La falsa percezione che arriva dai social
Vedo tanto interesse verso Traoré, in forma addirittura abulica, tra internauti e socialnauti italiani che, altrimenti, dell’Africa mai e poi mai s’interesserebbero.
Ho buone ragioni per pensare che molti di costoro neanche sappiano, esattamente, con quali Paesi confini il Burkina Faso, di cui Traoré è presidente.
È un mito che attinge dal ricordo di Sankara, che per i connazionali rivive nel giovane leader, e che s’è strutturato attraverso una pletora di pagine social che in continuazione parlano di lui, magari ripetendo a distanza di tempo le sue dichiarazioni, scelte di governo e via dicendo.
È normale: vi è pure un revival della memoria di Gheddafi, che ugualmente trova espressione in post virali e di frequente pubblicazione, e non è un caso che tutti passi attraverso quelle figure, storiche e/o attuali, che hanno sin qui fatto breccia nell’immaginario collettivo.
Voglio dire, tolti i più specializzati, chi altro tra gli occidentali si ricorda più oggigiorno di Amilcar Cabral, che pure era assai noto, o magari addirittura di Modibo Keita?
Ogni paese ha avuto più nomi di figure progressiste, rivoluzionarie e visionarie, ma pochi tra di noi le ricordano. Del resto, neppure si ricordano più molti politici del nostro passato, europei, con tutto che non fossero affatto indegni della nostra memoria.
Dunque, non mi sorprende la sostanziale indifferenza o vaghezza con cui molti socialnauti italiani tendono a reagire ogni qual volta gli si ricordi che, in Africa, vi sono anche altre figure, Paesi e governi degni del massimo rispetto e della massima considerazione.
L’idea che sin qui nel Continente tutto sia stato ammesso e concesso, che solo i colonialisti (peraltro solo francesi!) vi regnassero, e che tutto sia cambiato all’improvviso perché è poi arrivato un demiurgo (Traoré) magari pure “con l’aiuto dei russi”, suona alquanto… ingenua.
Tra l’altro, una cosa che mi fa riflettere è notare come si dia attenzione al solo Burkina Faso, che con Mali e Niger compone l’AES, senza riservare analoga attenzione agli altri suoi due alleati-confederati.
Eppure, Mali e Niger hanno visto e tuttora continuano a vedere duri tentativi di destabilizzazione ad opera di formazioni separatiste e fondamentaliste, come FLA, JNIM e ISSP, che hanno raccolto solo una fugace attenzione a livello mediatico e social, per poi sparire nel nulla, come se quei problemi fossero di colpo rientrati.
Non è invece, così, e nemmeno lo è, in verità, per lo stesso Burkina Faso, ugualmente soggetto alla morsa soprattutto del JNIM. Ignorare le azioni di JNIM, ISSP o FLA è pericoloso, perché non riguardano un solo Paese: in una realtà dove tre di essi sono confederati (Mali, Niger, Burkina Faso, nell’AES), colpirne uno significa colpire anche gli altri.
Il problema è aggravato dal fatto che l’azione di tutti quei gruppi, estendendosi ben oltre i soli confini dell’AES, rappresenti una seria minaccia anche per gli altri Paesi: non a caso l’Algeria, che fino a poche settimane fa aveva relazioni piuttosto tese col Mali, mentre ne ha sempre avute di distese col Niger, ha scelto di seppellire l’ascia di guerra anche con Bamako.
Per inciso, neppure le azioni del JNIM in Burkina Faso ricevono particolari attenzioni dai socialnauti italiani, che evidentemente si sono fatti, almeno nel caso di una parte di loro, l’idea che il Paese ne sia immune. Magari fosse così.
Il fatto che i Paesi del Sahel, compresi ma non solo quelli dell’AES, vivano oggi la stretta di movimenti separatisti e fondamentalisti su libro paga di governi e gruppi d’interesse stranieri (Francia, Israele, USA, EAU, con relative complicità locali sparse dalla Libia al Ciad, dal Benin alla Costa d’Avorio, ecc.), spiega anche una certa rigidità dei loro governi.
