Home Economia e finanza Ilva, polo siderurgico integrato o impianto di laminazione?

Ilva, polo siderurgico integrato o impianto di laminazione?

0

Giorgia Meloni convoca un tavolo con i sindacati – La magistratura ha introdotto un vincolo che può rendere impossibile il percorso originario – Federacciai propone bramme e laminatoio

Giorgia Meloni è intervenuta sulla vicenda ex Ilva in una lettera inviata al prefetto di Taranto, Ernesto Liguori.

L’idea è quella di convocare un tavolo di confronto con i sindacati nazionali del settore, coordinato dal sottosegretario Mantovano e composto da tutti i ministri a vario titolo competenti per i primi giorni di settembre.

“Signor prefetto, ho letto – afferma la premier – la richiesta a me pervenuta per suo tramite da associazioni di categoria del territorio di Taranto, finalizzata a presiedere un incontro sulla ex Ilva in occasione della mia partecipazione all’inaugurazione dei Giochi del Mediterraneo.

Richieste analoghe sono giunte direttamente a Palazzo Chigi da parte di organizzazioni sindacali del territorio. Sono lieta che dai richiedenti venga apprezzato il rilievo che la manifestazione sportiva ha e avrà per Taranto: è l’esito di un impegno finanziario e organizzativo che ha coinvolto in primis il governo”.

“Garantisco che il mantenimento di un’importante capacità produttiva di acciaio è ritenuto dal Governo obiettivo di rilievo nazionale” ha concluso Meloni.

Da ieri per Ilva una nuova fase

Da ieri la vicenda ex Ilva è entrata in una fase nuova e molto delicata: la questione non è più soltanto «chi compra Acciaierie d’Italia», ma se Taranto resterà un grande polo siderurgico integrato oppure verrà progressivamente ridimensionata e trasformata in un impianto prevalentemente elettrico/di laminazione.

Dietro le quinte si agitano quelli che vorrebbero trasformare Taranto in un impianto elettrico di laminazione, importando le bramme dall’estero, dove hanno comperato impianti ad alto forno.

Acciaierie d’Italia è ancora in amministrazione straordinaria. Lo Stato, attraverso Invitalia, è diventato il perno della gestione dopo il fallimento del rapporto con ArcelorMittal. I commissari stanno portando avanti la procedura di vendita.

Invitalia è interamente controllata dal Ministero dell’Economia e, come società in house, è sottoposta al controllo analogo del Ministero delle imprese e del Mada in Italy.

Il presidente di Invitalia è dal 2025 Sergio Schisani, mentre l’Amministratore delegato, nominato nel 2022 dal Governo Draghi, è Bernardo Mattarella, nipote di Sergio Mattarella, il quale, in occasione dei Giochi del Mediterraneo, ha inviato una nota al Quotidiano di Puglia: “Un pensiero particolarmente intenso di attenzione e di vicinanza intendo dedicare agli abitanti della storica città di Taranto – custode di un patrimonio storico, culturale, artistico dí inestimabile valore – che negli ultimi tempi hanno dovuto fronteggiare drammatici aspetti di occupazione e di salute, di sviluppo economico e di qualità della vita: questi aspetti della loro condizione costituiscono un problema e, insieme, un impegno nazionale. La scelta di Taranto come sede di un evento di carattere internazionale come quello dei Giochi del Mediterraneo manifesta il ruolo che la Città riveste nella Repubblica. L’augurio è che, a partire da questi giochi, Taranto torni ad abbracciare il futuro”.

Il compratore c’è, ma il problema rimangono Taranto e la Magistratura

Il gruppo indiano Jindal ha confermato nei giorni scorsi la volontà di rimanere nella gara e ha aggiornato la propria proposta alla luce dei nuovi problemi giudiziari sull’area a caldo.

Il MIMIT conferma che le trattative sulle proposte sono ancora in corso, ma il problema fondamentale è Taranto.

