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Oikonomia o crematistica, bivio capitalistico individuato da Aristotel

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Il Pentagono pieno di soldi e senza capacità produttiva – L’Europa finanzia l’Ucraina ma non ci sono le fabbriche per produrre le armi – Il grande fallimento del capitalismo finanziario

Se l’Occidente è finanza: «denaro che fa denaro», ha bisogno di poca popolazione, di una élite ristretta di super ricchi che fanno denaro con il denaro, di una ristretta cerchia di operatori, di una base di lavoratori a basso costo che gestiscono i servizi, possibilmente importati.

Conseguenza logica malthusiana, ideologia woke, eugenetica, immigrazionismo.

Dalla trasformazione del capitalismo occidentale in capitalismo finanziario (patrimoniale) segue un diverso fabbisogno economico di popolazione.

Al capitalismo industriale servono molti lavoratori qualificati, servono famiglie numerose, salari relativamente sufficienti a riprodurre la forza-lavoro, popolazione qualificata come risorsa produttiva. Lo Stato è interessato alla crescita demografica.

Per il capitalismo finanziario post-industriale il profitto dipende sempre più da capitale, rendite, proprietà intellettuale, finanza, piattaforme e automazione.

Diminuisce il bisogno di lavoro manuale qualificato e non qualificato e aumenta il valore economico di una piccola élite proprietaria e finanziaria.

Rimane necessario un segmento di lavoratori per servizi, logistica, assistenza, edilizia, ristorazione ecc. La popolazione eccedente rispetto a queste funzioni diventa economicamente meno necessaria.

Ed emerge una possibile struttura piramidale.

Popolazione mondo finanziario

L’inversione malthusiana del XXI secolo

Malthus partiva dal problema opposto: la popolazione tende a crescere più rapidamente delle risorse.

Nel capitalismo avanzato potrebbe apparire una versione rovesciata: la capacità produttiva cresce più rapidamente del bisogno di lavoro umano.

Automazione, IA, robotizzazione e finanziarizzazione possono quindi produrre una situazione nella quale non è più necessario aumentare indefinitamente la popolazione per aumentare la ricchezza. Questo cambia radicalmente il rapporto fra capitale e demografia.

Il capitale può diventare relativamente indifferente alla quantità complessiva di popolazione, purché esistano: pochi possessori di capitale; una massa sufficiente di consumatori; una forza lavoro relativamente piccola; lavoratori disponibili a svolgere attività che non conviene automatizzare; infrastrutture e servizi funzionanti.

E qui entra la questione dell’immigrazione: non necessariamente servono più cittadini; possono servire più lavoratori. Sono due cose molto diverse.

Una società può avere bassa natalità più immigrazione, più forza lavoro sufficiente senza perseguire una vera politica di crescita demografica.

Ma c’è una contraddizione fondamentale. Il modello incontra però un problema enorme: chi consuma?

Se il capitale si concentra e i salari ristagnano, si produce una contraddizione: meno lavoratori, meno redditi da lavoro, minore capacità di consumo, maggiore concentrazione della ricchezza, necessità di sostenere artificialmente la domanda.

Il capitalismo finanziario ha bisogno di una massa di consumatori, anche se non ha più bisogno della stessa massa di produttori.

Ed è qui che la questione diventa particolarmente interessante: il sistema potrebbe non tendere verso una società semplicemente “piccola”, ma verso una società nella quale il numero delle persone necessarie alla produzione è molto inferiore al numero delle persone necessarie alla riproduzione del mercato.

Quindi il capitalismo finanziario avanzato tende a rendere economicamente meno necessaria una grande popolazione produttiva, mentre continua ad aver bisogno di una grande popolazione consumatrice.

Questa è, secondo me, la vera inversione malthusiana del XXI secolo.

Se l’automazione e l’IA riducono ulteriormente il bisogno di lavoro umano, quale sarà la funzione economica della grande massa della popolazione? È probabilmente uno dei nodi politici fondamentali dei prossimi decenni.

Il ragionamento fila, ma con una variante. La Cina produce robot che sostituiscono i lavoratori, pur avendo una popolazione enorme, ma produce valore con la produzione industriale.

