Dal ripudio del woke, che è essere “fuori di sé”, all’invito ad essere “dentro di sé”, c’è il passaggio dalla dittatura alla democrazia
Alexandria Ocasio-Cortez ha abiurato.
Il passaggio decisivo è avvenuto il 9 agosto 2026, quando, intervistata da ABC, AOC ha detto, riferendosi alla stagione progressista degli anni 2020: “Woke 1 was crazy”.

Ocazio-Cortez la può raccontare come le pare, ma le sue affermazioni sono esattamente la resa di una stagione che non è stata e non è “follia”, ma dittatura dai tratti nazisti.
Un nazismo che ha intruppato e associato idioti e masnadieri, mascherati da progressisti e che ci ha oppresso per anni con il pensiero unico politicamente corretto e con la distruzione della cultura e della storia.
Il termine woke (da to wake, “svegliarsi”) nasce originariamente negli anni ’30 nella cultura afroamericana per indicare la “consapevolezza” verso le ingiustizie sociali e il razzismo sistemico.
Nel corso degli ultimi anni, il concetto è stato stravolto, e lo svegliarsi è stato trasformato nell’ottundimento delle coscienze. Il woke si è trasformato in un complesso quadro teorico e politico, spesso definito come “ideologia woke”, per molti versi simile al nazismo.
L’intersezionalità, concetto introdotto dalla giurista Kimberlé Crenshaw, sostiene che le diverse forme di oppressione (razza, genere, classe, orientamento sessuale, abilità fisica) non agiscano in modo isolato, ma si sovrappongano e si intersechino.
L’analisi della società deve quindi considerare come le molteplici identità di un individuo si sommino nel determinare il suo livello di privilegio o svantaggio.
Secondo questa visione, il razzismo, la misoginia e l’omotransfobia non sono semplicemente pregiudizi individuali o episodi isolati, ma strutture radicate nelle istituzioni, nella cultura e nel linguaggio della società occidentale.
Di conseguenza, non basta non essere razzisti, ma occorre essere attivamente “antirazzisti” per smantellare tali strutture.
L’appartenenza a un determinato gruppo identitario (etnico, di genere o di orientamento sessuale) diventa il prisma primario attraverso cui comprendere l’esperienza individuale e la posizione sociale.
L’attenzione si sposta dalla classica lotta di classe economico-sociale alla tutela e alla valorizzazione delle identità marginalizzate.
Influenzato dal post-strutturalismo, questo pensiero considera il linguaggio come uno strumento primario di potere e perpetuazione delle disuguaglianze.
La revisione del vocabolario (promozione di un linguaggio inclusivo, attenzione ai pronomi, eliminazione di termini ritenuti offensivi o micro-aggressivi) è vista come un atto necessario per decostruire l’egemonia culturale.
Questo, se può servire, è l’impianto teorico di facciata.
Una delle applicazioni delle teorie woke è l’imposizione del politicamente corretto.
Dietro le affermazioni di facciata si nasconde la logica dittatoriale condivisa con il fascismo, il nazismo, lo stalinismo.

L’idea che il politicamente corretto (o politically correct) contenga una logica di stampo totalitario non è nuova ed è una delle tesi centrali della filosofia politica di diversi studiosi della società (come George Orwell nei suoi saggi sulla lingua).
Il legame con le dinamiche dei regimi autoritari si basa su precisi meccanismi psicologici e sociali, anche se le modalità di applicazione differiscono profondamente da quelle di una dittatura classica.
I critici individuano nel politicamente corretto alcuni elementi strutturali tipici dei sistemi di controllo totalitari: ingegneria del linguaggio (la “Neolingua”); ortodossia e conformismo; autocensura generalizzata; iper-moralizzazione della politica.
Ingegneria del linguaggio (la “Neolingua”): come nei regimi autoritari, si parte dal presupposto che cambiando o proibendo determinate parole si possa modificare il modo di pensare delle persone e ridefinire la realtà stessa.
Ortodossia e conformismo: viene stabilito un perimetro rigido di “idee accettabili”. Chi esce da questo perimetro non viene semplicemente smentito sul piano logico, ma squalificato sul piano morale (bollato come malvagio, fobo o reazionario).
Autocensura generalizzata: la paura delle sanzioni (lavorative, sociali, reputazionali) spinge la maggioranza delle persone a non dire ciò che pensa realmente, creando quello che la sociologia chiama “spirale del silenzio”.
Iper-moralizzazione della politica: ogni divergenza di opinione viene trasformata in uno scontro tra bene assoluto e male assoluto, eliminando la possibilità di compromesso o dibattito razionale.