La decisione della Corte d’Appello di Milano relativa alla chiusura dell’area a caldo entro 90 giorni ha modificato radicalmente il quadro della gara. Il ministro Urso ha riconosciuto che la decisione modifica la procedura di cessione e che Jindal ha dovuto aggiornare la propria offerta.

Il vero problema: gli altiforni ossia l’essere o non essere strategici.

Il vecchio modello era: minerale, carbone, altoforno, ghisa, acciaio, laminazione.

Il progetto di decarbonizzazione del governo era invece: minerale, DRI o preridotto, forno elettrico, acciaio con una progressiva riduzione degli altiforni a carbone.

Il problema è che il progetto DRI di Taranto si è inceppato. Nel luglio scorso il governo ha spostato dal perimetro di Taranto al Ministero le risorse destinate al preridotto, rompendo il legame originario fra la costruzione del DRI e la decarbonizzazione dell’acciaieria.

Il DRI, cioè il Direct Reduced Iron, permette di sostituire progressivamente il carbone dell’altoforno con gas naturale e, in prospettiva, idrogeno.

Il problema è che senza DRI la promessa della trasformazione verde perde il suo perno industriale.

E questo spiega perché sindacati e territorio sono fortemente preoccupati.

La questione è la tempistica

L’area a caldo deve ridurre le emissioni, ma il DRI non è pronto, le infrastrutture energetiche sono da completare. In più ci sono costi enormi dell’elettricità e problemi giudiziari sull’area a caldo.

L’amministrazione straordinaria ha investito quasi 1 miliardo di euro in manutenzione e investimenti industriali dal febbraio 2024, con l’obiettivo dichiarato di riportare Taranto a circa 4 milioni di tonnellate annue.

Il programma originario prevedeva la rimessa in funzione degli altiforni 1, 2 e 4, ma ora il problema è che la magistratura ha introdotto un vincolo che può rendere impossibile quel percorso nella forma originariamente prevista. Ed è per questo che la gara per la vendita è diventata estremamente complicata.

La cordata italiana, ma c’è di mezzo l’ambiente

Urso ha recentemente lanciato l’idea di una possibile cordata italiana.

Il problema è che non basta che il capitale sia italiano. Servono: capitale, tecnologia, energia, mercato, capacità finanziaria, investimenti ambientali.

E così il problema ritorna ad essere quello di sempre: l’ambiente.

Nel 2025 è stata rilasciata una nuova AIA, l’Autorizzazione Integrata Ambientale, con validità dodicennale e centinaia di prescrizioni. Nel 2026 sono intervenuti nuovi provvedimenti giudiziari riguardanti l’area a caldo e la tutela della salute.

Quindi oggi esistono tre poteri che tirano contemporaneamente in direzioni diverse: Governo, che vuole salvare la produzione e l’occupazione; la Magistratura, che vuole garantire salute e rispetto delle prescrizioni; l’Europa con la sua strategia climatica che impone la decarbonizzare la siderurgia.

Il problema è che Taranto deve soddisfare tutti e tre contemporaneamente.

Ilva è strategica per la sovranità dell’Italia

L’acciaio primario è una materia prima strategica per l’industria e per la difesa. Se Taranto scende stabilmente da livelli storici di 6 – 8 milioni di tonnellate a circa 3 – 4 milioni, l’Italia aumenta la propria dipendenza dall’importazione di acciaio e semilavorati.

E questo riguarda: automotive, cantieristica, meccanica, infrastrutture, energia, difesa, ferrovie, costruzioni.

Per questo il dossier Ilva è anche un problema di sovranità industriale italiana.

E qui nasce un problema che è politico.

Il governo Meloni è arrivato al potere sostenendo la necessità di ricostruire la capacità industriale italiana.

L’Italia possiede tramite Invitalia l’impianto, spende miliardi per salvarlo, non riesce a garantire energia competitiva, non riesce a completare rapidamente la transizione DRI, la magistratura limita l’area a caldo, gli investitori valutano il ridimensionamento, l’Italia rischia di perdere la siderurgia primaria proprio mentre parla di reindustrializzazione.

