Se non sei progressista sei fascista. L’antidoto? Essere progressista
Il Fascismo è stato un fenomeno politico storicamente determinato e l’antifascismo lo è stato allo stesso modo.
Se per fascismo si intende, invece, concentrazione autoritaria del potere, soppressione del pluralismo e delle libertà politiche, nazionalismo radicale e uso della violenza politica, lo stalinismo russo, il comunismo della RDT, il comunismo di Pol Pot, lo stesso comunismo della Cina di Mao sono forme di fascismo.
L’antifascismo, inteso non come opposizione al fenomeno storicamente determinato, ma all’accezione di fascismo di cui supra, dovrebbe coinvolgere anche tutte le forme di autoritarismo attuali.
L’antifascismo, pertanto, conseguentemente e coerentemente, dovrebbe riguardare l’insieme di idee, movimenti, organizzazioni e azioni dirette a contrastare il fascismo inteso come concentrazione autoritaria del potere, soppressione del pluralismo e delle libertà politiche, nazionalismo radicale e uso della violenza politica.
Esiste un uso dell’antifascismo come strumento di ostracizzazione, ma è importante distinguere questo fenomeno dall’antifascismo come principio storico e politico.
Quando l’etichetta «fascista» viene utilizzata non per descrivere un’ideologia o comportamenti effettivamente fascisti, ma per delegittimare un avversario, si produce un meccanismo diverso: dissenso, etichettatura, delegittimazione, esclusione dal confronto.
In questo caso, l’antifascismo non funziona più come difesa del pluralismo democratico, ma può diventare uno strumento di conformismo politico.
Il paradosso è evidente: se si considera «fascista» chi semplicemente sostiene una posizione politica diversa, si finisce per utilizzare un’identità nata storicamente contro la soppressione del dissenso per giustificare la soppressione simbolica del dissenso.
Non è la stessa cosa dire: «Questa posizione ripropone elementi autoritari, antidemocratici o propriamente fascisti» e dire: «Se non condividi la nostra posizione politica sei fascista.»
Nel primo caso c’è critica politica. Nel secondo c’è stigmatizzazione dell’avversario.
L’ostracizzazione può assumere diverse forme: rifiuto di confrontarsi con l’avversario; esclusione da determinati spazi culturali o politici; delegittimazione morale della persona; attribuzione dell’etichetta «fascista» senza dimostrarne il fondamento; trasformazione del dissenso politico in una questione di legittimità morale.
In questo senso, si può parlare di «antifascismo identitario» quando l’antifascismo cessa di essere principalmente una posizione contro una determinata ideologia e diventa un’identità morale attraverso cui stabilire chi appartiene al campo dei legittimi e chi deve essere escluso.
Ed è qui che nasce una questione interessante per l’Italia contemporanea: quando l’antifascismo diventa una sorta di criterio di appartenenza politica, può finire per funzionare come un nuovo confine tra “legittimi” e “illegittimi”, indipendentemente dal contenuto concreto delle posizioni espresse.
E qui siamo al vecchio vizio democristiano che aveva vari nomi: “conventio ad excludendum”, “arco costituzionale”, “democrazia bloccata”.
Vizio ereditato dai progressisti, interpreti in effetti di una regressione imbarazzante, i quali usano la melassa antifascista come strumento di esclusione al fine di mantenere il potere, sempre comunque.

La melassa antifascista, oppio per il popolo, nuova religione di marxiana memoria, finisce, tuttavia, con avere un effetto boomerang per chi la usa in quanto, riducendo tutto ciò che non corrisponde all’obiettivo pensato e perseguito ad un unico nemico, appunto il “fascista”, riduce anche la comprensione dei fenomeni.
La propaganda è un conto, l’analisi dei fenomeni è un altro e chi confonde la propaganda con l’analisi dei fenomeni si acceca e brancola nel buio che ha creato pensando sia luce.
La storia presenta sempre il conto.
I principi della propaganda e la mitopoiesi politica
Uno dei principi della propaganda, attribuito a Goebbels, ma da lui applicato e non ideato, è quello della semplificazione del nemico unico: individuare un avversario unico e convincere il pubblico che questi sia responsabile di tutti i mali.
Il nemico è, comunque e in ogni caso, il Fascismo. Non importa se il Fascismo è finito nel 1943 e la Rsi, sua erede, nel 1945.
Non importa se il globalismo della finanza speculativa, con le sue ideologie e con le sue strategie messe in opera da democristiani, socialisti e verdi, abbia distrutto l’Europa economicamente, culturalmente e nell’anima.
Non importa se l’Unione Europea è diventata una macchina burocratica dittatoriale orwelliana. Non importa.
Il pericolo è il Fascismo. Il responsabile è il Fascismo. Perché il Fascismo è un mito.