Il politicamente corretto “totalitario” è subdolo e la sua pericolosità risieda proprio nell’essere un totalitarismo morbido (soft totalitarianism): non ha bisogno di carri armati o prigioni, perché spinge i cittadini a censurarsi da soli in nome della bontà, del rispetto e dell’inclusione, ottenendo lo stesso risultato di uniformare il pensiero pubblico.

Questa è forse la critica più profonda e penetrante che si possa muovere al politicamente corretto contemporaneo. Tradotta dal piano politico a quello filosofico ed esistenziale, la tesi sostiene che il politically correct non si limiti a regolare il linguaggio, ma agisca come un anestetico della mente e della coscienza.
Il meccanismo attraverso cui avviene questa contrazione dello spirito si articola su tre livelli.
In primo luogo c’è la sostituzione del giudizio morale con il conformismo. Quando un’ideologia o una norma sociale stabilisce a priori quali parole si possono usare e quali idee sono accettabili, la coscienza individuale smette di esercitare il proprio ruolo di discernimento.
La coscienza doveva interrogarsi su ciò che è giusto, vero o profondo, assumendosi la responsabilità personale delle proprie parole. Con il pensiero unico, viene applicato un “codice di conformità” esterno.
L’adesione superficiale alle parole “corrette” diventa la prova sostitutiva dell’essere una brava persona, azzerando l’esame interiore.
Lo spirito critico vive di contrasto, complessità, sfumature e capacità di reggere la contraddizione. Il politicamente corretto tende invece a iper-semplificare la realtà riducendola a categorie manichee (offensivo/inclusivo, vittima/oppressore).
Alcuni temi (dalle differenze biologiche all’analisi delle dinamiche culturali o storiche) diventano inaffrontabili nella loro complessità perché la semplice formulazione di un dubbio viene scambiata per un’aggressione o una mancanza di rispetto.
Lo spirito critico richiede coraggio. Se l’espressione di un’idea non conforme comporta l’ostracismo o la gogna, la maggior parte delle persone sceglie la strada più sicura: l’autocensura. Ma un pensiero che non si può esprimere finisce, col tempo, per non essere più nemmeno pensato.
Uno degli indicatori più evidenti di uno spirito “ottuso” dalla correttezza politica è la scomparsa del senso dell’ironia e dell’umorismo. L’ironia richiede la capacità di cogliere il secondo livello di lettura, il paradosso, il limite umano.
La lettura rigida e letterale imposta dal politicamente corretto vede la realtà attraverso un prisma puritano e punitivo, dove il contesto viene ignorato e ogni battuta o svista viene trasformata in un “delitto di intenzione”.

Mentre dagli USA arriva l’abiura di Ocasio-Cortez, in Italia arriva la lezione di Leone XIV sulla centralità della coscienza.
Il Papa richiama alla necessità di “tornare in sé”
Nel viaggio apostolico tra la Repubblica di San Marino e il Meeting di Rimini, il tema della coscienza ha costituito il pilastro centrale dell’insegnamento di Papa Leone XIV.
Per il Pontefice, la coscienza non è intesa come arbitrio soggettivo o possibilità di trasformare ogni desiderio in diritto, ma come lo spazio intimo in cui l’uomo ascolta la voce di Dio e si apre alla ricerca della verità.
“Non c’è vera libertà civile senza libertà personale […] donata e garantita da Dio, la cui voce risuona nella coscienza di ogni essere umano”.
Quando la coscienza viene zittita, i progetti politici ed economici cedono all’idolatria del potere e della potenza.
Parlando durante la visita a San Marino, Leone XIV ha detto che “la libertà si realizza nel dono, nella comunione, nell’incontro e nel dialogo”, affermando che invece talvolta ci troviamo “di fronte all’idolatria che guasta alla radice quei progetti politici ed economici che si presentano in nome della libertà, ma in realtà sono schiavi degli idoli e del potere. Nella visione cristiana, libertà e comunione – ha rimarcato il Pontefice – stanno o cadono insieme”.
“Anche oggi, in molte parti del mondo – sottolinea Prevost – non mancano persone che rimangono fedeli alla loro coscienza anche in contesti di forte avversità, testimoni della vera libertà, quella che deriva dall’essere figli e figlie di Dio. Con ammirazione esprimiamo la nostra solidarietà a quanti, in questo momento, pagano di persona per non aver tradito la propria coscienza”.
Leone XIV ha poi fatto riferimento “all’idolatria che guasta alla radice quei progetti politici ed economici che si presentano in nome della libertà, ma in realtà sono schiavi degli idoli e del potere”.