Questa è la vera partita politica di Taranto. La cosa più importante è che non siamo ancora davanti a una decisione definitiva. Il governo sta ancora negoziando la vendita e Jindal è ancora nella procedura.

Ma agosto 2026 rappresenta un punto di svolta: per la prima volta il problema non è soltanto chi comprerà l’Ilva, bensì che cosa rimarrà dell’Ilva quando verrà venduta.

Il punto di rottura è il 2012

Ilva di Taranto

Nel 2012 esplode la questione ambientale. La magistratura interviene sull’area a caldo dello stabilimento Riva e dispone sequestri nell’ambito dell’inchiesta sul disastro ambientale.

Da quel momento nasce una contraddizione che non è mai stata risolta: Taranto è contemporaneamente una risorsa industriale strategica e un problema sanitario-ambientale. È la contraddizione che accompagnerà tutti i governi successivi.

Nel 2012 – 2015 lo Stato torna proprietario di fatto. Il commissariamento diventa necessario per evitare: chiusura, perdita di migliaia di posti di lavoro, distruzione della filiera siderurgica italiana.

Nel 2015 ILVA entra nell’amministrazione straordinaria. Lo Stato diventa quindi il gestore di ultima istanza dell’acciaieria.

Nel 2015–2018 parte la ricerca del compratore

Parte la gara internazionale. Vince la cordata guidata da: ArcelorMittal

Il colosso mondiale della siderurgia prende il controllo nel novembre 2018.

L’idea è: capitale privato, investimenti, risanamento ambientale, rilancio produttivo.

Ma il progetto dura pochissimo.

Nel 2019 arriva il primo grande fallimento

Nel novembre 2019 ArcelorMittal annuncia l’intenzione di uscire dall’operazione.

Si apre una crisi politico-industriale enorme.

Il problema non è soltanto Taranto. Il problema è chi deve assumersi il rischio di gestire un’acciaieria sottoposta contemporaneamente a vincoli ambientali, giudiziari e industriali?

Nel 2020 – 2021 c’è la soluzione ibrida del Governo Conte

La soluzione è una struttura pubblico – privata. Nel 2021 Invitalia entra nel capitale di AM InvestCo con il 38%, mentre ArcelorMittal mantiene il 62%; la società viene trasformata in Acciaierie d’Italia.

acciaierie d'Italia

 

Questa è una delle decisioni politiche fondamentali dell’intera vicenda.

Lo Stato non è più soltanto regolatore: diventa socio industriale.

Il governo Draghi eredita questa struttura.

L’obiettivo diventa: rilancio, transizione energetica, riduzione dell’impatto ambientale.

Ma la produzione rimane lontana dalle potenzialità storiche. E soprattutto rimane irrisolto il problema fondamentale: come trasformare Taranto senza distruggere la capacità produttiva.

Nel 2024 la Meloni rompe con il modello Mittal

Nel febbraio 2024 arriva un’altra svolta. Invitalia chiede l’amministrazione straordinaria di Acciaierie d’Italia. Il governo ammette la società alla procedura e nomina Giancarlo Quaranta commissario straordinario.

Dopo quasi trent’anni dalla privatizzazione, lo Stato torna al centro dell’operazione e propone un nuovo modello industriale. I commissari cercano di riportare Taranto verso una produzione di circa 4 milioni di tonnellate annue attraverso il riavvio e la manutenzione degli impianti.

L’amministrazione straordinaria dichiara investimenti molto rilevanti in manutenzione e rilancio.

Ma contemporaneamente si deve preparare la trasformazione tecnologica.

Ed ecco: Direct Reduced Iron, Electric Arc Furnace.

E qui che il progetto si inceppa di nuovo.

Nel luglio 2026 il governo ha trasferito altrove le risorse residue destinate al progetto DRI di Taranto.