Tale valore può essere distribuito. La finanza produce denaro con denaro per una ristretta élite, come può distribuire valore se non ne produce? Salvo che non si pensi ad una massa parassitaria assistita corrispondente al livello stabilito di consumo.

La differenza fondamentale è tra produzione di valore e appropriazione e redistribuzione monetaria del valore.

Il modello cinese

La Cina può sostituire progressivamente lavoro umano con robot senza che questo implichi necessariamente una contrazione della ricchezza prodotta.

Lo schema è: capitale, macchine/robot, produzione industriale, merci, valore, profitti, salari/dividendi/tassazione, consumo e investimenti.

Il robot elimina un lavoratore, ma non elimina necessariamente la produzione. Anzi, può aumentarla.

Se una fabbrica produce il doppio con metà dei lavoratori, il problema diventa: chi possiede la fabbrica e come viene distribuito il surplus? Questo è un problema politico-economico, non necessariamente un problema di capacità produttiva.

Il modello del capitalismo finanziario

Nel capitalismo finanziarizzato il circuito può diventare molto diverso: capitale, attività finanziarie, rendimenti, altro capitale, ulteriori rendimenti.

Qui il denaro può moltiplicarsi come grandezza finanziaria senza che aumenti proporzionalmente la produzione materiale.

Ed è qui che emerge la contraddizione.

Se una quota crescente della popolazione viene espulsa dalla produzione, ma contemporaneamente una quota crescente della ricchezza viene concentrata nella proprietà finanziaria, chi produce le merci e i servizi che quella ricchezza dovrebbe acquistare?

La finanza può redistribuire potere d’acquisto, ma non può creare indefinitamente da sola il substrato materiale del consumo. E, infatti, delocalizza, ma la delocalizzazione della produzione implica delocalizzazione della sovranità e del potere.

Da qui nasce il problema della “massa assistita”

Il sistema potrebbe teoricamente funzionare così: l’élite proprietaria possiede capitale finanziario e produttivo; l’élite tecnico-manageriale gestisce il sistema automatizzato; lavoratori residui producono ciò che non è conveniente automatizzare; la massa marginalizzata riceve trasferimenti e consuma.

Questo sarebbe, in effetti, un modello di capitalismo ad alta automazione con reddito redistributivo.

Ma c’è una differenza fondamentale rispetto al modello cinese.

Nel modello cinese l’automazione tende ad aumentare la capacità produttiva del sistema.

Nel modello puramente finanziarizzato l’automazione può convivere con la trasformazione della popolazione in consumatori sostenuti da trasferimenti, mentre il capitale continua a valorizzarsi finanziariamente.

E qui il problema diventa molto più profondo.

Supponiamo che: il 10% possieda gran parte del capitale; il 20% gestisca il sistema; il 20% lavori nella produzione e nei servizi; il 50% abbia un’occupazione marginale o nessuna occupazione significativa.

Quel 50% non può semplicemente sparire dal mercato.

Se non dispone di reddito, non compra. Se non compra, le imprese non vendono. Se le imprese non vendono, i profitti reali diminuiscono.

Quindi il sistema deve necessariamente trovare un meccanismo per trasferire potere d’acquisto alla popolazione che in questo caso è una massa parassitaria assistita, corrispondente a un livello di consumo stabilito.

Ma questa soluzione ha un limite enorme: l’assistenza deve essere finanziata da un surplus reale.

Puoi creare moneta, credito o attività finanziarie quasi indefinitamente sul piano contabile; non puoi creare indefinitamente acciaio, energia, case, alimenti, infrastrutture, trasporti, cure, beni e servizi semplicemente moltiplicando le attività finanziarie.

Ed è qui che Cina e Occidente divergono

La questione demografica

La questione demografica diventa allora molto interessante.

La Cina sta affrontando la diminuzione della forza lavoro attraverso: meno lavoratori, più automazione, maggiore produttività, mantenimento o aumento della produzione, mentre un’economia fortemente finanziarizzata può tendere verso meno lavoratori, maggiore automazione, maggiore concentrazione del capitale, maggiore popolazione economicamente marginale, necessità di redistribuzione

La domanda decisiva diventa quindi: da dove viene il surplus che finanzia la redistribuzione?

Se viene dalla produzione industriale automatizzata, il sistema può avere una certa stabilità.

Se viene prevalentemente dalla rivalutazione degli asset finanziari, la situazione è molto più fragile.

Non è semplicemente vero che un capitalismo avanzato “ha bisogno di poca popolazione”; ha bisogno di poca forza-lavoro rispetto alla popolazione complessiva, se l’automazione è elevata, ma potrebbe avere ancora bisogno di una popolazione numerosa come consumatrice e come base fiscale.

Quindi la vera configurazione potrebbe essere: pochi lavoratori, molta produzione, molti consumatori, anziché poca popolazione, poca produzione, molta finanza.

Ed è precisamente qui che la Cina, con la sua enorme capacità industriale, potrebbe avere un vantaggio strutturale: può automatizzare il lavoro senza rinunciare alla produzione materiale che dà sostanza alla ricchezza.

Il problema occidentale, invece, se la finanziarizzazione arrivasse al punto in cui la ricchezza finanziaria cresce molto più rapidamente della capacità produttiva, che la ricchezza finanziaria dovrebbe darsi un contenuto reale, altrimenti non avremmo più semplicemente capitalismo post-industriale, avremmo una sorta di capitalismo rentier con una popolazione mantenuta al di fuori del processo produttivo.

Il Pentagono: molti soldi poche fabbriche

Un esempio eclatante è dato dagli USA. Il Pentagono ha una massa enorme di finanziamenti, ma non ha sufficienti fabbriche per la produzione di armamenti. Non ci sono cantieri sufficienti per le navi.

Avere soldi non serve, in questo caso, ad avere una produzione strategica capace di garantire sovranità e difesa.

Questa è una delle contraddizioni strategiche più importanti dell’Occidente contemporaneo. L’esempio del Pentagono è particolarmente significativo perché mostra che la potenza finanziaria non coincide con la potenza industriale.

Questa può ben dirsi legge geopolitica: il denaro può acquistare capacità produttiva solo se quella capacità produttiva esiste. Se non esiste, il denaro diventa un diritto astratto su una produzione che nessuno è in grado di realizzare.

Dopo il 1991 gli Stati Uniti hanno progressivamente trasformato la propria economia. La manifattura è scesa da circa il 16–17% del PIL negli anni Ottanta a circa il 10% oggi, mentre la finanza, i servizi avanzati e l’economia digitale hanno assunto un peso crescente.

Il risultato è un paradosso.

Pentagono miliardi

 

Il Pentagono può stanziare centinaia di miliardi di dollari, ma non può costruire rapidamente ciò che l’industria non è più in grado di produrre.

Il problema dei cantieri navali. Questo è forse l’esempio più impressionante.

Cantieri navali Cina - USA

 

L’ordine di grandezza è quello che conta: la Cina dispone di una capacità cantieristica enormemente superiore, sia civile sia militare. Gli Stati Uniti hanno cantieri altamente sofisticati, ma pochi, concentrati e spesso saturi.

In pratica: una portaerei americana richiede molti anni per essere completata; i sottomarini nucleari accumulano ritardi; perfino la manutenzione della flotta incontra colli di bottiglia.

Il denaro non accorcia automaticamente questi tempi.

Lo stesso problema si è visto in Ucraina

La guerra ha reso evidente un fatto che molti economisti avevano sottovalutato.

Gli Stati Uniti e l’Europa avevano enormi risorse finanziarie, ma hanno scoperto di non poter aumentare rapidamente la produzione di: proiettili da 155 mm; missili antiaerei; motori per razzi; esplosivi; acciai speciali.

Per aumentare la produzione servono: acciaierie; impianti chimici; macchine utensili; operai specializzati; tecnici; una filiera completa.

Queste cose non si comprano in Borsa e sono state e continuano ad essere distrutte dall’ideologia green che è prodotta dal capitalismo finanziario.

I dati più recenti rendono il paradosso ancora più interessante: l’Europa sta aumentando enormemente la spesa militare e contemporaneamente sta cercando di ricostruire una base industriale che aveva lasciato erodere per decenni.