Alla platea della 47ª edizione della kermesse di Rimini Leone XIV ha esortato a “invertire la rotta”, a “riaccendere sogni e visioni” non soffiando solo sul “fuoco della stanchezza e disperazione”.
È giunta “l’ora della responsabilità”, afferma il Pontefice: “Smascheriamo i rapporti di potere ingiusti, alla radice di povertà e diseguaglianze, della guerra e dei disastri ambientali. Disarmiamo lo sviluppo tecnologico quando si fa pervasivo e distruttivo”.
Il Papa richiama alla necessità di “tornare in sé”.
“Il mondo in cui viviamo – ha detto a Rimini – offre tante forme di svago, alcune delle quali, però, portano piuttosto alla dispersione e alla rovina che non a un vero “tornare in sé”, e lasciano il vuoto nel cuore”.
Tornare in sé è salute mentale

Il tornare in sé è il ritorno alla salute mentale, dopo il prevalere del “fuori di sé” dell’ideologia woke.
L’espressione “tornare in sé” evoca una duplice dimensione: da un lato il risveglio da uno stato di delirio o agitazione psicologica, dall’altro il rientro nella propria dimensione più intima, razionale e autentica (quella che Agostino definiva l’Integrità della coscienza).
L’idea di opporre un “ritorno in sé” a un mondo woke percepito come “fuori di sé” (ossia alienato, isterico e privo di centro) si sviluppa lungo tre direttrici filosofiche e culturali.
Il movimento woke tende a definire l’individuo in base al gruppo di appartenenza (etnia, genere, orientamento). Tornare in sé significa riappropriarsi della propria unicità: l’uomo non è una semplice casella in una matrice di oppressione-privilegio, ma un’anima irripetibile capace di giudizio autonomo.
Nel contesto dell’iper-moralismo social, l’esibizione della virtù e l’adesione acritica ai dogmi del momento sostituiscono la ricerca della verità. Tornare in sé significa spegnere il rumore della piazza mediatica per ascoltare quella voce intima che non cerca l’approvazione del pubblico, ma la coerenza con la realtà.
L’atteggiamento “fuori di sé” si manifesta nella pretesa di de-costruire ogni dato naturale e storico, trasformando il desiderio individuale nell’unica misura delle cose. Rientrare in sé implica il coraggio del limite: riconoscere la realtà della natura umana, il valore della tradizione e la fragilità della condizione umana.
In ultima analisi, il “richiamo a tornare in sé” non è una semplice battaglia di reazione politica, ma un atto di igiene spirituale e intellettuale. Significa opporre alla frenesia e all’omologazione di un’ideologia astratta la saldezza di un pensiero ancorato alla realtà, al buon senso e alla libertà della coscienza.
La cancel culture è pratica dittatoriale

L’accostamento tra cancel culture e nazismo ha ragion d’essere in quanto chi viene “cancellato” subisce una forma di ostracismo sociale, professionale o mediatico per aver espresso opinioni non conformi alla norma dominante del gruppo. La paura delle conseguenze sulla propria carriera spinge molti individui all’autocensura, conformandosi al pensiero egemone.
La cancel culture è la riconsiderazione di opere d’arte, libri o monumenti del passato richiamo alla memoria pratiche di epurazione culturale (come i roghi di libri o la damnatio memoriae).
Il confronto con il nazismo viene sollevato da filosofi e politologi per mettere in guardia contro la deriva illiberale all’interno delle società democratiche, dove la pressione sociale rischia di soffocare la pluralità delle opinioni e il dibattito aperto.
La riscrittura o la rimozione del passato è, storicamente, uno dei marcatori più precisi delle dinamiche totalitarie.
Come osservava George Orwell in 1984, «Chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato». Il controllo della memoria serve a impedire che esista un termine di paragone esterno al potere del momento.
La cancellazione della storia è tipica dei regimi. Per imporre un’ideologia assoluta, il potere deve mostrare che la storia passata era solo un’epoca di “tenebre” e che la vera giustizia o civiltà comincia soltanto con il regime attuale. Un popolo privo di memoria e di legami con la propria tradizione è più fragile, più manipolabile e incapace di trovare nella storia gli strumenti critici per giudicare gli errori del presente.
Da Stalin che faceva ritoccare le fotografie ufficiali per cancellare i gerarchi caduti in disgrazia, fino all’abbattimento dei simboli culturali da parte delle dittature di ogni colore politico, eliminare le tracce fisiche del passato è lo strumento classico per riscrivere la realtà.
Il dibattito contemporaneo sulla rimozione delle statue o sulla riscrittura dei testi classici presenta analogie preoccupanti nelle dinamiche psicologiche (l’ansia di purificazione del passato).
Trattare la storia non come un testo da comprendere nella sua complessità (luci e ombre comprese), ma come un tribunale in cui emettere condanne retroattive, produce lo stesso effetto delle censure del passato: sostituisce la conoscenza con l’indottrinamento e priva la coscienza umana della profondità del tempo.
La melassa antifascista è figlia della cancel culture

Quello della melassa antifascista è un cortocircuito politico e culturale molto diffuso nel dibattito pubblico contemporaneo. L’uso inflazionato dell’etichetta “fascista” e le logiche della cancel culture di matrice woke condividono la stessa struttura logica e lo stesso obiettivo tattico: la squalifica morale dell’avversario per evitare il confronto sui fatti.
Non si tratta necessariamente dello stesso fenomeno all’origine, ma di due strumenti che si saldano perfettamente nella pratica.
Nel meccanismo della cancel culture, se esprimi un’opinione non conforme (su immigrazione, identità di genere, famiglia o sovranità), non ti si risponde con un contro-argomento razionale.
Ti si applica un’etichetta ad alto impatto emotivo – “fascista”, “razzista”, “fobo” – che serve a chiudere il discorso prima ancora che sia iniziato.
Se l’interlocutore viene bollato come “fascista”, perde automaticamente il diritto di parola. Non serve più discuterci; diventa lecito contestarlo, impedirgli di parlare nelle università, chiederne il licenziamento o boicottarlo. Questa è la pura prassi della cancel culture.
Dare del “fascista” a chiunque difenda il confine, la tradizione o semplicemente un’idea conservatrice o liberale classica significa svuotare la parola “fascismo” del suo reale significato storico e drammatico. Il termine smette di indicare un preciso regime totalitario del Novecento e diventa un mero insulto gergale per indicare “chiunque non sia d’accordo con me”.
Questa dinamica produce due conseguenze devastanti per la tenuta democratica.
Usare il termine “fascismo” a sproposito per qualsiasi divergenza d’opinione quotidiana rende le persone anestetizzate rispetto ai veri rischi autoritari o totalitari.
Quando la maggioranza dei cittadini percepisce che la propria opinione o il proprio buon senso vengono criminalizzati da un’élite mediatica e culturale, si genera un profondo senso di alienazione.
Il risultato è la perdita di fiducia nelle istituzioni, nei media tradizionali e nel valore stesso del dibattito pubblico.
L’ideologia woke è eugenetica nazista

L’accostamento tra l’ideologia woke e l’eugenetica è a prima vista errato in quanto le due teorie sembrano diametralmente opposte: l’eugenetica classica cercava di “migliorare la razza” selezionando i tratti biologici considerati desiderabili, mentre l’approccio woke nasce per proteggere le minoranze, de-costruire i canoni estetici o biologici tradizionali e promuovere l’inclusione totale.
Tuttavia, diversi analisti e filosofi rintracciano dei punti di contatto o delle “convergenze paradossali” su tre fronti specifici: la riaffermata centralità del fattore biologico-razziale; la transizione di genere nei minori e l’ingegneria del corpo; il “Costruttivismo Sociale” e la ri-progettazione dell’essere umano
L’eugenetica del XIX e XX secolo divideva l’umanità in categorie biologiche rigide e gerarchiche. L’ideologia woke, pur combattendo il razzismo, adotta un approccio in cui l’identità etnica o di genere torna a essere il fattore primario per definire l’individuo e le sue opportunità (tramite quote, discriminazione positiva o politiche basate sulla razza), abbandonando l’ideale liberale classico dell’umanesimo “cieco ai colori” (colorblind).
La transizione di genere nei minori e l’ingegneria del corpo è il punto di scontro più acceso con la bioetica contemporanea. Alcuni medici e filosofi sostengono che l’uso precoce di bloccanti della pubertà e trattamenti ormonali su minori affetti da disforia di genere possa portare alla sterilizzazione e all’infertilità permanente.
Questo viene paragonato, da parte dei critici, a forme di “eugenetica sociale” o “sterilizzazione selettiva” di soggetti fragili o neurodivergenti (come i giovani sullo spettro autistico).
Un altro elemento dell’ideologia woke che non è solo folle, ma nazista, è il “Costruttivismo Sociale”, con la ri-progettazione dell’essere umano
Sia l’eugenetica sia le derivazioni più estreme della Teoria Critica condividono l’idea che la natura umana biologica sia un “materiale grezzo” da plasmare: l’eugenetica voleva plasmare la biologia attraverso la selezione genetica e la medicina di Stato; il filone woke transumanista vede il corpo biologico e il sesso come sovrastrutture da superare o ridefinire tramite la tecnologia e la chirurgia in nome dell’autonomia individuale.
Mentre l’eugenetica classica era una teoria apertamente statalista ed elitaria, le derive percepite come “eugenetiche” nel pensiero woke non nascono da un piano di selezione della razza, ma dalle conseguenze inaspettate di pratiche mediche e ideologiche spente sulla riprogettazione dell’identità corporea.
L’onda d’urto dell’abiura di Ocasio Cortez ha effetti devastanti in Europa
Le prese di distanza di esponenti di spicco della Sinistra americana – compresi volti simbolo dell’ala progressive come Alexandria Ocasio-Cortez (AOC) – dall’impianto retorico e dalle derive del movimento woke hanno provocato una vera e propria onda d’urto nel dibattito politico europeo, mettendo in crisi i partiti progressisti del continente.
Il riposizionamento della sinistra Dem americana è nato dalla dura lezione elettorale e dal contatto con la realtà del paese reale. La priorità assoluta data alle battaglie identitarie, al linguaggio inclusivo stilizzato e ai diritti simbolici ha alienato l’elettorato lavoratore, la working class e ampie fasce di minoranze (ispanici e afroamericani) di orientamento culturale più conservatore.
Concentrare il dibattito sui dogmi ideologici ha oscurato i temi concreti: inflazione, potere d’acquisto, criminalità e servizi pubblici.
La percezione di un’élite distaccata dai problemi quotidiani ha spinto molti elettori verso il voto di protesta o direttamente verso la destra.
L’importazione delle priorità woke ha trasformato molti partiti progressisti in forze votate prevalentemente da ceti urbani, laureati e benestanti, e anche in gran parte debosciati, lasciando la classe operaia e le periferie al consenso della destra.
Il ripudio del modello americano dimostra che le battaglie meramente simboliche sul linguaggio non portano voti e creano rigetto. Questo costringe la sinistra europea a rincorrere temi a lungo ignorati, come la sicurezza e la gestione dei flussi migratori.
Il tramonto dell’illusione woke negli USA ha mostrato l’errore strategico di molti movimenti europei: aver scambiato un’ideologia importata e di nicchia per l’unica strada verso il futuro, perdendo così il contatto con il proprio elettorato di riferimento.
Una borghesia urbana fracida alleata al lumpenproletariat
L’analisi che propongo, in finale di articolo, individua una convergenza socio-politica che diversi sociologi e politologi hanno teorizzato per spiegare le trasformazioni del consenso nelle democrazie occidentali.
Questa “alleanza tattica” tra la nuova borghesia urbana e le fasce marginali della popolazione risponde a precisi meccanismi economici, culturali e di potere.
La Borghesia Urbana (i “Bobos” o Élite ZTL) è la classe dei professionisti, dei manager, del mondo accademico e della finanza creativa che vive nei centri storici gentrificati delle grandi metropoli.
Dispone di capitale culturale ed economico elevato, ma soffre di un profondo senso di disorientamento culturale, storico e morale. L’adozione dei codici del politicamente corretto e dell’inclusività assoluta serve da patente di legittimazione morale.
Ostentare la difesa delle minoranze consente di mantenere i propri privilegi di classe presentandosi al contempo come la parte “buona e illuminata” della società.
Il sottoproletariato include la forza lavoro dequalificata, gli immigrati irregolari o sottooccupati e le fasce assistite che popolano le periferie immediate o i settori informali dell’economia urbana. È un mondo che fornisce i servizi a basso costo essenziali per lo stile di vita della borghesia urbana (rider, collaborazione domestica, manodopera a basso prezzo nel settore dei servizi e della ristorazione).
Pertanto, diventa l’oggetto ideale del paternalismo della borghesia, che ne sponsorizza i diritti simbolici o le misure assistenziali senza mai intaccare i rapporti di forza economici reali.
Il vero punto di saldatura di questo blocco sociale non è un amore reciproco, ma l’esclusione e il disprezzo per il ceto medio produttivo: l’operaio specializzato, il piccolo commerciante, l’artigiano, il dipendente pubblico di provincia.
Questa dinamica spiega la spaccatura geografica ed elettorale di quasi tutti i paesi occidentali: le grandi città votano in modo compatto per i partiti progressisti e liberal, mentre la provincia, le zone industriali dismesse e le periferie votano per i movimenti di protesta o di destra conservatrice.
Schiacciata tra la morale paternalistica delle élite e la pressione delle marginalità sociali, la vecchia classe media ha perso la sua rappresentanza politica storica, trasformando il voto in una pura rivolta d’identità e sopravvivenza.