Una delle critiche che viene mossa dai detrattori ed oppositori di Traoré, ed è la stessa che viene rivolta a Tchiani e Goita, i leader di Niger e Mali, è di non riservare alla “società civile” gli stessi spazi che invece era solito concedere Sankara.
Ma, con una situazione di guerra quotidiana nel proprio territorio, che vede intere porzioni del Paese sotto controllo dei gruppi terroristi, oltre alle loro cellule sparse nel cuore delle stesse città, l’idea d’aprirsi alla “società civile” è come chiedere ad un governo d’accettare un colpo di pistola alla testa, perché in caso contrario vuol dire che non è “democratico”.
Quei problemi, naturalmente, non valgono solo per il Sahel. Infatti, li ritroviamo pari pari altrove, sempre per ragioni che si collegano ad un controllo neocoloniale delle tante ed estese regioni del Continente.
Laddove non sono formazioni di matrice fondamentalista, lo sono di altro genere, magari politica ed ideologica, o ancora chiese e sette religiose, o gruppi umanitari ed ONG, tutte realtà comunque collegate a ben precisi e danarosi “apparati” sparsi fuori dal Continente.
Soft power, armi, denari per comprare il consenso, si sa come funziona.
Difficile domandare a Paesi che fanno politiche non allineate al vecchio ordine politico a guida occidentale d’aprirsi alla “società civile” prendendo così in seno quelle che sono delle vere e proprie serpi, da schiacciare senza pietà.
Questo lo dico perché, fortunatamente, l’Africa, che è un Continente di 54 paesi, non è solo Burkina Faso o solo Traoré: non è, insomma, l’unico caso oggi fortunato, di paese guidato da una leadership saggia e visionaria, capace di dargli quella dignità e quello sviluppo che per molto tempo gli è stata impedita.
Anche altri Paesi guidano questo percorso rivoluzionario da tempo, tanto da aver fornito numerosi spunti allo stesso Burkina Faso e al suo governo, e così pure agli altri suoi partner dell’AES.
Ho raccontato spesso dell’Eritrea, ad esempio: molte politiche di autosviluppo seguite dal Burkina Faso e dall’AES vengono proprio da lì.
L’Eritrea, indipendente dal 1991, ha sempre condotto quella politica basata su un proprio “sviluppo sovrano” – senza indebitamento con l’estero, costruendo bacini idrici per fertilizzare aree in precedenza aride, dotandosi di forze armate a loro volta pienamente sovrane e fuori dal dispositivo Centcom, realizzando un sistema di istruzione e sanità pubbliche, ecc. -, pagando quel non allineamento all’ordine politico unipolare con guerre e sanzioni a ripetizione.
Quella scelta, virilmente accettata dagli eritrei che avevano combattuto trent’anni per liberarsi dalla dominazione etiopica, era dunque in piedi da più di trent’anni, quando il Mali, il Niger e il Burkina Faso sono riusciti a riappropriarsi di quella sovranità che gli era stata sequestrata dal neocolonialismo.
Hanno subito guardato all’Eritrea, è impossibile non ricordarsi i loro ministri che s’incontravano, sempre con quella silenziosa discrezione che accompagna la saggia politica degli uomini di Asmara.
Molti nostri socialnauti non guardano all’Eritrea, vittime del silenzio stampa che grava su quel paese (del resto, una certa Hillary Clinton disse che “l’Eritrea è un cattivo esempio”…) o magari delle sciocchezze che talvolta i media producono sul suo conto; ma sono le stesse che si raccontano, oggi, anche sui Paesi dell’AES e su tutti quelli che, a loro volta, hanno iniziato in questi anni a prendere le distanze dal neocolonialismo.
Non sono pochi: gli amici socialnauti italiani non farebbero così male ad indagare un po’ di più.
Troverebbero davvero pane per i loro denti, perché con piacere scoprirebbero che, nell’Africa di oggi, vi sono anche molti altri paesi e leader rivoluzionari e/o progressisti, degni e meritevoli di tutta la loro considerazione e sostegno.
Esplorate.