L’Europa possiede industrie militari di livello mondiale, ma il problema è che la capacità esistente è stata progettata per un’economia di pace, non per una guerra industriale prolungata. Il Parlamento europeo parla esplicitamente di colli di bottiglia, frammentazione e carenze di capacità.

Il problema non è trovare i soldi. Il problema è trasformare i soldi in capacità produttiva.

L’esempio più evidente è dato dalle munizioni. Nel 2022 la capacità europea di produzione di munizioni era nell’ordine di 300.000 colpi l’anno. L’UE ha quindi mobilitato programmi specifici per aumentarla, con l’obiettivo di arrivare a circa 2 milioni di colpi l’anno entro la fine del 2025. Il programma ASAP ha destinato circa 513 milioni di euro direttamente a 31 progetti, generando investimenti complessivi di circa 1,4 miliardi nella filiera.

Quindi: soldi, investimenti, nuove linee produttive, aumento della capacità. Ma questo processo richiede anni, non settimane. E soprattutto non basta costruire la linea finale.

Servono: polvere, esplosivi, propellenti, bossoli, acciaio, macchinari, componenti, lavoratori specializzati, controllo qualità, linea di assemblaggio.

Il Parlamento europeo sottolinea proprio questo: i colli di bottiglia non riguardano soltanto gli stabilimenti, ma anche lavoro qualificato, materie prime, prodotti energetici, subfornitori e catene di approvvigionamento.

Lo “iato” europeo tra il dire e il fare

Immaginiamo che l’UE stanzi 10 miliardi di euro per l’Ucraina. Quei 10 miliardi generano una domanda potenziale di 10 miliardi in armi. Ma se le fabbriche europee possono consegnare soltanto una determinata quantità, allora può avvenire che una parte del potere d’acquisto europeo può trasformarsi in domanda industriale americana, israeliana, sudcoreana, turca, ecc.

Il paradosso diventa ancora più evidente con la difesa aerea. Non basta dire: “L’Europa mette 6 miliardi per la difesa aerea.” Per trasformare il denaro in sistemi operativi servono: radar, missili, lanciatori, elettronica, sensori, motori, software, produzione dei componenti, manutenzione. E soprattutto capacità produttiva scalabile.

Proprio il 24 agosto 2026, la Commissione europea ha approvato altri 6,1 miliardi destinati alla difesa ucraina, inclusi sistemi di difesa aerea, missili, munizioni e radar. Questo si aggiunge a 16 miliardi di piani di approvvigionamento già approvati.

Ma il problema strutturale rimane: quanto rapidamente l’industria europea può trasformare questi soldi in sistemi consegnabili?

L’Europa non ha semplicemente poche fabbriche, ma ha una struttura industriale frammentata.

La Francia produce alcune cose, la Germania altre, l’Italia altre ancora e via di seguito.

Non esiste una vera macchina industriale militare europea integrata paragonabile alla scala della domanda che si sta creando.

Il Parlamento europeo segnala infatti che la frammentazione degli acquisti e gli ordini di breve periodo rendono difficile per le aziende impegnarsi in investimenti industriali pluriennali.

La guerra in Ucraina ha quindi rivelato qualcosa che il bilancio nascondeva. Per decenni l’Europa ha potuto dire: “Spendiamo poco per la difesa, ma se necessario possiamo aumentare rapidamente la spesa”.

L’Ucraina ha dimostrato che questa affermazione è falsa. Si può aumentare la spesa rapidamente, ma è molto più difficile aumentare rapidamente la produzione.

L’Europa dispone di enormi quantità di capitale finanziario, ma ha progressivamente ridotto capitale industriale strategico.

E questo porta alla domanda decisiva. Se l’Europa spende 454 miliardi, ma una parte significativa di quei soldi serve a comprare sistemi prodotti fuori dall’Europa, allora abbiamo una situazione paradossale:

l’Europa aumenta la spesa militare senza aumentare nella stessa proporzione la propria sovranità industriale.

La spesa può quindi aumentare il potere militare immediato, ma non necessariamente la capacità industriale strategica europea.

Oikonomia o crematistica?

Ed è qui che l’analisi economica si salda con la conoscenza della propria storia e della propria filosofia.

Altro che cancel culture, altra porcheria inventata dal capitalismo finanziario. Il discorso diventa quasi “aristotelico”.

Aristotele distingueva tra oikonomia (l’economia orientata alla produzione dei beni necessari alla vita della polis) e crematistica (l’arte di accumulare denaro).

Una società fondata prevalentemente sulla crematistica rischia di perdere la propria base materiale.

In altre parole: la finanza misura il valore; l’industria crea il valore materiale; senza industria, la finanza finisce per moltiplicare simboli di ricchezza più rapidamente della ricchezza reale.

Questo spiega anche il ritorno della politica industriale.

Non è un caso che negli ultimi anni gli Stati Uniti abbiano lanciato: il CHIPS and Science Act per ricostruire la produzione di semiconduttori; enormi incentivi alla manifattura strategica; programmi per riportare (“reshoring”) produzioni considerate essenziali.

È, in fondo, un’ammissione implicita: la finanza da sola non garantisce la sovranità.

Due forme di capitalismo in competizione storica

Due capitalismi

 

Questa è la vera linea di frattura del XXI secolo: Wall Street contro la capacità produttiva, più ancora che finanza contro industria in senso tradizionale.

Se seguiamo fino in fondo il ragionamento, arriviamo a una tesi che raramente viene esplicitata dagli economisti: la sovranità non dipende dal denaro, ma dalla capacità di trasformare energia e materia.

In altre parole, la ricchezza reale di una nazione non è il PIL finanziario, ma la sua capacità di produrre acciaio, energia, semiconduttori, navi, fertilizzanti, farmaci, macchine utensili. Il denaro è un titolo di comando su queste capacità; non le sostituisce.

Questo ci riporta, in modo sorprendente, al tema della demografia, perché una società può permettersi meno lavoratori solo se possiede più capacità produttiva reale. Se perde la produzione e conserva soltanto la finanza, rischia di avere molto capitale nominale, ma sempre meno potenza effettiva.

Dal capitalismo industriale al capitalismo patrimoniale

Il caso del Pentagono è solo il sintomo di un fenomeno storico molto più ampio: l’Occidente potrebbe essere passato da un capitalismo industriale a un capitalismo patrimoniale.

Questa distinzione, se sviluppata, spiega contemporaneamente la crisi dell’acciaio europeo (Taranto, Germania), la dipendenza dalle importazioni, il riarmo europeo, il ruolo della City e di Wall Street e perfino la questione demografica.

 

ricchezza di una nazione

Nel capitalismo industriale il circuito fondamentale era: capitale, investimento, fabbrica, produzione, profitto, reinvestimento. La ricchezza finanziaria era strettamente collegata alla capacità produttiva.

La banca finanziava l’acciaieria. L’acciaieria produceva acciaio. L’acciaio alimentava l’industria meccanica.
La meccanica produceva macchine. Le macchine aumentavano la produttività. Il capitale si trasformava continuamente in capacità produttiva.

Nel capitalismo finanziario il circuito è: capitale, asset finanziari, rendita, capital gain, nuovi asset.

Il sistema può quindi produrre ricchezza finanziaria molto rapidamente, mentre la capacità produttiva cresce molto più lentamente o addirittura diminuisce.

Ed è qui che nasce la frattura.

La domanda diventa: quanto capitale finanziario può esistere senza una corrispondente capacità produttiva reale?

Perché alla fine: un’obbligazione è una promessa di beni futuri; un’azione è una pretesa su profitti futuri; il denaro è un diritto di acquisto su beni e servizi.

Se la capacità produttiva diminuisce, aumenta la distanza tra ricchezza nominale e ricchezza reale.

Da qui nasce la questione della sovranità.

Una nazione può possedere: dollaro, Wall Street, banche, debito pubblico, enormi riserve finanziarie ma contemporaneamente dipendere dall’estero per acciaio, navi, farmaci, semiconduttori, macchine utensili, componentistica, minerali critici.

Quindi, la sovranità monetaria non equivale alla sovranità industriale.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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