Qui funziona il principio della trasfusione: utilizzare miti o pregiudizi di matrice nazionale o culturale per risvegliare una componente viscerale che alimenti determinate pratiche politiche.
Più le idee fanno appello alle emozioni più primordiali, meno saranno combattute.
Il Fascismo e l’Antifascismo, così come la Resistenza, non sono più oggetti di analisi storica, ma costituiscono un mito, come il Risorgimento.
La trasformazione di un evento storico in un mito ad uso propagandistico è un processo di ingegneria culturale e psicologica chiamato mitopoiesi politica.
L’obiettivo è depurare un fatto reale dalla sua complessità e riplasmarlo per giustificare un’ideologia, muovere le masse o legittimare il potere.
Questo processo di riscrittura si articola in varie fasi operative.
La prima è la decontestualizzazione e la semplificazione. La storia reale è complessa, piena di contraddizioni ed errori strategici. La propaganda elimina ogni sfumatura morale o logica.
L’evento viene ridotto a uno scontro binario elementare (Bene contro Male, Eroismo contro Tradimento). I fattori socio-economici complessi vengono ignorati. Tutto il peso dell’evento viene concentrato su elementi emotivi o simbolici facili da assimilare.
Con un processo di archetipizzazione i protagonisti reali vengono spogliati dei loro difetti umani e trasformati in incarnazioni di virtù assolute. L’avversario viene disumanizzato e dipinto come una minaccia esistenziale o un traditore codardo.
L’evento storico (una battaglia, una rivoluzione, una crisi economica) viene raccontato come una trappola o una grande prova che la comunità ha dovuto superare per adempiere al proprio “destino”.
L’evento viene cristallizzato in immagini visive rigide che dettano il modo in cui deve essere ricordato e viene inserito in un calendario rituale (feste nazionali, giornate della memoria, parate).
Attraverso la ripetizione del rito, l’evento cessa di appartenere al passato e diventa un’esperienza “sacra” che la comunità riattiva nel presente.
A questo punto il nemico non è solo ostracizzato, ma anche esorcizzato.
Il mito non parla all’intelletto, ma all’inconscio. Invece di chiedere un’analisi critica, la propaganda fa leva su sentimenti primordiali:“Guardate cosa hanno fatto i nostri padri” o “Guardate cosa ci hanno fatto subire e perché dobbiamo difenderci oggi”.
La Pastasciutta antifascista
Un avvenimento storico, già di per sé simbolico, mitizzato e ritualizzato, è la Pastasciutta antifascista, assurta a pasto mistico di celebrazione del rito catartico antifascista di una sinistra progressista priva di idee e ora privata persino dell’ideologia woke, ripudiata da Ocasio Cortez, che la definisce “una follia”.
Una follia che ci è stata propinata come l’olio di ricino e imposta dal fascismo progressista del pensiero unico politicamente corretto.
All’indomani del 25 luglio 1943, la destituzione di Mussolini venne salutata con forme di distruzione simbolica del regime fascista (abbattimento di busti e statue del duce, cancellazione delle scritte murali, saccheggi delle sedi fasciste, falò purificatori, ecc.).
I sette fratelli Cervi, insieme agli antifascisti del loro paese, portarono invece in piazza due bidoni del latte, ricolmi di pastasciutta; proposero, cioè, un banchetto collettivo all’interno del quale, senza distinzioni e gerarchie, una comunità avrebbe ritrovato un nuovo senso della propria identità.
Quello dei fratelli Cervi fu un gesto spontaneo di gioia popolare, di liberazione e di condivisione antifascista, in un contesto in cui il Fascismo era presente e reale.
Pastasciutta come bolla d’identificazione autoreferenziale
Alla fine degli anni Novanta, il gesto è stato ripreso dal mondo progressista e catto-comunista e nel corso degli anni, la festa della pastasciutta antifascista si è diffusa in tutta Italia, fino a diventare capace di creare una bolla d’identificazione autoreferenziale.

In psicologia delle masse e sociologia dei media, la locuzione bolla di identificazione (spesso sovrapposta al concetto di echo chamber o “bolla d’eco”) descrive il fenomeno per cui un individuo o un gruppo si isola all’interno di un ambiente informativo e sociale in cui vengono riflesse, amplificate e convalidate esclusivamente le proprie idee, credenze e tratti identitari.
Non si tratta solo di un meccanismo informativo, ma di un vero e proprio processo psicosociale di costruzione dell’identità di gruppo.

L’individuo cerca spontaneamente informazioni che confermino ciò che crede già, provando un forte disagio (dissonanza cognitiva) di fronte a visioni opposte. La “bolla” agisce da scudo protettivo contro questo disagio.
I membri del gruppo proiettano nella comunità la propria immagine ideale. L’appartenenza alla bolla soddisfa un bisogno primario di sicurezza e riconoscimento: “Gli altri la pensano come me, quindi io valgo e ho ragione”.
La bolla crea una netta divisione morale. La comunità interna è percepita come illuminata, giusta, vittima o portatrice della verità. L’esterno è percepito come nemico, ignorante, ostile o corrotta fonte di “disinformazione”.

Gli effetti sono la comparsa del pensiero critico. Il dubbio viene punito o visto come un “tradimento”, mentre l’adesione acritica ai dogmi del gruppo viene premiata con approvazione sociale.
Nei social media, le bolle di identificazione vengono create e nutrite dagli algoritmi di personalizzazione, che mostrano all’utente solo i contenuti con cui ha maggiore ingaggio, creando una vera e propria filter bubble (bolla di filtraggio) che separa visioni del mondo diverse in compartimenti stagni.
Come scrive Le Bon: “Nell’anima collettiva, le attitudini intellettuali degli uomini e, di conseguenza, la loro individualità si cancellano: l’eterogeneo si mescola nell’omogeneo, e le qualità inconsce prevalgono […]. La folla pensa per immagini e una singola immagine evocata è in grado di evocarne molte altre che non hanno nessun nesso logico con quella originaria”. [i]
Per Le Bon, la folla non è la somma aritmetica delle sue parti, ma una nuova sintesi chimica: così come combinando elementi chimici diversi si ottiene una sostanza con proprietà del tutto nuove, così gli individui nella folla formano un’anima collettiva temporanea. In questa condizione, l’operaio e il professore universitario pensano, sentono e agiscono nello stesso identico modo, guidati unicamente dalle passioni e dalla suggestione.
La sintesi è: siamo come i Fratelli Cervi, siamo antifascisti, facciamo insieme le cena mistica.
Fare del fascista e del putiniano un unico nemico
Se il primo principio della propaganda è individuare un avversario unico e convincere il pubblico che questi sia responsabile di tutti i mali, il secondo principio, che è la conseguenza logica del primo, è riunire chiunque non vada a genio in un’unica categoria, facendo di tutta l’erba un fascio. Un fascio, appunto. Chiunque non vada a genio agli esecutori delle linee politiche e ideologiche della finanza speculativa è automaticamente fascista.
Il terzo principio è quello della trasposizione: incolpare costantemente l’avversario e riversare su di lui i propri difetti e i propri errori. Chi vuole imporre un unico pensiero definisce come “fascisti” i propri avversari, chi utilizza sistemi violenti accusa gli altri di essere “antidemocratici”. Il tutto per aumentare la confusione del pubblico e mettere l’avversario in difficoltà.
La finanza speculativa globalista ha tentato e tenta di imporre il cosiddetto pensiero unico politicamente corretto, secondo una logica dittatoriale perfetta, ma i fascisti sono gli altri, quelli che le idiozie del pensiero unico politicamente corretto le rifiutano perché vogliono pensare con la propria testa.
I masnadieri antagonisti, anarcoidi, Black bloc, Pro-pal utilizzano sistemi violenti, ma i fascisti sono gli altri.
Masnadiero è un termine che nel suo significato originario medievale, indicava un fante o un uomo d’arme che faceva parte di una “masnada”, cioè una compagnia armata al servizio di un signore.
La questione di identificare il signore che finanzia e alimenta la masnada rimane una delle questioni fondamentali da risolvere.
Per un’analisi più approfondita dei principi della propaganda rinvio a: Gianluca Magi. Goebbels. 11 tattiche di manipolazione oscura, con prefazione di Jean-Paul Fitoussi, o a: Gustave Le Bon Psicologia delle folle IBEX edizioni e altri.
Un altro principio fondamentale della propaganda è che qualsiasi messaggio deve essere ridotto alla sua forma più banale e deve adattare il suo livello alla capacità di comprensione di cui è dotato il meno intelligente degli individui a cui è diretta.
Quest’idea va combinata al fatto che più grande è la massa di persone da convincere, più piccolo deve essere lo sforzo mentale richiesto. La capacità ricettiva delle masse è limitata, la loro comprensione è scarsa, e la loro memoria è molto breve.
In questa chiave il tema della paura è perfetto e introduce uno dei temi che fanno la pari con l’etichettatura di fascista, ossia quello del putiniano. Putin uguale paura.
La teoria, che nessuno deve contrastare, è che la Russia invaderà l’Europa e ci schiaccerà con una dittatura che ieri era comunista e oggi, guarda caso, è fascista.
Ne consegue che putiniano e fascista sono la stessa cosa.
Buona pastasciutta.
[i] Gustave Le Bon, Psicologia delle folle, IBEX edizioni.