E poi arriva la Magistratura e nel luglio scorso la Corte d’Appello di Milano cambia nuovamente il quadro.

Stop dell’area a caldo entro 90 giorni, salvo il rispetto delle condizioni fissate dai giudici.

Questo significa che la gara per la vendita non riguarda più semplicemente: «Chi compra l’Ilva?», ma: «Chi compra un’Ilva la cui area a caldo potrebbe non poter continuare a funzionare?»

Il gruppo indiano Jindal rimane interessato. Adolfo Urso ha inoltre rilanciato l’ipotesi di una cordata italiana.

Il governo ha contemporaneamente avviato il Tavolo Taranto, nel quale sono stati presentati 17 progetti per oltre 2 miliardi di euro, destinati anche a diversificare l’economia dell’area.

Questo è un elemento nuovo.

Non si pensa più soltanto: Ilva uguale ad acciaio, ma Taranto uguale nuove industrie, logistica, energia, altre attività produttive.

Siamo di fronte alla scelta tra il rilancio industriale con Jindal, Dri, Eaf, acciaio verde oppure, come qualcuno vuole, importazione delle bramme dall’estero e laminazione dell’acciaio a Taranto.

Chi vuole fare di Taranto un impianto di laminazione?

La cordata principale è quella promossa da Federacciai (guidata dal presidente Antonio Gozzi), composta da 14 aziende siderurgiche italiane interessate agli impianti “a freddo” (laminatoi e lavorazioni a valle) di Taranto e degli altri siti di Acciaierie d’Italia, escludendo l’area a caldo (altoforni e acciaierie).

Cordata Ilva

Le imprese coinvolte nella manifestazione di interesse, come ha scritto la repubblica, sono, ad agosto 2026: ABS Acciaierie Bertoli Safau, Acciaieria Arvedi, Acciaierie Venete, Advanced Steel Solutions (Gruppo Asonext), AFV Acciaierie Beltrame, Alfa Acciai, Compagnia Siderurgica Italiana, Duferco Travi e Profilati, Feralpi Siderurgica, Ferriera Valsabbia, Lucchini RS Holding, Marcegaglia Carbon Steel, O.R.I. Martin e Rubiera Special Steel.

Pochi gruppi italiani detengono ancora altoforni classici all’estero; la siderurgia nazionale è storicamente orientata al ciclo da rottame.

Marcegaglia è la più esplicitamente citata sul punto delle bramme: ha dichiarato disponibilità a inviare a Taranto 200.000 tonnellate di bramme (in conto trasformazione, già da ottobre) per mantenere attiva la laminazione.

Il gruppo ha impianti produttivi all’estero (acciaieria EAF a Sheffield, Regno Unito, per inossidabili; progetto in corso di minimill EAF + colata continua + laminatoio a caldo a Fos-sur-Mer, Francia, investimento da circa 1 miliardo di euro).

È uno dei maggiori trasformatori/laminatori europei e storicamente grande acquirente di semilavorati.

Feralpi ha stabilimenti produttivi in Germania (Riesa, Sassonia – EAF e laminatoi), Ungheria e Repubblica Ceca. Produce soprattutto lunghi e si interessa alla parte a freddo di Taranto.

Duferco ha forte presenza internazionale (trading di bramme e semilavorati da decenni + produzione EAF). Opera su mercati globali di bramme e ha impianti in Italia e all’estero.

Arvedi, Beltrame, Lucchini e gli altri: prevalentemente EAF o specializzati in lunghi/speciali, con varie sedi estere (Francia, Svizzera, Germania ecc. per Beltrame; altri siti per gli altri).

Queste imprese (e Federacciai in generale) non vogliono gli altoforni di Taranto (per rischi ambientali, legali e di costo). Preferiscono Taranto ridotta a polo di laminazione alimentato da bramme acquistate sul mercato internazionale (o prodotte dai loro impianti esteri/EAF).

Autore

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui