antitetica coppia legata per sempre da rapporti dialettici che vanno facendosi sempre più sottili sino a scomparire del tutto.

Ishtar, per esempio, è la dea babilonese della guerra e delle stragi durante il giorno, mentre di notte si trasforma nella dea della sessualità; ma nella religione iranica Ahura Mazda, il dio buono, è totalmente distinto da Arimane, il dio cattivo, ed è anzi in perpetuo conflitto con lui.

Eppure, anche il dio buono, chiunque fosse o meglio, in qualsiasi modo venisse chiamato, esigeva sempre sacrifici; doveva sempre essere placato perché, sotto la maschera del dio benevolo e protettore, si celava pur sempre il demone malvagio da saziare mediante olocausti.

Olocausto di qualcuno per la cui morte fosse possibile provare realmente afflizione, poiché per l’essere umano l’idea di “sacrificio” è connessa inestricabilmente con quella di “autosacrificio” e, quindi, di dolore per sé e non solo per la vittima.

Per centinaia di migliaia di anni l’atto sacrificale è stato accompagnato, necessariamente, da un sentimento di perdita affettiva e, quindi, di dolore provato da quegli stessi che lo compivano; questo è il motivo per cui “offriamo in sacrificio agnelli e non coccodrilli”.

Ed anche il motivo per cui in Genesi Yawè gradisce i sacrifici cruenti di Abele e respinge quelli di Caino, che gli offriva i frutti della terra. In prima stesura Abele non macellava a Yawè dei capretti, ma immolava i suoi figli; certo, questo è stato camuffato nel mito scritturale, ma la cosa diventa chiara quando si legge di come lo stesso dio pretendesse da Abramo il sacrificio del primogenito Isacco.

Ma per il pio giudeo, essendo praticamente impossibile non violare una delle centinaia di norme della Legge, la riflessione religiosa arrivava alla conclusione che il “peccato” si identifica con i concreti comportamenti dell’uomo, essendo determinato proprio dalla natura sua: per l’essere umano vivere significa peccare e la colpa va intesa come dimensione costante e irreparabile dell’esistenza umana.

È da questa base concettuale che si muove Paolo, arrivando, conseguentemente, a un concetto di colpevolezza che trascende l’orizzonte personale e proclama il peccato come inerente alla natura umana in se stessa, che egli ricollega alla trasgressione di Adamo, alla disobbedienza del primo uomo, e alla sua violazione del tabù del conoscere.

L’universalità della morte è “spiegata”, quindi, da Paolo con l’universalità del peccato, la sua inevitabilità con l’inevitabilità della colpa da parte dell’uomo.

Per l’uomo “civilizzato” e a suo modo razionale, d’altra parte la successione logica tra i concetti di “colpa” e di “punizione” si svolge dal primo – la violazione di un divieto – al secondo, la pena da subirsi per un tale vulnus, inevitabile conseguenza di esso.

Ma per l’uomo “selvaggio” e del tutto irrazionale, la successione si presenta in una prospettiva rovesciata: egli inorridiva e tremava di fronte alla prospettiva della morte e di essa si domandava la ragione, l’evento scatenante. E lo trovava nell’idea di una violazione, di un vulnus, di un atto capace di irritare un Potere arbitro della vita e della morte dell’uomo.

La colpa era concepita, quindi, come un corollario dell’evento della morte, mentre successivamente il rapporto venne a rovesciarsi: in epoche “civilizzate” fu la morte ad essere concepita come corollario del fatto della colpa, passò, per così dire, in secondo piano di fronte alla preminenza angosciante dell’idea del “peccato”.

Nella mente di Paolo il complesso fobico di colpa (peccato) e di espiazione (morte) aveva già assunto un assetto in cui il baricentro si era spostato verso il primo termine: conseguentemente il cristianesimo, nato come ideologia di una fisica vita eterna, era destinato a divenire l’ideologia della morte fisica temporale, unico evento che poteva liberare l’uomo dal suo stato esistenziale di colpa, dall’inevitabile eredità del peccato, connessa proprio alla sua natura di essere umano.

La storia di quest’enorme, mostruoso errore, costituisce la storia stessa della cultura umana sul versante psicologico e religioso: la fonte di tutti i riti sacrificali e di tutti i miti di sacrificio, nonché, fortunatamente, il terreno di scontro su cui si confrontano le diverse visioni del mondo e della vita.

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